Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  agosto 10 Lunedì calendario

The invite, una commedia divertente

Va bene, all’origine di The invite c’è una piéce spagnola (Los vicinos de arriba) tradotta sullo schermo in Sentimental dall’autore stesso Cesc Gay e già oggetto di vari remake; e magari non sbaglia chi tira in ballo Woody Allen o la versione Yasmine Reza/Roman Polanski di Carnage. Ma il film – presentato a Locarno per la delizia delle migliaia di spettatori di Piazza Grande – possiede una sua originale, elettrizzante qualità e conferma le notevoli doti di Olivia Wilde regista e attrice.
Riscritta da Will McCormack e Rashida Jones, provata a tavolino per due settimane come a teatro e arricchita nel corso delle letture delle improvvisazioni «jazzistiche» del quartetto di interpreti, la commedia mette in scena una lunare cena con gli inquilini del piano di sopra che stravolge i falsi equilibri matrimoniali dei coniugi Angela (Olivia Wilde) e Joe (Seth Rogen). In una routine di rassegnata frustrazione lei è una casalinga inquieta che sfoga le sue mancate ambizioni artistiche nel risistemare maniacalmente l’arredo dell’appartamento vintage di San Francisco in cui vivono; mentre lui, professore in un modesto conservatorio, somatizza in paralizzanti dolori alla schiena il fallimento delle sue ambizioni di musicista. Ben prima che lo confessino, risulta chiaro che i due non fanno sesso da tempo ed è di sicuro per questo che i chiassosi amplessi dei vicini provocano tanta irritazione in Joe, risvegliando invece le represse fantasie di Angela. Figuriamoci quando nel corso della serata viene fuori che Pina (Penelope Cruz), spregiudicata terapeuta, e Hawk (Edward Norton), improbabile ex pompiere, praticano smaliziati giochi erotici e sono disponibili a un partouze a quattro con loro!.
Segnalatasi all’attenzione come regista con il riuscito Booksmart (La rivincita delle sfigate, 2019) e il metafisico thriller Don’t Worry Darling (2022), Wilde racconta di aver subito avuto l’idea, in considerazione delle tematiche relazionali del copione di Gay, di cooptare come consulente Esther Perel, psicoterapeuta belga autrice di trattati bestseller di cui è grande estimatrice. Cruz ha modellato la bionda Pina su di lei e dal canto suo Perel ha dichiarato di essersi divertita un mondo nel vedere sublimate in scintillanti personaggi di finzione i suoi problematici pazienti reali.
Fortunatamente il film non ha preso una piega da manuale freudiano come poteva accadere; e Wilde si è dimostrata vera donna di cinema rifacendosi all’esempio dal Mike Nichols di Chi ha paura di Virginia Woolf, regista in grado di tradurre il teatro in cinema con immensa qualità. Girato in 35 millimetri, un lusso per un film intimista ambientato in un appartamento (che comunque ha pagato); fluidi movimenti di macchina, dialoghi brillanti, fotografia, montaggio, scenografia colonna sonora di livello, cast eccellente e perfettamente amalgamato. La scelta che il film arrivasse nelle sale invece che in streaming (in Italia il 16 settembre) è stata molto precisa: «Ho sentito che non c’è niente di più giusto che vedere la commedia e ridere insieme, è qualcosa di catartico che è avvenuto per millenni e ho sempre pensato che servisse; siamo stati fortunati a potercelo permettere».
Non staremo a svelare i colpi di scena di una serata dove, a ritmo tanto serrato quanto esilarante, emerge la cruda verità di quel groviglio di complessi, rancori, rimozioni capaci di trasformare in danza di morte un matrimonio in partenza felice. Ma attenzione, la filosofia del film è racchiusa nella citazione in apertura del noto aforisma di Oscar Wilde «Si dovrebbe essere sempre innamorati, ragione per cui non ci si dovrebbe mai sposare»; mentre il suo centro poetico risuona sia all’inizio che nell’incantevole finale sulle note del non meno significativo I’m Confessing (That I Love You). In teoria dopo aver scoperto le carte di un rapporto disastrato, l’unica cosa da fare sarebbe chiuderlo; ma più romanticamente, perché non chiuderlo per poi riaprirlo cominciando da capo? «Se prima pensavo che il tema centrale fosse la fine di una relazione – dice Wilde – forse ora credo che riguardi più la possibilità di ricominciare da capo con la stessa persona». —