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 2026  agosto 10 Lunedì calendario

Chi paga lo yacht di Putin (sotto sanzioni)

Dal club nautico di Marina di Carrara è talmente vicino che si può quasi toccare. Lo Scheherazade, anche noto come lo «yacht di Putin» da fine luglio è tornato in banchina dopo una serie di lavori all’interno del cantiere di The Italian Sea Group (Tisg), che ne segue la manutenzione. È uno dei simboli mondiali del lusso. È lungo 140 metri, pesa 10.167 tonnellate, ha due eliporti, una piscina, sistemi antidroni. Sono trascorsi quattro anni da quando l’imbarcazione è stata sequestrata, il 6 maggio 2022, congelata dopo che il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza ha rilevato «significativi collegamenti economici e di affari con elementi di spicco del governo russo». Da allora, risulta siano stati spesi circa 40 milioni per conservarlo nel molo toscano, e oggi il lavoro dell’equipaggio per tenerlo in ordine è continuo. Anche perché il tempo è agli sgoccioli. Il contratto di refit firmato dal proprietario con The Italian Sea Group nel 2021 scade il 16 settembre 2026. Il gruppo nautico fondato da Giovanni Costantino è in crisi. E l’armatore – secondo documenti visionati da La Stampa – ha già chiesto di valutare la nomina di un amministratore terzo del bene, ruolo attualmente ricoperto da Costantino stesso, presidente dimissionario di un cda decaduto.
L’11 marzo 2022, poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina, questo giornale aveva rivelato che lo yacht era formalmente di proprietà di Eduard Yurievich Khudainatov, ex presidente di Rosneft. Fin dal suo varo l’imbarcazione è stata accostata a Vladimir Putin, e il 21 marzo 2022, un’inchiesta del sito giornalistico dell’attivista Alexei Navalny dimostrò che almeno 23 membri dell’equipaggio erano collegati alla guardia presidenziale del Cremlino, il Servizio federale di Protezione (Fso).
Al momento del varo, lo Scheherazade – battente bandiera delle isole Cayman – valeva 700 milioni di dollari. Oggi vale almeno un miliardo.
Dall’inizio del contratto con Tisg sono stati eseguiti i lavori di manutenzione, verniciatura, adeguamento della struttura, con l’aggiunta per esempio di una spiaggetta di poppa, una zona che agevola salita e discesa in acqua e offre un’area relax sul mare.
Il principio stabilito dalle sanzioni europee alla Russia è che il bene congelato non deve produrre valore per il sanzionato, che quindi non può affittarlo, né venderlo né farci business. La sua proprietà è però tutelata dal diritto. Per questo, chi emette il provvedimento ha l’obbligo di custodirlo per l’intera durata del sequestro, assicurandosi che non si deteriori. Il mantenimento ordinario normalmente spetta allo Stato, come avviene, tra gli altri, per lo “Yacht A”, il veliero di 142 metri congelato ad Andrey Melnichenko e ormeggiato a Trieste.
In questo caso però – da quanto risulta a La Stampa – poco dopo il congelamento, il governo (tramite il Comitato di Sicurezza finanziaria del Ministero dell’Economia e delle Finanze e l’Agenzia del Demanio) ha stretto un accordo con l’armatore, che sostiene i costi attraverso la società Bielor Assets Ltd. Secondo quanto concordato con le autorità, i pagamenti – per un totale di circa 10-12 milioni di euro all’anno – arrivano su due conti correnti separati. Il primo serve per le spese dirette, come lo stipendio del personale di bordo, l’assicurazione della nave, attività e forniture interne. Questo conto è formalmente intestato a Tisg, che lo amministra: ha una lista approvata con persone e cifre da pagare, ed esegue i bonifici. Le voci figurano nei bilanci consolidati del gruppo come «altri debiti», e nel 2024 per esempio sono classificati in due importi diversi, per 4,603 milioni e per 1,383 milioni di euro, per un totale di quasi sei milioni di euro.
Nel secondo conto vengono saldati gli interventi di refit, effettuati e fatturati da Tisg anche con fornitori terzi, per somme a loro volta vicine ai sei milioni. Questi ultimi rientrano tra gli interventi di Refit, unità che nel 2025 ha registrato ricavi per circa 17,1 milioni (-59% rispetto al 2024). Oggi infatti, quella del Motor yacht 140, ossia dello Scheherazade, è una delle pochissime attività di refitting rimaste in vita in cantiere.
Ora però, con la società in concordato in bianco, e anche per via della richiesta esplicita dei legali dell’armatore di valutare un amministratore terzo, in molti si chiedono cosa succederà allo «yacht di Putin». Il comandante di bordo è sempre stato Guy Bennett Pearce, che se prima di maggio 2022 guidava un equipaggio di oltre 70 persone, adesso ne coordina circa 25. Solo un paio di loro, si apprende, è italiano. Il resto viene da Sud Africa, Nuova Zelanda, Spagna.
Rimangono alcuni dubbi sulla proprietà. Khudainatov è stato definito dai media investigativi un «collezionista di yacht». All’epoca delle sanzioni risultava in possesso di almeno altre tre imbarcazioni. L’Amadea (106 metri) sequestrata alle isole Fiji nell’aprile 2022, che secondo una dichiarazione giurata dell’FBI appartiene in realtà a Suleiman Kerimov. Il Crescent (135 metri), fermato in Spagna ad aprile 2022 e ricondotto da inchieste giornalistiche al ceo di Rosneft Igor Sechin. Infine il Divina Barbara, molto più piccolo (35 metri), trattenuto in Finlandia.
Tra i beni sequestrati in Italia a Khudainatov c’è poi Villa Altachiara, una casa con 30 stanze a Portofino comprata all’asta dall’oligarca per 25 milioni. Il complesso è stato «interessato da articolati interventi di ristrutturazione edilizia», si legge in un documento dell’Agenzia del Demanio. Ma alla sua manutenzione, almeno fino al 2024, risulta abbia provveduto lo Stato italiano. C’è allora da chiedersi: chi paga davvero lo yacht di Putin? —