La Stampa, 12 agosto 2026
L’Italia raccoglie la monnezza a New York
In Italia è una scena di disarmante banalità: un camion affianca il cassonetto, lo aggancia, lo solleva e lo svuota. Sorprende che a New York, una delle metropoli simbolo della modernità, sia invece una rivoluzione. A portare questa tecnologia nella città americana è Farid Industrie, azienda con sede a Vinovo, nel Torinese, che si è aggiudicata una maxi commessa da 250 milioni di euro per cambiare il sistema di raccolta dei rifiuti entro il 2031. Un progetto partito con una sperimentazione sul campo e destinato ora a estendersi in maniera strutturale a tutta la metropoli.
Una trasformazione che ha anche un nemico dichiarato: i ratti. Per decenni a New York milioni di sacchi dell’immondizia sono rimasti ammassati sui marciapiedi. Una cuccagna per i roditori. Ora la città punta a sostituirli con grandi contenitori chiusi, svuotati dai nuovi camion. E i primi risultati cominciano a vedersi: nel Community District 9 di Manhattan, completamente servito dai cassonetti dal giugno 2025, nei primi sette mesi del 2026 le segnalazioni di ratti sono diminuite di circa il 35%.
La tecnologia che rende possibile il nuovo sistema arriva dalle porte di Torino. Farid realizza l’allestimento installato sul telaio del camion: un sistema automatico a presa laterale che consente al mezzo di affiancarsi al contenitore, agganciarlo attraverso un braccio idraulico, sollevarlo, rovesciarne il contenuto nel compattatore e riposizionarlo a terra. Una tecnologia familiare in Europa, molto meno nelle grandi metropoli statunitensi.
«New York aveva chiesto ai principali costruttori americani la disponibilità di una tecnologia simile e la risposta era stata che sarebbero serviti cinque anni di sviluppo. Noi in sei mesi l’abbiamo adattata alle loro esigenze», racconta l’amministratore delegato, Marco Orecchia. L’azienda non è nuova alle sfide delle grandi città. «Abbiamo progetti da Abu Dhabi a Singapore, una parte di Buenos Aires utilizza macchine nostre, così come quasi tutte le principali città europee, da Parigi a Barcellona, Madrid e Roma. New York deve diventare un trampolino per entrare nel mercato americano».
Il progetto newyorkese nasce nel 2023, sotto l’amministrazione di Eric Adams, e passa attraverso una lunga sperimentazione sul campo prima dell’avvio della commessa su larga scala deciso dall’amministrazione dell’attuale sindaco Zohran Mamdani. La città ha scelto di modificare in maniera radicale un sistema di raccolta caratterizzato ancora da un forte ricorso al lavoro manuale. Il salto di scala è notevole anche per Farid: a differenza di molte altre metropoli, divise tra più operatori, a New York il Department of Sanitation gestisce direttamente il servizio pubblico su un territorio da oltre otto milioni di abitanti. Adattare la tecnologia alle condizioni della città ha richiesto però di riprogettare buona parte della macchina. Un problema banale è stato l’altezza. «Abbiamo dovuto abbassarla di 30-35 centimetri», racconta Orecchia. «Bisognava fare i conti con ponti e tunnel per raggiungere Manhattan e con la ragnatela di cavi sospesi lungo le strade».
Il confronto con l’amministrazione è continuo. Farid mantiene tecnici negli Stati Uniti e ogni settimana organizza una videoconferenza con i responsabili del Department of Sanitation e il partner americano. Un approccio che racconta molto del pragmatismo americano: una volta presa una decisione, la sperimentazione parte rapidamente e il confronto tra amministrazione e impresa prosegue quasi in tempo reale. «C’è una collaborazione molto stretta tra cliente e fornitore che in altri mercati, anche in Europa, è molto più sfumata», spiega Orecchia.
Le radici di Farid affondano nella Torino dell’auto degli anni Sessanta e nella Orecchia & Scavarda, storica concessionaria di camion Fiat da cui prese vita l’attività industriale di famiglia: «Mio padre e mio nonno crearono uno spin-off dell’allora concessionario di camion Fiat, poi diventata Iveco, per realizzare gli allestimenti». Da allora l’azienda è cresciuta e oggi fa parte del gruppo tedesco Zoeller, con stabilimenti anche in Spagna, Scozia, Lombardia e Veneto. Ma la matrice torinese, sostiene Orecchia, è rimasta: «Molti dei nostri ingegneri e collaboratori sono passati da Fiat, Iveco o da aziende del gruppo. Le competenze che ci hanno portato a questo risultato sono in parte ascrivibili al fatto di essere a Torino». —