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 2026  agosto 12 Mercoledì calendario

Lagarde potrebbe ancora candidarsi all’Eliseo

Il tempo delle smentite sta scadendo. «Non vi sbarazzerete di me prima del 2027», ha scandito Christine Lagarde lo scorso 23 luglio per placare i mercati. Una dichiarazione, secondo un numero crescente di analisti e investitori, solo di facciata e che potrebbe essere fugata dai fatti entro la fine di ottobre. Uno stratagemma, come ricordato da Carsten Brzeski di Ing, per celare una strategia definita sull’asse franco-tedesco. Le voci di un suo addio anticipato alla guida della Banca centrale europea (Bce), circolate con insistenza a febbraio e confermate in modo implicito a luglio dalle aperture della stessa presidente con Les Échos, disegnano un’uscita di scena calcolata. Lasciare l’Eurotower nell’autunno del 2026 permetterebbe a Emmanuel Macron di blindare la successione prima che l’onda d’urto della destra francese del Rassemblement National travolga la corsa per l’Eliseo.
Le indiscrezioni convergono sulla necessità di sottrarre la politica monetaria alle turbolenze del voto transalpino. Molti osservatori, fra cui John Orchard di Omfif (Official monetary and financial institutions forum), si aspettano indicazioni sul futuro di Lagarde al consiglio direttivo del 10 settembre nella sede della Bundesbank a Francoforte, cornice dal forte valore simbolico per delineare la transizione in uno scenario di fitta incertezza. Possibile che arrivino. Rinnovare i vertici europei con largo anticipo ricalcherebbe il modello adottato alla Banca di Francia, dove François Villeroy de Galhau ha rassegnato le dimissioni per favorire la nomina di Emmanuel Moulin. Parigi intende replicare lo schema su scala continentale per blindare l’istituto dalle incognite politiche. «Non è detto che funzioni, ma potrebbe essere una sorta di rete di protezione», rimarca una fonte diplomatica.
Il ruolo di Lagarde, precluso a un intervento nel dibattito elettorale, si limiterebbe a una «consulenza macroeconomica» per «tutti i candidati che chiederanno gli scenari per l’eurozona». Il tempismo risulta cruciale per gli equilibri del comitato esecutivo con i mandati di Philip Lane e Isabel Schnabel in scadenza nel 2027. Una permanenza oltre la prossima primavera renderebbe impossibile per l’esecutivo francese nominare un proprio candidato, aprendo la strada a un governo di estrema destra propenso a usare la leva monetaria per arginare il debito di Parigi.
I potenziali successori non si nascondono e hanno già avviato la campagna elettorale. Klaas Knot e Pablo Hernández de Cos rappresentano candidati in movimento per tessere alleanze. L’olandese Knot vanta un profilo istituzionale di livello forgiato in quattordici anni alla De Nederlandsche Bank e al Fondo monetario internazionale. La sua figura garantirebbe una mediazione solida con la Germania sull’utilizzo del Transmission Protection Instrument, lo scudo minacciato dai ricorsi della Corte costituzionale tedesca. Un intervento a sostegno della Francia, zavorrata da un deficit al 5,1% e un debito al 118% del Pil, richiederebbe condizionalità rigorose che Knot saprebbe imporre con credibilità. L’olandese è l’uomo forte supportato dall’Eliseo, in cerca di sponde a Roma con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il titolare del Tesoro Giancarlo Giorgetti e il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. Ma gode di supporto trasversale per caratura tecnica anche lo spagnolo Hernández de Cos, appoggiato dall’ex presidente Bce Mario Draghi. Lo spagnolo preme per forme di debito comune e per l’assicurazione europea sui depositi, posizioni gradite ai mercati ma osteggiate dalla Germania, frenata dalle pressioni della destra radicale avversa a ogni slancio verso l’integrazione fiscale.
Nel risiko diplomatico si inserisce con forza la carta tedesca incarnata da Joachim Nagel, che gode di un rapporto schietto e di rispetto con Panetta e con numerosi colleghi del Consiglio direttivo. Il presidente della Bundesbank si scontra con l’ostacolo della nazionalità considerata la presenza di Ursula von der Leyen alla Commissione europea. Berlino dovrà decidere se bruciare capitale politico per forzare la mano o restare senza vertici entro i prossimi tre anni. Tuttavia, Nagel godrebbe del singolare appoggio della Francia, interessata a un profilo capace di arginare le resistenze teutoniche qualora la Bce dovesse stabilizzare i mercati obbligazionari con un esecutivo populista all’Eliseo.
Il cambio di guardia si consumerà in un orizzonte macroeconomico incandescente dominato dal conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran. L’Eurotower deve navigare in acque agitate preparandosi a fronteggiare un’inflazione persistente, una Federal Reserve a trazione aggressiva sotto la guida di Kevin Warsh e le istanze protezionistiche di Donald Trump in vista delle elezioni di Midterm. Il tutto con la spinta verso l’euro digitale per migliorare l’autonomia strategica dell’Ue sui pagamenti, per ridurre la dipendenza da Usa e Asia. Un compito che viene definito come «prioritario» nell’Eurotwer, al netto di chi sarà il prossimo inquilino della Bce. —