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 2026  agosto 13 Giovedì calendario

Il reportage di Steinbeck sull’immigrazione

«Quando hanno bisogno di noi, ci chiamano migranti, e quando abbiamo finito il raccolto, diventiamo vagabondi e dobbiamo toglierci dai piedi». No, non siamo nel 2026. Lo scenario non è quello di un campo agricolo del Sud Italia, e a parlare non è un pachistano o un nordafricano. Siamo nel 1936. Il luogo è la California, e a pronunciare queste parole è un ragazzino americano. A raccogliere la sua testimonianza in un campo abusivo dell’Imperial Valley è John Steinbeck, il grande scrittore americano che proprio quell’anno viene ingaggiato dal San Francisco News per scrivere un reportage al fine di documentare l’esodo provocato delle Dust Bowls, la tempeste di sabbia che negli anni ’30 provocarono gravi danni innescando una crisi agricola e costringendo tra i 300 e i 500 mila agricoltori americani, i cosiddetti “Okies”, a migrare dalle pianure basso-centrali (Texas, Arkansas, Missouri, Oklahoma) verso la California. Il risultato saranno sette articoli pubblicati dal 5 al 12 ottobre del 1936 in una serie intitolata The Harvest Gypsies. Materiali che poi, come fiumi, alimenteranno il mare di Furore, il capolavoro di Steinbeck che uscirà nel 1939. Quegli articoli sono ora raccolti nel volume I nomadi recentemente ripubblicato in Italia da Il Saggiatore.Si tratta di pagine nelle quali il grande autore confuta il mito della frontiera, denunciando lo sfruttamento capitalistico della manodopera da parte dei grandi cartelli della frutta californiani, e descrivendo in maniera limpida e icastica la condizione drammatica dei braccianti nei campi. Allo stesso tempo cerca però di sostenere l’importanza e la necessità del riformismo rooseveltiano del New Deal.«Steinbeck era reduce dal successo di Pian della Tortilla uscito nel 1935», spiega Cinzia Scarpino, docente di Letteratura anglo-americana alla Statale di Milano e autrice della postfazione del volume. «In quell’anno stava lavorando già a un libro più impegnato, La battaglia, un romanzo ispirato al tentativo sindacale di organizzare i braccianti agricoli californiani. Steinbeck diventa così lo scrittore impegnato esperto dei problemi della manodopera agricola. Da qui nasce la collaborazione col San Francisco News. Gli articoli usciranno con le immagini di Dorothea Lange, che proprio nel 1936 scatterà la serie di foto in un campo di piselli californiani da cui è tratta Migrant Mother, forse l’immagine più iconica della Grande Depressione. Nel 1936 Steinbeck comincia a girare per le valli agricole su un vecchio furgone da panettiere, visitando gli accampamenti governativi per i migranti».I nomadi si inserisce così nella stagione del giornalismo impegnato che assume non solo un ruolo di denuncia ma anche di propaganda. «Siamo nel pieno del New Deal di Roosevelt e delle sue agenzie federali che alimentano con finanziamenti pubblici senza precedenti, un impegno intellettuale volto proprio a rappresentare “il terzo povero” della popolazione americana prostrata dalla Grande Depressione. Quel terzo povero diventa il cardine di una produzione giornalistica e documentaria progressista e della narrativa proletaria dello stesso periodo. Il riformismo documentaristico alimentato dal New Deal orienterà radio, stampa, letteratura e cinema e sfrutterà in chiave anche propagandistica questa piaga», aggiunge Scarpino. «Steinbeck è un liberale votato al New Deal: auspica lo sviluppo del programma federale di allestimento dei campi; si spinge inoltre a farsi portavoce della creazione di formazioni sindacali per i braccianti contro i grandi cartelli dell’agribusiness californiano». In questo si può ravvisare una sorta di artificioso e retorico “razzismo” da parte dell’autore. Egli infatti si rivolge soprattutto ai migranti bianchi, obliterando in parte le condizioni altrettanto drammatiche della manovalanza straniera rappresentata da cinesi, giapponesi, messicani e filippini. Alla base c’era la volontà di sostenere le azioni di Roosevelt. «Steinbeck idealizza i migranti bianchi provenienti dalle pianure basso-centrali come i veri americani, pieni di risorse, eredi dell’ideale dei piccoli proprietari terrieri di stampo jeffersoniano. Questa semi-rimozione ha a che fare con i lettori che Steinbeck cerca di raggiungere: i lettori bianchi medi che pagano le tasse e che devono essere convinti della bontà dei programmi del New Deal. Se si negano i diritti costituzionali fondamentali ai cittadini americani poveri e bianchi, questi diventano “altri”, una classe senza terra. La strada per evitarlo è il riformismo liberale di Roosevelt».È possibile fare un collegamento tra gli Okies raccontati da Steinbeck e gli Hillbilly, i bianchi americani che vivono nelle zone rurali e montuose degli Stati Uniti, descritti da J. D. Vance, attuale vice di Trump, nel suo libro, Elegia americana. In entrambi c’è il senso di frustrazione e marginalizzazione di una classe lavoratrice. I primi colpiti dalla Grande Depressione, i secondi dalla deindustrializzazione della Rust Belt. La risposta è però radicalmente diversa. Da un lato il New Deal roosveltiano, dall’altro il conservatorismo che punta alla responsabilità individuale, alla crisi dei valori familiari e alla sfiducia nei confronti dell’assistenzialismo statale.Non manca però un altro legame con l’attualità. «Pensiamo alle immagini degli sbarchi a Ceuta», sottolinea la docente. «Questa storia dell’immigrazione in California anticipa alcune delle dinamiche che osserviamo ora in Europa. Questo riversarsi di masse immigrate provenienti da luoghi più poveri anche ambientalmente. La devastazione delle Dust Bowls è infatti anche ambientale. L’attualità non è limitata dunque solo alla storia degli Stati Uniti ma a tutto campo. Ci sono dei tratti di continuità». —