La Stampa, 14 agosto 2026
Ranucci: «Avevo ottenuto rassicurazioni sulla protezione aumentata prima che mettessero la bomba»
Quando le agenzie battono la confessione di Valter Lavitola, Sigfrido Ranucci è con la sua squadra, al lavoro sulla prossima stagione di Report. L’8 novembre, però, è ancora lontano. Troppo per sapere se il conduttore sarà al suo posto o se, come chiede a gran voce il centrodestra, sarà costretto a cedere il passo. Le parole del faccendiere, interrogato per cinque ore a Rebibbia, non allentano la tensione. Anzi. L’idea che Lavitola abbia agito per ottenere un rafforzamento della scorta di Ranucci non convince del tutto né il conduttore né chi gli sta accanto in queste ore.
«La scorta era stata chiesta prima dell’attentato», è il ragionamento che circola. E, inoltre, in quella fase al giornalista «avevano già manifestato» un suo imminente rafforzamento. Un elemento che alimenta le perplessità e che Ranucci, contattato da La Stampa, preferisce non commentare direttamente, limitandosi al più classico degli inviti: parlare con il suo legale. «La confessione di cui apprendiamo lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia se il movente reale fosse effettivamente quello riportato – dice l’avvocato Roberto De Vita –. Anche perché Sigfrido Ranucci ha la scorta ininterrotta dal 2021 confermata negli anni per la gravità delle minacce di morte ricevute e rigorosamente valutate dal ministero dell’Interno».
Sono ore complicate. I dubbi si intrecciano così alle polemiche politiche, mentre a viale Mazzini si attende il parere del comitato etico e, subito dopo, la decisione dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi. A riaccenderle ci pensa anche un post sui social pubblicato dallo stesso Ranucci. «Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza». Il giornalista affida a Facebook la riflessione. «Muoiono tutti nello stesso modo – prosegue –, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta».
Il centrodestra, già schierato da giorni, non si fa attendere. In batteria arrivano le dichiarazioni di Giovanni Donzelli, Federico Mollicone, Fabio Rampelli e di diversi altri esponenti di Fratelli d’Italia: si va dalla «blasfemia» ai «paragoni ignobili» con i martiri della mafia. Nel fuoco incrociato si inserisce anche Matteo Salvini. «Non so se faccia più rabbia, pena o tristezza – scrive, anticipando la linea della Lega. Ritengo opportuno che il servizio pubblico, finanziato da tutti gli italiani, sospenda la collaborazione con chi è coinvolto in questa torbida vicenda».
Ranucci stavolta non si sottrae alle nostre domande. Prima liquida gli attacchi come «rumore di fondo» e «strumentalizzazioni». Poi precisa: «Non mi sono paragonato a nessuno, quello che ho pubblicato è solo un pezzo del libro che sto scrivendo». Ma dietro gli affondi della maggioranza, il conduttore vede uno schema preciso. «La più grande character assassination della storia del giornalismo», si sfoga qualche ora dopo con alcuni amici, confermando di «star conservando gli oltre 300 articoli» pubblicati contro di lui.
Ranucci, dunque, è convinto di restare al suo posto e di proseguire con le inchieste di Report. Proprio quelle che ieri sono finite ancora una volta nel mirino della maggioranza. A riaprire il fronte è lo stesso Donzelli, che lega i servizi dedicati a Giorgia Meloni, alla sua villa e al suo cerchio più stretto – dalla madre Anna Paratore alla sorella Arianna – alle presunte velleità da politico del giornalista. «Ranucci e Lavitola avevano commissionato un sondaggio per candidare Ranucci alla presidenza del Consiglio al posto di Giorgia Meloni. C’era un vero e proprio progetto politico. Veniva per caso da qui l’accanimento?», si domanda il responsabile organizzazione di via della Scrofa.
Anche stavolta il fuoco di fila è fitto. Ranucci prima si sfoga con amici e collaboratori – «Non abbiamo mai fatto sconti a nessuno» –, poi risponde ancora a questo giornale: «Non ho mai avuto nessuna volontà di candidarmi. E FdI lo sa bene perché Filini (Francesco, deputato meloniano, ndr) me l’ha chiesto in una commissione Vigilanza Rai, quella che doveva nascere per darmi solidarietà. È singolare che lui e Lavitola arrivino alle stesse conclusioni».
Il conduttore, insomma, è in trincea. All’otto novembre mancano poco meno di tre mesi. Ma la battaglia, a viale Mazzini e fuori, è solo cominciata. —