La Stampa, 14 agosto 2026
Chiedi chi erano gli Squallor
Gli Squallor si muovevano sulla linea di confine fra trash, cattivo gusto e surrealismo. Quel minestrone sonoro cucinato da un supergruppo semiclandestino che nascondeva in realtà quattro autori celebrati della canzone italiana – Daniele Pace, Totò Savio, Giancarlo Bigazzi e Alfredo Cerruti, col suo vocione basso inconfondibile a scandire testi non sense e volgarissimi – raggiungeva picchi di divertimento puro, al punto da farne una cult band i cui echi sono giunti fino ai giorni nostri. Anche perché il figlio di uno dei fondatori, Attilio Pace, contribuisce a tenerne alta la bandiera con tre progetti: Radio Squallor, «una web radio che manda in onda i loro pezzi ventiquattr’ore su ventiquattro, con intermezzi e finte interviste», un nuovo singolo chiaramente ispirato allo stile Squallor intitolato Kitemmurt e un’esperienza live, «Squallor forever», che andrà in scena a Termoli il 16 agosto.Se non bastasse, ricordiamo Arrapaho di Ciro Ippolito, del 1984, tornato in circolazione grazie alla Cineteca di Bologna e programmato in festival e arene estive, definito a suo tempo con qualche ragione «il più brutto film mai realizzato». Si aggiunga Per sempre Squallor! Fenomenologia di una ghost band italiana, il libro biografico a cura di Alfonso Amendola e Carlo Pecoraro appena uscito per Arcana, e il quadro dell’operazione-riscoperta di quell’oggetto inqualificabile della musica italiana, gli Squallor appunto, si completa.Attilio Pace spiega così la rinnovata attenzione al gruppo di suo padre, che qualcuno ha anche definito demenziale, ben prima che gli inventori riconosciuti del genere, gli Skiantos, facessero uscire il loro album di debutto Inascoltable nel 1977: «Gli Squallor hanno fatto scuola, sono stati i primi, ma erano tutto fuorché demenziali, perché partivano da situazioni che accadevano sul serio. Li definirei invece surreali, non a caso Rocco Tanica di Elio e le Storie Tese, in un documentario, dice che loro sono nati grazie agli Squallor». E per dare un’idea dello spirito che li animava, cita una frase celebre pronunciata in Arrapaho: “A chi vuoi più bene, a papà o a mamma? A Pippo Baudo!” Loro erano marziani, stavano su un altro pianeta».Ora che ascendenze e genealogia musicale sono codificate, si può passare ai ricordi di un ragazzino – Attilio oggi ha 59 anni – che in tempi ormai lontani assisteva in diretta alla nascita delle canzoni del gruppo fantasma: «Sono legato a tutti i loro brani, in particolare a quelli cantati da mio padre e Alfredo in duetto, ma per Cornutone (1981, ndr) ero in studio d’incisione a Milano, mentre veniva registrato in quella sala piena di fumo». E a proposito di aneddoti, racconta un altro episodio: «Loro registravano da mezzanotte alle quattro del mattino, poi mio padre saliva sulla sua Pantera De Tomaso e sgommava via dalla sala Cgd di via Quintiliano a Milano (dove fino a poco prima Loredana Bertè aveva inciso, per citarne una, E la luna bussò scritta proprio da lui, ndr). Solo che una volta, era il periodo degli anni di piombo, lo fermarono i carabinieri e mio padre, per giustificarsi, gli fece vedere i dischi che aveva con sé dicendo che era uno degli Squallor. Il giorno dopo si presentarono in sala, mio padre temeva che lo arrestassero, invece gli portarono l’Amaro del carabiniere, un liquore che girava allora...».Oggi Attilio Pace, autore e produttore a sua volta, continua a rendere omaggio alla memoria della band: «Con lo spettacolo Squallor Forever porto sul palco una band di undici elementi e racconto anche la storia dei singoli componenti del gruppo». E poi c’è il singolo Kitemmurt, un’idea concepita due anni fa «non per scimmiottarli, ma per fare gli Squallor del terzo millennio, per cui mi sono inventato The Squallors: ho chiesto a Leonardo Stella di usare la sua canzone Pump it up ed è nata Kitemmurt». Il libro pubblicato da Arcana invece non gli è piaciuto: «Hanno scritto che mio padre era fidanzato con Mina, una cosa non vera». Tornando agli Squallor originali, sboccati quanto scorrettissimi, c’è da chiedersi che effetto avrebbero quei testi in un’epoca come la nostra: «La loro era una società paradossale in cui veniva censurata la parola “membro” nelle interviste, negli Anni 70 proposero di scomunicarli e ci fu pure un’interrogazione parlamentare, eppure i loro dischi uscivano – dice Attilio -. Oggi forse sarebbe impossibile, ma se gli Squallor ci fossero ancora se ne fotterebbero e lo farebbero comunque». —