La Stampa, 14 agosto 2026
Simone Pontecorvo parla di sua padre Gillo
«Lo abbiamo mandato a Torino. Sarà esposto per la prima volta». Dov’era stato finora? «Sul tavolo, a casa di mia mamma, insieme ad altri premi». Simone è il più giovane dei tre figli di Gillo Pontecorvo, ha 51 anni, fa il pittore, e l’oggetto di cui parla è il Leone d’oro ricevuto dal padre nel ‘66 per La battaglia di Algeri, ora pronto per essere ammirato al Museo del Cinema, nella mostra Gillo Pontecorvo Una battaglia dopo l’altra», in programma alla Mole Antonelliana dal 16 settembre al 5 aprile 2027: «Credo di aver visto il film la prima volta da piccolo, ma di quella visione mi sono rimasti solo dei flash. Poi l’ho rivisto tante volte, tra le medie e il liceo, a un certo punto lo conoscevo a memoria. Mi emozionava molto, mi piaceva la complessità, il fatto che fosse un affresco corale in cui, di ogni personaggio, anche di quelli negativi, è descritta la logica, la motivazione. Si capisce bene che l’unico vero cattivo è il mandante, cioè colonialismo».
Lei fa il pittore astratto, suo fratello Marco è regista e il maggiore, Ludovico, è fisico. Da dove nasce la sua scelta?
«Ho sempre disegnato, fin da ragazzino, ho cominciato con gli acquerelli, ora lavoro con lo stesso tipo di disegni, ma su materie diverse».
Che cosa diceva suo padre del suo mestiere?
«Sono rimasto tanto a casa con i miei genitori, me ne sono andato abbastanza tardi, verso i 30 anni. I miei guardavano i miei quadri, anche quelli a olio, mi faceva piacere. Mio padre aveva una grande abitudine all’immagine, all’inquadratura, ricordo che, osservando le mie tele, faceva quel gesto tipico dei registi, metteva la mano sull’occhio come per coprire una parte del dipinto che non lo interessava o che gli piaceva meno. A me dava un fastidio tremendo, quel gesto mi restava in testa, e mi convincevo che quella parte del dipinto andava cancellata. Però commentare i quadri con mio padre era sempre molto bello».
Oltre a quella per il cinema, suo padre aveva molte altre passioni, il tennis per esempio. Com’è stato avere un genitore così preso da tanti, diversi, interessi?
«Bello, perché, in quelle passioni, mio padre coinvolgeva tutti noi. Era un tennista di alto livello fino al ’38-’39, prima della guerra, era avviato verso una carriera importante. Anche io amo moltissimo il tennis, ho giocato con mio padre quando era già anziano e adesso continuo a farlo io, anche se non tanto spesso. A noi figli, ha passato anche l’amore per la pesca subacquea».
Che tipo di consigli ha ricevuto da suo padre?
«Consigli di vita. Fin da quando eravamo ragazzini teneva molto al fatto che leggessimo tanto. Questa raccomandazione ci è rimasta impressa, indipendentemente da quello che poi abbiamo scelto di fare. Io, sinceramente, sono un po’ pigro, ma cerco sempre di leggere, è una cosa che mia aiuta, mi accorgo che, quando smetto di farlo per un po’, tutto va avanti con più difficoltà».
L’impegno politico ha segnato l’intera carriera di suo padre, senza però inquinarla. Non ci sono riusciti in tanti. Secondo lei come ha fatto?
«Aveva frequentato persone con grandi teste, Pajetta, Amendola e poi, a Parigi, tanti intellettuali, anche Picasso. Questo tipo di apertura mentale lo ha spinto a spaccare il capello in mille pezzi, e infatti ha girato pochi film. Soppesava talmente tanto argomenti e storie che poi, alla fine, quando decideva di portarli sullo schermo, gli venivano film fatti benissimo. Insomma, mio padre si metteva spesso in dubbio».
Che cosa ricorda di suo padre regista?
«Sul set ci sono andato una sola volta, ero molto piccolo, era quello di Ogro e non ricordo nulla. Poi, da grande, per un breve periodo, ho fatto l’assistente alla regia e, un paio di volte, mi è capitato di fare cose piccole con mio padre. È sempre stato molto bello».
Che cosa le è rimasto della sua infanzia e poi della sua giovinezza piene di gente famosa, attori, registi, intellettuali?
«Mi viene in mente la Mostra di Venezia, lì si faceva il pieno... gli amici di papà erano i registi italiani, Monicelli, Scola, Maselli, venivano a casa, erano di famiglia. Poi ci sono gli attori internazionali, e quelli sì, un po’ di emozione la provocavano anche in me».
Per esempio?
«Ricordo la volta in cui doveva arrivare Robert De Niro, ero un ragazzino, avrò avuto 7-8 anni, mi ero intimidito, non sapevo che fare, papà mi diceva “tranquillo, guarda che è una persona molto semplice”, quando è arrivato l’hanno portato al Circolo del Tennis, vicino casa, quello dove giocava mio padre e anche io, allora mi sono un po’ sciolto. L’ho rivisto a Venezia, lì ogni anno arrivavano in tanti, attori, registi, Harrison Ford ci è venuto un sacco di volte, sono state esperienze speciali».
Va spesso al cinema?
«Ultimamente meno, non so bene perché. Forse un po’ per pigrizia, forse perché si possono trovare tante cose, magari dopo, su piattaforma. Una volta ho letto un bellissimo articolo in cui mio padre parlava del rito collettivo dell’andare al cinema. Scriveva anche del significato che l’andare al cinema ha per un regista, spiegava che, per gli autori, è un modo per capire dove hanno sbagliato, anche se la gente sta seguendo il film in silenzio».
Quali sono i film di suo padre che preferisce?
«La battaglia di Algeri, perché è il più completo, e ha scene che mi hanno toccato molto, quella delle torture e poi il finale, ma anche Queimada e Kapò».
Secondo lei Gillo Pontecorvo ha degli eredi?
«Tra le persone che fanno un cinema sociale, che parla della realtà, ma con registri diversi, vedo forse Matteo Garrone, Marco Tullio Giordana, e poi ci metterei pure Marco, mio fratello, che da papà ha ereditato sicuramente qualcosa». —