La Stampa, 14 agosto 2026
Intervista a Clemente Mastella. Parla delle elezioni
Clemente Mastella, già ministro del Lavoro nel primo governo Berlusconi, e poi della Giustizia nel secondo di Romano Prodi, sindaco di Ceppaloni e oggi di Benevento, esponente storico della Democrazia Cristiana, non sta mai fermo. Risponde al telefono, parla veloce, risponde alle domande (quasi tutte) fino a quando non tronca la conversazione perché lo sta cercando la moglie Sandra.
Mastella, a sinistra si discute molto, si conclude poco. Ha consigli da dispensare?
«Non hanno un’idea unificante del Paese. Ai tempi di Prodi l’avevamo, oggi non c’è nulla, ognuno va per sé. Da un lato c’è chi parla di centro, e viene trattato come un paria, eppure è da lì che si vince. Dall’altra si pensa ad alchimie senza senso».
Andiamo con ordine. Lei crede che il centro-sinistra debba fare le primarie per la scelta del candidato premier dell’anno prossimo?
(Mastella prende tempo, esita, poi risponde, ndr). «Le primarie si fanno se c’è un leader riconosciuto da legittimare, sennò è uno svantaggio, si rischia di perdere la partita. Ad oggi sono votati alla sconfitta».
E dunque?
«Facessero un sondaggio e decidessero chi fra Schlein e Conte può prendere più voti. Ciò detto, l’elettorato Cinque stelle fa già fatica a scegliere uno di sinistra, figuriamoci se vota uno di centro. Sono diventati tutti guicciardiniani».
Ovvero?
«Ognuno guarda al suo particolare, e sono pessimista: dalla decisione di Berlinguer in poi di scegliere l’ombrello della Nato, la politica estera è sempre stata un fattore unificante fra i partiti. Ora è il principale argomento di divisione. Siamo dentro un incredibile caos politico ed ideologico».
Cosa manca secondo lei alla coalizione?
«La cultura politica. Ho frequentato Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, e non ho mai visto tanta pochezza. Pensano alle primarie piuttosto che a vincere le elezioni, ma ci rendiamo conto? Sono pazzi».
Pensa che all’opposizione farebbe bene una gamba di centro?
«Ma è ovvio. Dall’altra parte c’è Forza Italia, di qua non c’è. Vedo solo piccoli affluenti. Renzi dovrebbe mettere da parte l’ego, al servizio della causa. Invece qui vogliono fare tutti i leader ed è un dialogo fra sordi. Vedo doti di leadership solo fra alcuni miei colleghi sindaci».
Scommetterebbe su uno di loro?
(Mastella fa finta di non sentire, risponde solo al terzo tentativo, ndr). «Lo trovassero, altrimenti mi candido io».
Quindi si mette a disposizione della coalizione?
«Posso dare una mano, qui in Campania valgo centomila voti. Peccato che a farmi la guerra è anzitutto il Partito democratico. Mi potrei pure rompere le palle e mandarli a quel Paese».
Che cosa ne pensa dell’operazione Calenda, che si è messo al centro e dice di voler stare fuori da entrambi i poli?
«Può andargli bene, può andargli male. Se supera il tre per cento e non vince nessuno, può diventare ago della bilancia. Prendere i voti è una cosa complicata, bisogna saperlo fare. Lo vede che sta succedendo con Vannacci?».
Cosa sta succedendo?
«Arriva un ex generale, e in cinque mesi nei sondaggi supera non solo i voti di Salvini, e vabbeh, ma perfino quelli di Renzi e Calenda messi insieme. Ci sarà una ragione per cui accade, e non è tutto merito suo. Sono loro che arrancano, nonostante interviste e televisioni».
Secondo lei la riforma elettorale sarà approvata?
«Sì ma è possibile intervenga a modificarla la Corte costituzionale».
E secondo lei una delle coalizioni vincerà? O ci sarà lo stallo?
«Quello dello stallo il giorno dopo le elezioni è un rischio oggettivamente reale. Non è detto che una delle due coalizioni raggiunga il 42 per cento».
E da cosa dipende?
«Beh, ad esempio se nascesse un altro partito da una costola dei Cinque Stelle».
E chi lo dovrebbe far nascere?
«Alessandro di Battista».
E dunque in quel caso la maggioranza nascerebbe in Parlamento, come ai tempi della Prima Repubblica. È così?
«Come può immaginare io non penso sarebbe una sciagura. Oggi l’idea tolemaica del Parlamento non c’è più, non ha più alcuna capacità di essere centrale nel dibattito. Ma se dalle elezioni non uscisse una maggioranza la potrebbe ritrovare. Va bene? La lascio, mi sta chiamando mia moglie». —