La Stampa, 14 agosto 2026
Tutti a cena da Valter
Tutti a cena da Valter. A Monteverde era difficile sapere chi sarebbe entrato dalla porta del Cefalù. Un cantante, un giornalista, uno scrittore, un politico. Più facile, invece, sapere chi li avrebbe accolti: Valter Lavitola, padrone di casa, cameriere, intrattenitore e attrazione principale del locale. «Un illusionista», dice Fulvio Abbate, intellettuale e scrittore, che di quel piccolo teatro romano è stato tra i frequentatori più assidui.Al centro della scena c’era però un altro Lavitola, non il faccendiere che per anni ha abitato le pagine più controverse della politica italiana, quello del caso della casa di Montecarlo che contribuì a travolgere la vita di Gianfranco Fini. O forse era lo stesso, semplicemente trasferito in un diverso atto della rappresentazione.«Walter è un mitomane», dice Abbate, senza cattiveria. Piuttosto con quella curiosità che gli scrittori riservano ai personaggi troppo grandi per essere ridotti a una semplice biografia. «È come se lui, in questo lato B della sua vita, nella follia da Mandrake avesse immaginato un ruolo diverso per sé».La parola che ricorre più spesso nel racconto di Abbate non è “potere”, ma “riscatto”. Lavitola, sostiene, avrebbe cercato una via d’uscita dal proprio passato. «Con il risaputo palmares delinquenziale che si porta dietro, il faccendiere di Berlusconi, la casa di Montecarlo e tutto il resto, ha pensato in questa seconda fase della sua esistenza di riscattarsi».Da qui anche la chiave con cui lo scrittore legge la clamorosa confessione sull’attentato organizzato, secondo quanto dichiarato dallo stesso Lavitola, per rafforzare la protezione di Sigfrido Ranucci. Una vicenda che fino all’ultimo Abbate aveva faticato a ritenere plausibile. Un progetto che, nel racconto di Lavitola, assume contorni surreali. «Ha chiesto quel sondaggio dal quale emergeva che Ranucci aveva un gradimento molto alto. E poi, nella sua follia, ha immaginato che questo attentato potesse conferire a Ranucci un’aura ulteriore, tale da consentirgli di pesare fino al punto di sbaragliare ogni altro concorrente. Lavitola pensava di diventare il suggeritore, lo spin doctor di Ranucci nelle vesti di un nuovo Prodi di un campo più che allargato».È qui che affiora una delle definizioni più affilate di Abbate: «Il narcisista vede soltanto il proprio obiettivo». E aggiunge: «Nella sua convinzione stava facendo un grande favore a Sigfrido».Ma per comprendere il fascino esercitato da Lavitola bisogna tornare al Cefalù. Al rito quotidiano di Monteverde. Alle tavolate e ai personaggi di passaggio. «Fino alla sera prima del suo arresto siamo stati insieme», racconta Abbate. «Io sono monteverdino, lui pure, e praticamente ci vedevamo tutti i giorni». Intorno ai tavoli sfilavano vip e amici: «Ho accompagnato Patty Pravo, Pupo, Michele Santoro, Paolo Mieli». Dal dibattito di questi giorni sono emersi, fra i frequentatori, anche Stefano Cappellini, Bobo Craxi, Italo Bocchino e Francesco Cicchitto. Un’umanità attraversata da curiosità reciproche e da quella tradizione romana per cui un ristorante può trasformarsi in salotto, redazione, teatro e confessionale.L’immagine che più colpisce è però quella degli inizi. Quando l’uomo che aveva frequentato i corridoi del potere si ritrovò a servire ai tavoli. «Lo vedevi quasi con le lacrime agli occhi quando, per la prima volta, si è ritrovato a portare i piatti e a servire i clienti». Poi qualcosa cambia. «Ha trovato una sua dimensione». Fino a diventare, racconta Abbate, «un beniamino del quartiere».Forse perché, al di là delle vicende giudiziarie e delle controversie, Lavitola possiede quello che lo scrittore definisce «un talento umano autentico». Un dono difficile da catalogare. «È una sorta di Bruno Cortona campano», dice evocando il trascinante Gassman protagonista de Il Sorpasso, uno che entra in una stanza e la fa immediatamente sua. Uno che attira gli altri dentro la propria narrazione. Ed è qui che il ritratto si allontana definitivamente dalla cronaca e diventa letteratura. «Io faccio lo scrittore e non posso che rimanere affascinato davanti a una figura del genere. Dalla sua funambolicità». Funambolo è forse la parola che meglio riassume il Lavitola visto da Abbate. Una figura ambigua continuamente in bilico tra realtà e rappresentazione: affascinante come maschera, molto meno rassicurante quando decide che la vita degli altri può diventare materiale per il proprio copione. Forse è anche per questo che continua a incuriosire. «Certe persone ti attraggono perché sono narrativamente irresistibili», conclude Abbate. «Per uno scrittore, incontrare persone così significa incontrare materiale umano. E Lavitola, da questo punto di vista, è sempre stato un personaggio straordinariamente romanzesco». —