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 2026  agosto 15 Sabato calendario

Intervista a Mago Forest

«Sono in Sicilia ora. Ho appena acceso il caminetto: se caldo deve essere, allora esageriamo». Una visione paradossale, lo sguardo laterale sulla realtà, l’assurdo come regola, il Mago Forest (nome d’arte di Michele Foresta) è un fenomeno della comicità: «Mi piace sentirmi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, mentre dico una cosa sbagliatissima».
Possiamo definirla un cretino professionista?
«Grazie per il complimento. Come diceva De Filippo: “La comicità è l’arte di nascondere l’intenzione di far ridere”».
Le piace sembrare inadeguato?
«Mago inadeguato, presentatore inadeguato, ora pure detective inadeguato. Ma alla fine la porto sempre a casa».
Forest indossa il classico soprabito da detective nel film Il Malloppo, la commedia diretta da Volfango De Biasi, in cui si trova a indagare su un omicidio. Nel cast Diego Abatantuono (è il principale sospettato) e Max Angioni («Mi fa da aiutante, è il mio Watson, ma l’ho assunto solo perché ha la macchina, che tra l’altro non è sua, ma di sua mamma»). Il film arriva nelle sale dal 3 settembre.
È il Clouseau dei poveri?
«No, Clouseau è inarrivabile. Nessun paragone, né con lui né con altri. La letteratura è piena di grandi detective, anche divertenti, da Colombo a Clouseau. Io sono un mix, il risultato è una sorta di signora Fletcher».
Perché andare a vedere «Il Malloppo»?
«Per avere la moglie di fianco zitta per un’ora e mezza. Un bell’affare, a pochi euro. Anzi, io aumenterei il prezzo del biglietto, farei 300 euro solo per questo motivo. Ma lo dico perché so che mia moglie pagherebbe almeno 500 euro per non sentirmi parlare».
Non la si vede spesso al cinema.
«Il mio percorso parte dal cabaret per approdare poi in televisione. Ho frequentato poco il cinema, però ho comprato questa licenza che era libera. Funziona come con i taxi: tu l’acquisti, fai un esamino e puoi fare l’attore».
Che attore è?
«In televisione si punta a una recitazione più sostenuta, mentre al cinema bisogna abbassare i toni. Ho studiato bene la parte e spero di essere stato all’altezza. Credo che sia venuto fuori un bel film».
Abatantuono?
«È un monumento del nostro cinema. Come dicono quelli bravi, recitare è dimenticare di recitare: è perfetto».
Il divertimento sul set?
«Cenare con Diego è esperienza che consiglierei a tutti: anzi lui dovrebbe far pagare un biglietto per assistere, perché ha migliaia di aneddoti».
Gli inizi?
«Abitavo in un paesino, a Nicosia, in provincia di Enna, profondo sud e profonda provincia. Nascevano le prime radio libere, quella è stata la mia scintilla. Facevo già lo scemo in classe e un bel giorno i professori mi dicono: “Scusa, ma anziché fare lo scemo in classe perché non lo vieni a fare alla radio?”. Copiavo a mani basse le idee che sentivo da Arbore ad “Alto Gradimento”».
Nel suo curriculum c’è anche un ruolo – vero – da imbianchino.
Mi piaceva avere il cachet basso, così se mi saltava una serata ci rimanevo meno male
«D’estate, per portare qualche soldo in famiglia. Sono anche molto bravo, se ha bisogno di imbiancare casa, me lo dica che vengo. All’epoca era dura, non c’era ancora lo scotch di carta, la più grande invenzione del secolo scorso».
La gavetta?
«Mi piaceva avere il cachet basso, così se all’ultimo momento mi saltava una serata ci rimanevo meno male».
Una serata storta?
«Negli anni ‘80 a Milano c’erano tantissimi cabaret. Bastava una pedana, un microfono che fischiasse, un faro e diventava cabaret. A volte ti esibivi per due persone».
Alla fine è riuscito a farsi prendere da Arbore a «Indietro tutta».
«È stata una grande botta di culo – si può dire botta? —. Ero andato a fare un provino al posto di un mio amico, mi sono cambiato nei bagni di un grande albergo e ho fatto un pezzo del mio repertorio da mago scalcinato. Arbore, facendomi da spalla, mi tirava fuori il meglio».
Lei era scettico sul «GialappaShow», non pensava che fosse una formula replicabile dopo i successi del passato.
«Non solo non volevo farlo e volevo convincere pure i Gialappi a non farlo. Pensi che sono quello sveglio del gruppo».
Un rimpianto?
«Mi voleva Pupi Avati per Il cuore grande delle ragazze, il film con Cesare Cremonini, ma avevo già preso l’impegno per “Human Take Control”, uno dei programmi più brutti che ho mai fatto».
L’ansia da creatività?
«Mi fa compagnia da sempre. “Farò ridere?”. Poi sali quei gradini per andare sul palco e tutto passa. Mi piace pensare che esista una sorta di miniera delle cazzate, dove tu ti metti un caschetto, entri, scavi e poi qualcosa, una cazzata, salta sempre fuori».