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 2026  agosto 15 Sabato calendario

Intervista a Dariya Derkach, neocampionessa europea del triplo

Ci sono medaglie che raccontano storie che la pedana del salto triplo fa fatica a contenere e che spiegano l’Italia, nel bene e nel male, più di un trattato di sociologia o di mille leggi. Dariya Derkach è nata a Vinnycja, oblast omonimo, Ucraina, 33 anni fa, vive tra Campania e Lazio da quando ne aveva nove, ma ne ha aspettati undici per ottenere la cittadinanza. Come Penelope, i suoi Ulisse sono stati il passaporto e l’oro conquistato giovedì sera a Birmingham, suo sesto Campionato europeo, con un salto che è stato nulla, in confronto a quelli cha ha fatto sul podio, con il tricolore addosso e l’inno di Mameli nelle orecchie.
Quanta pazienza ci è voluta, Dariya?
«Non è stata una scelta, ma una necessità. Prima la maggiore età, poi gli anni di residenza. Ho dovuto resistere».
Resistere in un Paese che l’ha subito accolta.
«La prima ad arrivare è stata mamma Oksana: faceva la triplista in Ucraina, si era infortunata al tendine d’Achille, un vizio di famiglia visto che io l’anno scorso mi sono operata tre volte. Raggiunse un’amica ciclista in Campania per curarsi, si accorse che le condizioni di vita erano nettamente migliori. Poco dopo l’abbiamo raggiunta io e mio padre. I miei lavoravano, passavo molto tempo da sola: i vicini del piano di sotto mi accolsero come fossi una terza nipote. Pranzo e cena quasi ogni giorno, le festività, la tombola a Natale: ero sempre da loro. Sono cresciuta a pizza e mozzarelle. Cultura, lingua, cibo, scuole: tutto italiano. Sono fortunata: al di là di qualche sfottò tra bambini perché venivo da un Paese lontano, ho incontrato persone meravigliose».
Dov’eravate, esattamente?
«In un paesino di settemila anime, Sant’Egidio del Monte Albino, in provincia di Salerno. Mamma ha iniziato in un bar, poi ha fatto le pulizie, poi c’è stato un upgrade ed è diventata cameriera; oggi lavora come preparatrice alla Federtennis. Papà è stato muratore, ora è in Federatletica. Sono arrivata a gennaio 2002, faceva freddo ma io, abituata a ben altre temperature, andavo in giro in maniche corte. Dal terrazzo di casa vedevo le montagne e ne ero incantata: in Ucraina, che è piattissima, non esistono».
E la scuola?
«Appena sono arrivata mi hanno messa in un asilo per impratichirmi con la lingua. In Ucraina avevo fatto un solo anno di scuola, in Italia ho ricominciato dalla terza elementare. Tutto il percorso scolastico obbligatorio l’ho fatto a Nocera Inferiore, poi il liceo scientifico a Cava dei Tirreni e il diploma in Scienze motorie. Alle elementari c’erano i giochi sportivi studenteschi, erano i primi anni di integrazione, ancora non conoscevo nessuno: ero la straniera. Finché non ho vinto una garetta di ostacoli e, magicamente, sono diventata amica di tutta la scuola! Questo per dire quanto lo sport possa aiutare a sentirsi parte di una comunità».
In Ucraina chi è rimasto?
«Uno zio, fratello di mio padre, a Kiev, sotto le bombe. E basta. Io, in ventiquattro anni, in Ucraina sono tornata una volta sola, quando ho dovuto rifare il passaporto. Finché sono stati in vita, sono venuti a trovarmi i miei nonni e lo zio, che ha mandato la moglie e la figlia in Inghilterra. Lui resta lì: gli uomini non possono uscire dal Paese».
Agli atti, prima ancora dell’atletica, c’è la partecipazione da comparsa a un film.
«Non avevo nemmeno quindici anni, ci avevano selezionate al campo: eravamo un gruppo di ragazzine e dovevamo correre in un film con Raul Bova. La voglia di fare l’attrice non è mai nata».
L’amore per la lettura, invece, al parco con il cane meticcio Cesarino, è rimasto.
«Due libri di Aldo Cazzullo, in particolare, mi hanno aiutata a capire realtà complesse: Mussolini e la Divina Commedia».
Altre passioni?
«La moto. Guido tranquilla, ho preso una Guzzi molto meno pericolosa del bolide che avevo in mente: non è troppo pesante».
Chiavi di lettura
Due libri di Cazzullo,
in particolare, mi hanno aiutata a capire
realtà complesse
Alessandro Nocera, il suo bravo coach, la definisce determinata ma restia a mostrare le emozioni.
«È vero... Sono timida, da piccola avevo il terrore delle persone che non conoscevo, avevo paura di tutto. Ero così spaventata che una volta, avrò avuto 4 o 5 anni ed eravamo ancora in Ucraina, mentre mamma era impegnata al campo dove si allenava, per timore di chiedere al guardiano dov’era il bagno, mi sono fatta la pipì addosso. Ero piena di vergogna però crescendo sono migliorata!».
Ha pianto, cantando l’Inno di Mameli?
«Mi sono trattenuta per non crollare, credo mi sia uscita mezza lacrima. Ma l’Inno mi commuove sempre. A Nocera, dove andai ad allenarmi dopo Salerno quando costruirono una pedana nuova, il campo era accanto a una caserma. Alle sei, ogni pomeriggio, scattavano alzabandiera e Inno. E a me venivano i brividi in tutto il corpo, come a Birmingham».
Come si vince un oro europeo a 33 anni dopo tre operazioni al tendine d’Achille?
«Quando non ho dolori, io al campo mi diverto come se fosse il mio parco giochi da adulta. L’anno scorso ho vissuto momenti brutti: mamma, che forse adesso riesce a fare la madre più di quando ero bambina, mi è stata accanto come mai prima. Credo che a farmi tornare all’atletica sia stata la fiamma che dentro di me non si è mai spenta: ho aspettato questo momento per tantissimi anni, l’ho sognato fin da quando ero piccola e il triplo era solo un gioco. Nonostante i tre interventi, sono felice di aver tenuto duro, di aver fatto il personale (14,60 m) a questa età, nella finale di un Europeo. E poi ho vinto una medaglia inedita, che nessuna italiana aveva mai conquistato prima. Valeva la pena di aspettare tanto!».
Nella lunga attesa della cittadinanza italiana, è stato difficile rifiutare la corte delle altre Federazioni? Spagna, Ucraina, Qatar.
«Io ho sempre voluto solo l’Italia. Intanto perché ci eravamo trasferiti da tempo e cambiare non aveva alcun senso. L’Italia è stata la scelta dei miei genitori e anche la mia: io ci sono quasi nata, ci sono cresciuta, avevo appena iniziato a fare amicizia, a sentirmi di nuovo a casa. No, andarsene non era possibile».
Cosa ha fatto scattare il colpo di fulmine tra Dariya Derkach e l’atletica?
«Il desiderio di dimostrare quanto valevo, che fino a Birmingham era certamente di più di quel che avevo messo in mostra. Voglio farlo finché il mio corpo mi permette, nonostante tutto, di correre e saltare. Sono fortunata perché faccio una cosa che mi piace: dell’atletica mi diverte tutto, non solo la gara. Mi appassiona il processo dell’allenamento, il miglioramento dei dettagli che compongono la complessità del salto triplo, fino a riuscire a mettere insieme tutti i pezzi della disciplina».
Dariya Derkach, Nadia Battocletti e Sara Fantini, qui a Birmingham, in attesa di Antonella Palmisano e Larissa Iapichino. Sara Curtis, Simona Quadarella, Chiara Pellacani, Ginevra Taddeucci, Benedetta Pilato a Parigi nel nuoto. La forza delle donne.
«Credo che le donne per natura abbiano una forza speciale perché siamo programmate per sopportare dolori che gli uomini nemmeno si immaginano. Secondo me c’è stato un salto di qualità anche nella società: le donne oggi osano un po’ di più, non si nascondono, cercano di mettersi, diciamo, alla pari. L’eguaglianza tra sessi forse adesso sta iniziando veramente a uscire fuori, ma siamo sempre state forti, solo che fin qui abbiamo avuto meno occasioni per poterlo dimostrare».