Corriere della Sera, 15 agosto 2026
Uno degli attisti italiani racconta cos’è successo a Qusra
I cinque attivisti italiani hanno lasciato Qusra ieri mattina. Se ne sono andati quando l’esercito israeliano è tornato per la seconda volta in due giorni alla casa della famiglia Ridi, alla periferia del villaggio palestinese, 15 chilometri a sud di Nablus. Quattro donne e un uomo, arrivati in Cisgiordania in giorni diversi, senza sigle e senza un’associazione alle spalle, ospitati da un amico palestinese.
Ora sono in un’altra città. Fabio, il nome è di fantasia per ragioni di sicurezza, non dice quale. «Non importa dove siamo. Importa quello che è successo a Qusra». Precisa però che «non abbiamo urgenza di lasciare il Paese». Hanno appena risentito Qusai Ridi – fratello del proprietario della casa, che vive in America – l’uomo con cui hanno condiviso questi giorni concitati. Qusai si trova ancora nell’abitazione che loro hanno dovuto lasciare, e al telefono li ha ringraziati: «Credo che la nostra presenza abbia fatto sentire lui e Ahmed, il figlio di 18 anni, molto meno soli».
Nei giorni dell’assedio, Fabio e gli altri dormono, mangiano, resistono insieme a loro. «Si stava con le persiane abbassate per non farsi vedere dai coloni, le porte chiuse che facevano passare solo il rumore dei veicoli blindati fuori». Guardano ossessivamente le telecamere di sicurezza per capire chi arriva al cancello. «Evitavamo di affacciarci. La sera facevamo turni di guardia, quella era la nostra attività principale oltre che passare il tempo con i nostri nuovi amici». Ahmed non vede i suoi da settimane. «Sono vite sotto scacco, quelle dei palestinesi», spiega Fabio, la paura non arriva solo con le pietre dei fanatici, ti resta addosso soprattutto nelle ore silenziose, quando nessuno sa che cosa accadrà.
La prima volta l’esercito bussa alla porta dei Ridi giovedì mattina. Una trentina di soldati ordina alle undici persone presenti nelle tre case della famiglia di spostarsi in un solo edificio. Due abitazioni vengono requisite, assicurano i militari, per due o tre giorni. Altre venti famiglie palestinesi del villaggio vengono evacuate dalle proprie abitazioni. «Ci hanno lasciato trenta minuti per prendere le nostre cose. Poi siamo rimasti fuori per otto ore». Quando rientrano, trovano stanze e mobili messi a soqquadro. Mancano cibo, materassi e cuscini. Sono stati tagliati i fili delle telecamere, l’unico modo per controllare il patio e il muro di recinzione.
Quella notte restano nella casa senza elettricità. Fuori, i blindati di Benjamin Netanyahu. Gli avamposti dei fanatici – una tenda blu, sedie e divani – vengono smantellati, ma loro non se ne vanno. Qualche giorno prima assistono a uno scontro tra esercito e coloni: «Erano una quarantina». I soldati usano lacrimogeni e granate stordenti, gli altri lanciano pietre. «A tratti i militari provano a disperderli. Ma poi li vedi parlare insieme, pregare, trattarli da interlocutori. C’è una complicità, una coesistenza che rende tutto possibile».
In allerta
«Stavamo sempre con le persiane abbassate La sera facevamo
dei turni di guardia»
Da domenica, cibo e acqua non passano più. Ieri mattina alcuni attivisti israeliani riescono a portare provviste fino al cancello. I soldati consentono la consegna e poi li respingono lungo la strada. Poco dopo arrivano decine di militari e poliziotti armati. Chiamano Qusai e il figlio, quindi si rivolgono ai cinque italiani.
«Avevamo tre minuti per andarcene dalla casa». Il primo ordine parlava di una requisizione temporanea, due o tre giorni. Questa volta un soldato mostra sul telefono un documento in ebraico: la zona è dichiarata di nuovo militare e l’ordine arriva fino a marzo 2027. «Ci hanno imbrogliati», dice Fabio. «Il soldato, intanto, rideva». Non è chiaro cosa voglia dire quel foglio, ma è chiaro ciò che produce: la famiglia può restare nell’abitazione, ma nessuno dall’esterno può entrare. Quindi o vivi una non-vita o te ne vai.
«A Qusra ho visto la colonizzazione messa in pratica», continua Fabio, l’isolamento, il controllo delle strade, l’assedio, la casa che smette di essere un riparo, e poi che smette di essere tua. «Ed è la vita di molti villaggi palestinesi».
I cinque attivisti hanno sentito il consolato italiano. «Ci sono stati contatti, ma non tanto altro», racconta il ragazzo. E precisa che «non è questo quello che conta. Noi siamo al sicuro. I Ridi sono ancora circondati dai coloni e dai blindati»