Corriere della Sera, 15 agosto 2026
la forza necessaria al diritto
Consideriamo due affermazioni continuamente ripetute. La prima: «viviamo in un mondo in cui la forza ha sostituito il diritto». La seconda: «La diplomazia è al servizio della pace, la forza è lo strumento della guerra». Che cosa hanno in comune queste affermazioni? Hanno in comune l’idea che forza e diritto, forza e diplomazia siano fra loro incompatibili; talché se c’è l’una (la forza) non ci possono essere né diritto né diplomazia. È fin troppo facile dimostrare l’inconsistenza di queste affermazioni. Non c’è diritto che abbia una qualche effettività (che non si riduca, cioè, a un insieme di gride manzoniane) se non c’è un apparato della forza che lo sostenga e ne garantisca l’applicazione. Ciò vale all’interno degli Stati ove il diritto vigente necessita del sostegno della capacità coercitiva dello Stato. E vale nei rapporti interstatali ove il diritto internazionale, per avere una qualche effettività, richiede la presenza di grandi potenze che abbiano interesse a mantenerlo in vigore e che minaccino l’uso della forza a questo scopo. Se il diritto internazionale, in una certa fase storica, perde effettività significa che la o le potenze che ne erano garanti hanno smesso di svolgere tale funzione. Non c’è diritto senza una forza che lo sorregga. Stessa cosa vale nel caso della diplomazia. L’idea che l’attività diplomatica in presenza di guerre, della competizione di potenza con tutte le sue durezze, sia soltanto una faccenda di buona volontà ove vince chi ha le maggiori capacità persuasive è manifestamente falsa.È insostenibile l’idea che chi ricorre alla diplomazia possa svolgere con pieno successo tale attività senza disporre di una forza propria.
Chi tratta può essere preso sul serio dall’interlocutore solo se dispone di una forza che egli giudica pari alla sua o comunque tale da doverne tenere conto. Indovinate perché l’Europa, nelle principali crisi del momento, non disponga di una effettiva capacità diplomatica da mettere in campo. La sua debolezza militare non ne è forse la causa principale?
Da cosa nascono certe idee infondate? In genere, di fronte alle incongruenze, alle contraddizioni e agli errori logici di cui sono intessuti i discorsi politici si fa ricorso all’una o all’altra di due interpretazioni: quella neo-illuminista e quella realista. Per l’interpretazione neo-illuminista al fondo, dietro a questi errori, ci sarebbe un deficit di cultura politica. Per l’interpretazione realista, invece, l’infondatezza di tali ragionamenti non può essere ridotta a un problema di conoscenze inadeguate. Rinvia piuttosto all’esistenza di interessi e di orientamenti che attraverso quei ragionamenti cercano spazio e legittimità nel mercato delle idee politiche, interessi e orientamenti che richiedono di essere identificati e decifrati.
C’è da chiedersi soprattutto perché tali idee infondate («diritto e diplomazia possono prescindere dalla forza, anzi la forza ne è l’antitesi, la negazione») siano così popolari nel nostro Paese. Le ragioni sono molte ma una sembra valere più di tutte le altre. È la confusione che molti fanno (la fanno fin dai tempi dell’unificazione del Paese) fra il sacro e il profano. Roma è la capitale d’Italia ma è anche la sede del Papato. L’autorità morale del Papa non ha alcun bisogno delle «divisioni» di staliniana memoria per parlare ai cuori dei credenti e per smuovere le coscienze. Lo Stato è un’altra cosa. Non ha neppure l’ombra di quella autorità morale. Chi governa uno Stato non può essere un profeta disarmato. Il Papato può e deve prescindere dalle «divisioni», gli Stati no. Uno Stato può essere retto da un regime democratico o da un regime autoritario. Ma in nessun caso può privarsi della forza. Uno Stato disarmato è, semplicemente, una contraddizione in termini. Forse un giorno, come hanno sempre sognato gli europeisti, gli Stati europei daranno vita a un’autentica federazione. Ma se accadrà vorrà dire che la titolarità e il controllo degli apparati della forza si saranno spostati dal livello nazionale a quello federale-europeo.
Nel frattempo, poiché la storia non è acqua, la nostra spiega benissimo perché l’inconsistente (quando è di Stati che si parla) contrapposizione fra forza e diritto e fra forza e diplomazia, appaia comunque convincente agli occhi di una parte tutt’altro che irrilevante della nostra opinione pubblica. Le tradizioni politiche predispongono il pubblico ad accettare certi messaggi e a rifiutarne altri. La loro incidenza è massima quando sono coerenti o compatibili con gli interessi di alcuni e con le preferenze ideologiche di molti in relazione alle questioni più rilevanti del momento. Oggi demonizzare la forza (propria), invocare il disarmo, è coerente con la richiesta di appeasement nei confronti della Russia, con gli interessi di chi vuole al più presto ricominciare a fare affari con quel Paese e con gli orientamenti di quel settore del pubblico che oscilla fra l’aperta simpatia per l’autoritarismo di Putin e il più tradizionale «Franza o Spagna». Nel linguaggio tribale, un po’ triviale (e anche, spesso, fuorviante) in uso qui da noi, tutto questo è coerente con i sentimenti di chi cerca risposte in ciò che si muove alla destra della destra di governo o di ciò che sta alla sinistra del Partito democratico.