Corriere della Sera, 14 agosto 2026
Facce scolpite dall’algoritmo
Prima si ritoccava il selfie per farlo assomigliare al viso dei nostri desideri; ormai, si ritocca il viso perché assomigli al selfie. Per avere una «faccia da Instagram» bastavano Facetune, Photoshop e un buon filtro; ora serve direttamente il chirurgo estetico. Non ci basta più avere un avatar migliore di noi: pretendiamo di assomigliargli anche quando usciamo di casa.
Jia Tolentino, sul New Yorker, le chiama «Faces contoured by the algorithm», facce scolpite dall’algoritmo. Il quale, dopo aver deciso che cosa dobbiamo comprare, mangiare, ascoltare e desiderare, ormai suggerisce anche che faccia dovremmo avere. E il livello di dettaglio è diventato tale che pure la chirurgia plastica deve adeguarsi e ingegnarsi di conseguenza.
Il mento, per dire: stava lì da sempre e godeva di una relativa tranquillità. Ritoccavamo nasi, palpebre, zigomi, labbra. Abbiamo visto facce di attrici, modelle e influencer assomigliarsi via via fra loro e, via via, assomigliare a quelle di commesse, insegnanti, dottoresse, studentesse. Adesso, pare sia arrivato il momento del mento: deve esserci, deve vedersi, deve essere scolpito ed essere fotogenico.
«Da sette-otto anni, è tornato una parte integrante del volto», conferma Marco Klinger, responsabile dell’Unità operativa di Chirurgia plastica di Humanitas, uno che di menti ne ha corretti a centinaia. «Negli anni ‘80 e ‘90 ha riscosso un po’ di attenzione, poi era quasi sparito», spiega. Erano anni rampanti e quindi anni di visi volitivi, aggressivi; poi, chiosa Klinger, «sono arrivati anni da faccina, quasi da bambolina». Anche l’anatomia, a quanto pare, ha le sue stagioni. Ora, il mento è tornato. E non perché siamo cambiati noi. Stavolta è cambiato non il modo in cui ci sentiamo, ma il modo in cui ci guardiamo: non più allo specchio, ma al cellulare.
Klinger: «I pazienti mi mostrano un selfie e dicono: guardi che naso enorme. Ma a 30-40 centimetri il telefono altera le proporzioni: il naso sembra più largo, più grosso. Per vedere davvero la faccia, bisogna fotografarla da un metro e mezzo e poi ingrandire». Ed è dal selfie che si casca sul mento: «Puoi fare il naso più bello del mondo, ma se il mento è piccolo, o sfuggente, al profilo manca qualcosa. Così, circa una paziente su tre che si rifà il naso riceve anche qualche millimetro di volume sul mento». In pratica, per far sembrare più piccolo un naso, a volte, s’ingrandisce il mento.
Bastano due, tre, quattro millimetri. «Sembrano pochissimi, ma sul volto non lo sono per niente», spiega Klinger. «Nelle donne, si aumenta soprattutto un mento debole; negli uomini, si allargano anche mandibola e zigomi, per “mascolinizzare” il viso». Il metodo più semplice è iniettare il grasso del paziente, prelevato dai fianchi o dall’addome: «Sei-sette centimetri cubici sono già molti: una lattina di Coca-Cola divisa per cinquanta», traduce Klinger per chi non ha dimestichezza con i cc. E, per chi temesse di non avere materia prima sufficiente, Klinger chiarisce: «È una quantità minima: ce l’ha pure un campione dell’Inter. Lo dico da tifoso».
Le dive
Sempre più celebrità
confessano lifting, interventi e filler fatti anche da giovanissime
Se servono più millimetri, si passa alla «protesi mentoniera»: «Una piccola protesi di silicone, modellata ad hoc, che si inserisce davanti alla mandibola attraverso un taglietto di circa due centimetri nascosto fra collo e viso». E spesso, già che ci si trova da quelle parti, si sistema anche il collo: se il profilo scende «a tendina», invece di formare un angolo netto, o c’è un po’ di «ciccetta», si elimina il grasso in eccesso e si aumenta la proiezione del mento. L’obiettivo è quell’angolo quasi retto che oggi fa tanto profilo da Instagram.
Non tutti, peraltro, arrivano dal chirurgo col mento già nella lista della spesa, spiega Klinger. Arrivano per il naso e poi capiscono che più che togliere ancora, conviene aggiungere altrove. Qualche volta, Klinger riesce perfino nell’intervento più rivoluzionario di tutti, cioè non intervenire: «Fotografo il paziente da lontano, poi ingrandisco il viso e gli faccio vedere com’è davvero». Spesso basta. Il difetto era nella distanza, non nella faccia.
Negli Stati Uniti, dove le tendenze arrivano prima, i numeri raccontano che il cambiamento non riguarda solo quali interventi si fanno, ma quando. Stando al New Yorker, il 57 per cento dei chirurghi segnala più pazienti sotto i trent’anni e nel 2024, si sono contati quasi 50 mila procedure con Botox e filler su giovani sotto i venti. Si comincia a prevenire la vecchiaia prima ancora di aver finito l’adolescenza. Tolentino formula bene lo slittamento culturale: si è passati dal Botox «preventivo» all’idea che qualunque segno visibile dell’età, a qualunque età, debba essere curato come una patologia. Insomma, Instagram prima ci ha dato i modelli e gli strumenti per correggere la fotografia; poi ci ha insinuato il dubbio che a essere sbagliata non fosse la fotografia. Fosse la nostra faccia.
Il cortocircuito lo creano le celebrity che oggi confessano apertamente interventi, filler e lifting. Un tempo, il ritocco si negava. Oggi, si dà quasi la scheda tecnica. Kris Jenner ha raccontato il lifting del 2011 e il «refresh» del 2025: «Per me, questo è invecchiare con grazia». Kylie Jenner ha ammesso i filler alle labbra cominciati da adolescente. Khloé Kardashian ha confessato una rinoplastica nel 2019 «desiderata per tutta la vita». Megan Fox ha raccontato di essersi rifatta il naso poco più che ventenne e di aver fatto Botox e filler.
Dovrebbe essere un progresso: finalmente sappiamo che quella perfezione non esiste in natura. Il risultato, invece, è che sapere che è in vendita ce la fa desiderare ancora di più.
Alla fine, il volto che dovrebbe renderci riconoscibili diventa quello che ci rende più simili agli altri. È il capolavoro dell’Instagram Face: promette a ciascuno una faccia migliore e, alla fine, consegna a tutti una faccia già vista.