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 2026  agosto 14 Venerdì calendario

Ranucci è tornato a Rocca Massima

In questi giorni di veleni e sofferenze, per cercare finalmente un po’ di quiete, Sigfrido Ranucci è tornato a Rocca Massima, il paese di nonno Sigfrido e dei suoi genitori, dove tutto iniziò. «Da quando avevo due mesi qui ho passato lunghi periodi dell’estate e della mia infanzia. Ho conosciuto gli amori, le amicizie, il senso e l’importanza della solidarietà. Qui ho conosciuto e ho imparato ad apprezzare gli odori della natura, a osservare le stelle nella volta celeste che domina senza inquinamento luminoso. Rocca Massima è il centro della mia anima, dove mi rifugio sempre per staccare dagli attacchi e dalle polemiche».
C’è la scorta davanti casa sua, a scoraggiare qualunque idea di avvicinarsi e suonare il campanello per chiedergli un’intervista. Del resto il suo avvocato, Roberto De Vita, è stato chiaro: «Ho domandato ma preferisce di no, c’è stato un abuso di virgolettati ultimamente».
Le parole che abbiamo riportato, riprese da LatinaToday, sono quelle che il conduttore di Report pronunciò appena un anno fa, il 10 agosto del 2025, cioè due mesi prima dello scoppio della bomba di Lavitola & soci che ora gli ha cambiato completamente la vita. Quel giorno di agosto Mario Lucarelli, il sindaco del piccolo comune lepino di 1.130 abitanti, che si raggiunge da Roma in un’ora di macchina, lo nominò «cittadino onorario». E lui in piazza lo ringraziò con un discorso quasi profetico, usando parole che il giornalista di Report potrebbe adoperare benissimo anche adesso, perché parlando di Rocca Massima in fondo Ranucci è come se parlasse di sé, oggi: «L’immagine di paese arrampicato sulla roccia trasmette contemporaneamente il senso di forza e di precarietà ma con lo sguardo perennemente proiettato all’infinito. Rocca Massima è stata una meravigliosa palestra di vita. Anche nell’insegnamento alla resilienza».
«Resilienza», ecco la parola d’ordine di queste ore drammatiche, una «lotta strenua per la sopravvivenza» davanti al «mare in tempesta» come lo definisce l’avvocato De Vita, che tra le altre cose è anche esperto velista e tenente di vascello della Marina militare. Attacchi politici per fargli lasciare la conduzione in Rai e un senso generale d’assedio. Ma Sigfrido resiste. E se c’è una cosa su cui può contare, dice il legale, è la sua famiglia, che l’ha seguito fino a Rocca Massima e che fa quadrato adesso intorno a lui. Qui c’è Marina, la moglie, che all’indomani dell’attentato di Campo Ascolano, camminando tra i vasi rotti delle piante e i resti bruciacchiati della macchina della figlia, raccontò la loro vita da anni sotto scorta: «È un inferno», disse trattenendo le lacrime.
E ci sono i due figli maschi, il primogenito Giordano e il più giovane Emanuele, che rispondono sui social colpo su colpo ai tanti odiatori: «Siamo abituati alle minacce, ma a questo proprio no», diceva Emanuele quel giorno. Fino ad allora erano state solo lettere minatorie o bossoli trovati nella cassetta della posta. Ma una bomba mai: «Vivere sotto scorta presenta oneri e onori – disse Giordano – Onori perché tante volte a mio padre è stato riconosciuto il valore del suo lavoro d’inchiesta. E oneri perché, come avete visto, poi può succedere che anche la tua famiglia corra dei rischi. Ma noi siamo orgogliosi di papà».
E poi c’è Michela, la figlia di Ranucci, laureata in Legge alla Sapienza col massimo dei voti e la lode, definita una volta da suo padre «il mio piano Mattei per l’Africa», visto il suo impegno in Tanzania con i bimbi disabili. Michela Ranucci è disperata e non fa che piangere da giorni, perché forse della sua famiglia è quella che ha subìto il tradimento più grande da Lavitola. Perché a lei, giovane e appassionata terapista, esperta di disturbo dello spettro, l’ex faccendiere affidò tra i singhiozzi le cure di suo figlio. Per questo Sigfrido Ranucci ora prova «sgomento». Perché Michela quella sera, a Campo Ascolano, rientrò poco prima dello scoppio. E se qualcosa nel piano diabolico del suo «amico» fosse andato storto, lei davvero avrebbe potuto rimetterci la vita.
I pm, dopo l’arresto di Lavitola, non hanno ancora convocato Ranucci per sentirlo: «Quando sarà, risponderà come ha sempre fatto», taglia corto il legale. Per adesso il giornalista comunica attraverso i social, ma l’avvocato ieri si è dovuto raccomandare con lui a «usare particolare cautela su Facebook, per evitare le distorsioni o i riverberi che possono essere determinati da lenti portatrici di pregiudizio». Il riferimento è all’ultimo putiferio scatenato dal post di Ranucci in cui richiamava Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino: «Non voleva paragonarsi a loro – chiarisce De Vita – Quel post è un’anticipazione dell’ultimo libro che Sigfrido sta scrivendo». Mistero sul titolo, ma il giallo dell’estate è già qui.