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 2026  agosto 14 Venerdì calendario

Lavitola rimane in carcere

La confessione di essere il mandante dell’attentato al conduttore di Report, l’«amico» Sigfrido Ranucci, non apre a Valter Lavitola le porte del carcere. Il gip ha respinto la richiesta di arresti domiciliari avanzata dal suo legale, l’avvocato Sergio Cola, al termine dell’interrogatorio durato cinque ore. La Procura aveva dato parere negativo. E così il gip: le esigenze cautelari rimangono immutate perché «Lavitola, seppur ammettendo di essere il mandante dell’azione intimidatoria, ha fornito – si legge nelle motivazioni con cui viene respinta l’istanza – ricostruzioni inverosimili», oltre che «fumose e assolutamente generiche».
Lavitola, nell’interrogatorio di garanzia, ha detto di aver pensato l’attentato per il bene di Ranucci, in modo da fare alzare il livello della protezione in favore del giornalista. Per l’organizzazione, ha riferito di aver chiesto a Gomez Clesio Tavares, il suo braccio destro, di sparare «quattro o cinque colpi di pistola verso il muro» della villetta del conduttore di Report a Pomezia. Ma, ha raccontato Lavitola, Gomes – di cui non è stato possibile eseguire l’arresto perché in Africa: è stato avviata la richiesta di estradizione – avrebbe agito in modo autonomo, optando per l’esplosione di un ordigno rudimentale. Lavitola non si è comunque opposto – ha concluso – perché sarebbe stato in questo modo garantito comunque «il valore dimostrativo dell’attentato».
Il movente
Per il gip non è credibile la versione dell’ordigno per far aumentare la scorta del conduttore
Ecco, esclusa l’ammissione di essere il mandante, quali sono per il gip gli elementi che inducono a bollare come inverosimili le ricostruzioni? Primo: appare poco credibile «l’affermazione in cui Lavitola dichiara la sua estraneità alla scelta di utilizzare un ordigno esplosivo». Ha cercato di «ridimensionare fortemente il ruolo svolto nell’organizzazione dell’attentato». Ma, per il gip, «l’asserita violazione degli ordini impartiti appare totalmente inverosimile, stante il rapporto sussistente tra i due, essendo il Gomes vero e proprio “factotum” dell’indagato».
La «pista» israeliana
Per i magistrati le affermazioni di Lavitola dimostrano la sua capacità di depistare
Soprattutto il gip boccia come non credibile «il movente della condotta criminosa ricondotta alla volontà di potenziare la scorta di Ranucci». Che alla base della decisione di Lavitola – rimarca il gip – «ci sia stata l’intenzione di rafforzare la scorta appare oltre l’inverosimile». Il gip ricorda che «Lavitola asserisce come poco prima dell’attentato aveva appreso di un non meglio specificato progetto omicidiario nei confronti del Ranucci a opera dell’intelligence israeliana causato dal servizio realizzato da Report sulla vicenda del cantiere navale Vittoria. Tale notizia lo avrebbe preoccupato, spingendolo ad agire».
Tuttavia per il gip ci sono incoerenze. «A partire dalla circostanza – è scritto nelle motivazioni – riferita da un giornalista di Report, Daniele Autieri, secondo cui Lavitola, nonostante la preoccupazione per l’incolumità dell’amico, ha suggerito al collaboratore del Ranucci di indagare sulla pista dell’intelligence israeliana». Insomma, «Lavitola avrebbe sollecitato Autieri a ricercare i responsabili in quell’ambiente da cui aveva tentato (...) di mettere al riparo la sicurezza di Ranucci compiendo l’atto intimidatorio». Si tratta per il gip «di dichiarazioni fumose, assolutamente generiche e prive di qualsivoglia indicazione concreta suscettibile di riscontro, indice di una consolidata capacità di Lavitola di inquinare (...) dando vita a vere e proprie opere di depistaggio»
C’è poi il pericolo di fuga: «L’indagato – scrive il gip – ha una rete di contatti in Italia e all’estero che gli consente con estrema facilità di allontanarsi e far perdere le sue tracce».