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 2026  agosto 14 Venerdì calendario

Tre azioni per aiutare l’ucraina

Pochi giorni prima dell’aggressione all’Ucraina del 24 febbraio 2022, non tutti nella cerchia attorno a Vladimir Putin volevano la guerra. Persino le persone a lui più fedeli cercarono di fargli capire che era meglio prendere tempo. Non voleva la guerra Sergey Naryshkin, il capo dell’intelligence estera di Mosca, umiliato dal leader durante la riunione del Consiglio di sicurezza trasmessa in tivù. Non la voleva Dmitri Kozak, il vicecapo dell’amministrazione presidenziale, che aveva la delega per l’Ucraina e in seguito sarebbe stato rimosso. Non voleva la guerra Valentina Matviyenko, presidente del Consiglio della federazione russa e terza carica dello Stato. E aveva suggerito di continuare a negoziare con gli americani persino Sergey Patrushev, l’antico collega di Putin nel Kgb che oggi presiede il Consiglio di sicurezza dopo una lunga carriera a capo dei servizi segreti.
Nessuno di loro è mai stato un moderato. Kozak aveva brutalmente eseguito l’annessione della Crimea. Patrushev nel 2023 avrebbe organizzato l’operazione per far esplodere in volo l’aereo del mercenario Evgeny Prigozhin, colpevole di essersi ribellato. L’autrice russa Alexandra Prokopenko ricostruisce dai verbali del Cremlino queste dinamiche in un libro in uscita in settembre («From Sovereign to Servants. How the War Against Ukraine Reshaped Russia’s Elite», Hust & Company) e quella che ne emerge è una lezione che quattro anni e mezzo dopo resta attuale.
P utin non sta cercando una via d’uscita, non l’ha mai fatto. Cerca solo segni di stanchezza nel fronte che si oppone ai suoi scopi. E se era così quattro o cinque anni fa, non molto è cambiato oggi.
Nei mesi prima dell’invasione – documenta Prokopenko – lui e i suoi si erano convinti di poter ottenere dalla Casa Bianca praticamente tutto ciò che dicevano di volere: l’impegno a congelare per anni qualunque discussione sull’accesso dell’Ucraina alla Nato (che comunque non era imminente); il blocco della fornitura a Kiev di armi che avrebbero potuto minacciare la Russia; uno statuto speciale per il Donbass a tutela della popolazione di lingua russa, che peraltro l’Ucraina aveva già accettato.
Putin ha scelto però di aggredire, contro i consigli dei suoi, creando per il proprio Paese esattamente i problemi di sicurezza che sosteneva di voler prevenire. Nel 2022 l’Ucraina non minacciava la Russia e non ne aveva i mezzi. Oggi i missili di Kiev colpiscono quasi tutti i giorni raffinerie, fabbriche di armi, depositi di merci, snodi logistici anche a oltre mille chilometri dal confine. Nel 2022 dieci milioni di persone di lingua russa e ucraina vivevano nel Donbass; oggi il Donbass è una landa devastata, la popolazione ridotta a un terzo, le città senz’acqua. Ma Putin non dà i segni di volersi fermare, benché il ritmo dell’avanzata del suo esercito sia ridotto a circa un quinto di quello di un anno fa. Ogni mese, la Russia lancia un centinaio di missili balistici sulle città ucraine. Intanto l’esercito ha iniziato rastrellamenti forzati di uomini da mandare al fronte almeno nella regione di Penza, nella Russia europea, e vicino a Vladivostok sul Pacifico, forse in vista di un’altra mobilitazione in autunno. Sempre più spesso i morti in battaglia, non recuperati, vengono dichiarati «disertori» in modo che il governo possa evitare di pagare le indennità alle famiglie.
Non serve molto altro a capire che questa non è mai stata una guerra per due province dell’Ucraina orientale. Neanche un autocrate distaccato dalla realtà dopo un quarto di secolo al Cremlino manda 350 mila dei suoi a farsi uccidere, un milione a farsi ferire e storpiare per un piccolo pezzo del Donbass; non al costo di oltre duecento miliardi di dollari e di un isolamento di Mosca che è senza precedenti dall’era di Stalin.
Lo scopo di Putin è sempre stato lo stesso: asservire l’Ucraina, come passo per sovvertire l’ordine europeo emerso con la fine dell’Unione sovietica («la più grande catastrofe geopolitica del ventesimo secolo»). Quell’obiettivo non è mai cambiato ed è di esso che noi europei dobbiamo tenere conto quando, per l’ennesima volta, torniamo a chiederci come avvicinare la fine della guerra. Un’iniziativa «diplomatica» dell’Unione europea o di alcuni dei suoi governi per spingere l’Ucraina a cedere tutto il Donbass – ammesso che sia politicamente possibile – non risolverebbe il conflitto: consegnerebbe ai russi l’ultima cintura fortificata da cui poter dilagare verso Kharkiv a nord o verso Odessa a sud-ovest, tagliando fuori il Paese dal mare e rendendolo vassallo di Mosca.
Cosa può fare dunque l’Europa, escluso quello che fa già, per far tacere le armi difendendo l’Ucraina e l’ordine democratico del continente? Esistono tre direzioni. La prima riguarda le riserve russe congelate. Tra dieci mesi potrebbe insediarsi all’Eliseo Marine Le Pen, una leader mai ostile a Putin e in passato legata a finanziamenti russi, che potrebbe opporsi a qualunque nuovo pacchetto di aiuti a Kiev. È dunque urgente mettere a punto subito un meccanismo fondato sulle riserve di Mosca, per garantire a Kiev le centinaia di miliardi di euro necessarie a resistere a un’aggressione che potrebbe durare ancora a lungo. Farlo manderebbe il messaggio che non ci saranno cedimenti. Il secondo punto riguarda gli intercettori dei missili balistici con i quali oggi Putin mira a terrorizzare la popolazione ucraina e a spingerla verso l’Unione europea, in modo da dividere ed esasperare gli animi: all’uomo del Cremlino non sarà sfuggito lo spettacolo di sé che i governi europei hanno dato durante la crisi di Ceuta. Sugli intercettori contro i missili balistici russi, italiani, francesi e britannici sanno bene che avrebbero potuto fare molto di più, perché sono i soli a poter produrre un’alternativa ai Patriot americani: ora è il momento di farlo.
Il terzo punto però riguarda gli scricchiolii che si sentono a Mosca. Possono essere la chiave che costringerà il Cremlino a fermarsi. Herman Gref, il capo della più grande banca russa, si è spinto a dire in pubblico che tutti i russi dovrebbero volere la pace e che l’economia del Paese così non può tenere. Per gli europei è tempo di cercare contatti sotterranei con queste élite putiniane, compromesse ma potenzialmente infedeli. È tempo di offrire loro strade per la defezione in Europa, in modo da indebolire il regime. Limitarsi a sanzionare tutti gli uomini di Putin soddisfa sì il nostro senso di giustizia, ma intrappola gli oligarchi nel loro Paese e li obbliga ad arroccarsi attorno al Cremlino: complici fino all’ultimo giorno. Invece noi dobbiamo scavare il terreno sotto ai piedi di Putin, minando le fedeltà nel suo sistema.
L’unica via semplice e rapida verso una tregua è lasciar vincere la Russia, omettendo di aiutare davvero l’Ucraina. Ma la pagheremmo poco dopo; la stiamo già pagando, viste le interferenze di Mosca in tutte le grandi democrazie europee (Italia inclusa). La missione storica di questa generazione di leader europei è dunque chiara davanti a loro: saranno all’altezza, oppure non lo saranno.