Corriere della Sera, 13 agosto 2026
L’amore tra Livio Berruti e Wilma Rudolph
Secondo te Wilma ti aspetta per una corsetta tra le nuvole, Livio? «Silvia, mia moglie, è troppo intelligente per essere gelosa. Io, nel dubbio, le scarpette chiodate me le porto...».
Le telefonate di Livio Berruti arrivavano, graditissime, a ridosso di una grande manifestazione. Già ultraottantenne, aveva la curiosità di un ragazzino. Come sta Jacobs? Chi mettono al lancio della 4x100? E Tortu: si schiera sui 100 o sui 200? Esaurite le domande, l’interesse della cronista tornava alla più celebre storia d’amore (platonico) dell’estate romana 1960, Livio e la gazzella nera Wilma Rudolph a passeggio per mano nel villaggio olimpico, la pruderie dell’Italia benpensante – la legge sul divorzio sarebbe arrivata solo dieci anni più tardi, figuriamoci – solleticata da quella coppia così moderna e ante litteram. Ogni telefonata un aneddoto diverso, chiuso dal post scriptum della risata gorgogliante di Livio, con quella erre resa sempre più blesa dall’età galoppante. «Il mio inglese era scarsissimo. La mia esperienza con le donne, nonostante la tresca con la russa Tonya l’anno prima a Mosca, era limitata. Sono sempre stato per la qualità, non per la quantità. A costo di beccarmi gli sfottò dei compagni di squadra».
Cinquanta, sessant’anni dopo, Wilma era ancora un incanto. «Alta, elegante, magnetica. Due occhi vivi e colmi di promesse. Un fluido ammaliante, dentro il quale immergersi»: la prosa aulica di Livio, raccontando il fiore sbocciato sulle rovine del dopoguerra – Roma ‘60 —, toccava vette altissime. L’Italia aveva voglia di rimettersi in piedi («In giro c’era una povertà gioiosa: di quei giorni, più della medaglia, ricordo un grande slancio verso il futuro») e Berruti di correre: verso il filo di lana dei 200 (oro) e la diversità, nera e sensuale, di Wilma Rudolph, il fantasma con cui è stato sposato 66 anni. La suggestione collettiva fu travolgente. L’italian boy nato bene a Torino e l’americana del Tennessee: quante fantasie scatenarono sulle riviste di costume dell’epoca. Livio avrebbe potuto farne un genere letterario, ma era troppo signore per approfittarne: «Io e Wilma non consumammo mai quell’amore». Per un buon motivo: «Gli allenatori della squadra Usa, che al villaggio olimpico ci seguivano ovunque, mi fecero capire che su Wilma aveva messo gli occhi un giovane pugile del Kentucky che sarebbe stato meglio non infastidire per due ragioni: perché era a Roma per vincere l’oro dei medio-massimi, una delle medaglie a cui gli Stati Uniti tenevano di più, e perché, se provocato, avrebbe potuto diventare aggressivo». Quel pugile che stava dietro a Wilma era un certo Cassius Clay.
Finì così, sul nascere, la più grande storia d’amore e di sport di tutti i tempi. Nel museo della memoria ne conserviamo rari e preziosi reperti, li abbiamo rispolverati a ogni anniversario; anche oggi che Livio si mette sui blocchi per l’ultima volta a Stroppiana, nel Vercellese, poi diventerà imprendibile. Li custodiamo, quei reperti, in nome di ciò che avrebbe potuto essere e non fu, e di Wilma che, dopo essere nata prematura e aver bruciato sul tempo la poliomielite, cominciando a camminare a 8 anni e polverizzando a 20 i 200 in 22’’9 (prima donna nella storia a scendere sotto i 23’’), se ne andò il 12 novembre ‘94 per un tumore al cervello. «Lo seppi dai giornali – ricordava Livio immalinconendosi – e ci rimasi malissimo».
Il resto è noto. O quasi. L’incontro al villaggio a gare non iniziate. «La Rudolph vorrebbe scambiare la tuta con te, Livio» gli dissero. Lo sventurato rispose. Senza sapere che, da quel giorno, non avrebbe mai più smesso di farlo. «Quella famosa foto di noi due mano nella mano, con le dita intrecciate, che lascia sottintendere chissà cosa, in realtà fu scattata cinque minuti dopo che ci presentarono». Un gesto di forte intimità, un messaggio potentissimo al mondo appena tre anni prima del discorso di Martin Luther King a Detroit: «I have a dream, ho il sogno che un giorno i bimbi bianchi e quelli neri possano stringersi la mano come fratelli e sorelle...». Come Livio e Wilma. Le cronache registrano incontri fugaci al campo d’allenamento e all’Olimpico. Mai in privato. Mai soli. «C’erano sguardi lunghissimi, occhi negli occhi, perché da subito ci eravamo sintonizzati. Con le mani, che stringevamo appena potevamo, ci comunicavamo tutto ciò che le parole non esprimevano. Negli abbracci Wilma mi trasmetteva una magia e una volta le rubai un fugace bacio a fior di labbra, però i coach erano come cani da guardia, le trasgressioni non erano permesse e all’epoca vigeva una legge ferrea: mai sesso prima delle gare».
Mentre Cassius Clay prendeva a pugni Roma (oro annunciato), Livio vinceva i 200 e Wilma i 100, i 200 e la staffetta 4x100. «Mi ero preparato un piano: appena finite le gare avrei invitato fuori a cena Wilma, immaginavo di portarla a Trastevere senza sapere che, a casa, aveva un figlio e un uomo». Invece gli Usa la caricarono su un aereo con i tre ori al collo. «Sparì nel nulla, senza salutare».
Ciao Livio, sei diventato la colomba bianca che il 3 settembre ‘60 aiutasti a volare.