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 2026  agosto 13 Giovedì calendario

C’è un brano che gira quest’estate. Si intitola Dimanche Midi Pile ed è firmato da Gisèle. Solo che non si sa se Gisèle esista

C’è un brano che gira quest’estate. Si intitola Dimanche Midi Pile ed è firmato da Gisèle. Solo che non si sa se Gisèle esista. O se siano, lei e il tormentone, interamente frutto dell’intelligenza artificiale. Per questo Rtl 102.5 ne ha sospeso la messa in onda, mentre Fimi (Federazione Industria Musicale Italiana) e Spotify scendevano in campo per fare ordine.
L’associazione dei discografici ha annunciato nuove regole per includere o meno pezzi che usano l’AI nella sua classifica (il brano di Gisèle non le rispetta, quindi è fuori). Su Spotify invece gli artisti generati con l’AI saranno contrassegnati ed esclusi dall’algoritmo che suggerisce musica. «Si tratta di policy adottate a livello globale», spiega Enzo Mazza, ceo di Fimi. «L’obiettivo è di garantire trasparenza nei confronti dei fan». Per entrare in classifica e accedere alle certificazioni e ai diritti d’autore, un brano deve usare un servizio di AI «autorizzato e lecito», essere «sostanzialmente realizzato da un essere umano» e non presentare rischi di manipolazione degli ascolti per scalare le chart. «L’AI non è negativa in sé, ma si deve salvaguardare la creatività umana, indicando dove e come è stata usata».
Dal 2 agosto gli obblighi di trasparenza dell’AI Act impongono di segnalare quanto è fatto con l’AI. Nel caso della musica, «esistono già due loghi, che indicano se è interamente o parzialmente prodotta con l’AI», spiega Mazza. «Abbiamo già sollecitato la Rai a vigilare sui brani del prossimo Sanremo». Ma quante sono le canzoni fatte con l’AI? «Deezer ha dichiarato che vengono caricate 90mila canzoni al giorno, quasi il 50%. Senza dimenticare le frodi: contenuti illegali fatti “ascoltare” da bot per guadagnare».
Sulla hit di Gisèle «ci erano venuti dubbi sulla sua messa in onda», racconta Lorenzo Suraci, presidente di Rtl 102.5. «Dopo la nota Fimi, l’abbiamo bloccata». Già di norma la sua radio, con Radio Zeta e Radiofreccia, non trasmette brani creati artificialmente. «Per noi quella non è musica. Musica è arte e cervello». Ben vengano comunque le regole, concorda Suraci. «È un punto di partenza per discutere. Poi si può essere favorevoli o contrari. I prodotti dell’AI sono tutti uguali, senza anima».
Che l’intelligenza artificiale balli il tango con l’industria discografica non è una novità. L’anno scorso è nata Iam, la prima cantante italiana creata (esplicitamente) da un codice. Xania Monet, cantante AI, è entrata nella classifica Billboard per la radio. A febbraio è in programma Saremo AI, competizione con 27 cantanti virtuali. Paul McCartney con l’AI ha estratto la voce di John Lennon per Now and Then. Certo, la questione è delicata. Giusy Ferreri, per dire, è stata la prima cantante europea (anche Taylor Swift l’ha fatto) a depositare la sua voce come marchio contro l’AI.
«Se un pezzo mi emoziona e funziona sulla pista, per me è quello che conta», spariglia le carte il deejay Benny Benassi. «Ovviamente c’è una differenza enorme tra utilizzare la AI come uno degli strumenti che aiutano il processo creativo e chiedere a una macchina di generare un brano completo, magari mentre sei in spiaggia, imitando la voce o lo stile di altri dj». Nel pop, «non ci vedo niente di male se, invece di farsi aiutare da dieci songwriter diversi, un artista si faccia aiutare anche dall’AI». Ma la trasparenza conta: «Se voce, musica e testo sono generati da una macchina, credo sia giusto dichiararlo. Non vietarlo: chiamare le cose con il loro nome».