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 2026  agosto 12 Mercoledì calendario

Una cordata italiana per l’Ilva

Da una parte un’offerta – quella degli indiani di Jindal – che non ha mai pienamente convinto (altrimenti la gara sarebbe stata assegnata) che riguarda gli stabilimenti nel loro complesso. Dall’altra la possibilità di una manifestazione d’interesse della cordata italiana – quella messa su da Federacciai con, tra gli altri, Arvedi, Marcegaglia, Feralpi, Duferco, Beltrame e Lucchini – che esclude, invece, l’area a caldo. Su questo il presidente di Federacciai Antonio Gozzi, subito dopo il consiglio dell’associazione che il 10 agosto gli ha dato mandato di verificare la sussistenza delle condizioni per una manifestazione d’interesse per l’ex Ilva, è stato chiaro: «Le condizioni abilitanti sono multiple – ha spiegato Gozzi – nel senso che riguardano la perimetrazione e gli altri aspetti. Noi ci occuperemmo di tutti gli impianti esclusi quelli fermati dal decreto della Corte d’Appello di Milano». Che lo scorso 27 luglio ha stabilito, appunto, che l’area a caldo dell’ex Ilva – la parte centrale della fabbrica – deve fermarsi entro 90 giorni poiché inquinante a causa della presenza di amianto e di polveri sottili (PM 10 e PM 2,5). E i 90 giorni, nel frattempo, sono già scesi a 75 perché l’area a caldo andrà fermata entro il 26 ottobre.
Cosa significa escludere l’area a caldo? Sostanzialmente significa dire che gli acciaieri italiani fornirebbero a Taranto le bramme che il siderurgico non può più produrre per lo stop giudiziario all’area a caldo e una volta trasformate le bramme in semilavorati, gli stessi acciaieri ritirerebbero questi ultimi per lavorarli ulteriormente e trasformarli nelle loro aziende. In questo modo, in attesa di sviluppi per l’ex Ilva, la catena di fornitura da Taranto verso la filiera dell’acciaio e la manifattura industriale non si interromperebbe del tutto. In seguito lo stesso Gozzi non esclude che si possa pensare «a un forno elettrico: è nella natura industriale delle cose perché prendere 4-5 milioni di tonnellate da mercati esterni non è una buona operazione industriale».
Sia l’offerta di Jindal che la eventuale manifestazione d’interesse made in Italy non prevederebbero più di 3.500 dipendenti, meno della metà degli attuali. Una situazione non facile da affrontare e per la quale gli acciaieri italiani (anche in vista di bonifiche e investimenti da fare) non disdegnerebbero una partecipazione, minoritaria, dello Stato nella cordata (che però non potrebbe utilizzare come veicolo Cdp che per statuto non può investire in società in perdita come l’ex Ilva.