Corriere della Sera, 12 agosto 2026
Intervista a Stefano Massini
«La mia passione per il teatro? Nasce dalla balbuzie. Quando ero bambino ero molto isolato perché balbettavo, ma le uniche volte che riuscivo a parlare senza incepparmi, era quando facevo le imitazioni degli insegnanti… talmente bravo, che mi ritagliai un piccolo pubblico di compagni: mi venivano a cercare proprio per assistere ai miei spettacolini, una prima forma di teatro. Infatti, ho iniziato il mio mestiere come attore».
Stefano Massini ha iniziato come attore, poi ha proseguito come regista e prolifico scrittore. Le sue opere sono state tradotte dagli Stati Uniti all’Iran, dall’Austria alla Gran Bretagna, dalla Norvegia all’Azerbaijan, dalla Cina all’India, l’Australia, il Giappone… e altri ancora. Inoltre, è stato l’unico italiano ad aver vinto cinque Tony Awards.
Non sarà troppo?
Ride: «Devo dire la verità: l’ho pensato anch’io! Ma ho ricordi bellissimi delle rappresentazioni all’estero. In Messico, mentre un’attrice anziana stava recitando il mio Donna non rieducabile, ci fu una scossa di terremoto. Gli spettatori scapparono, ma lei prese una scatola di frutta, la portò all’aperto, salì sulla scatola e riprese a recitare. Un’altra volta, attrici iraniane misero in scena, nonostante i divieti, il mio 7 minuti e, tanti anni fa, assistetti a una lettura di Lehman Trilogy in una piazza gremita nel Senegal».
Come mai le sue opere funzionano bene anche all’estero?
«Perché provano a guardarsi intorno al di là della dimensione locale. L’Italia è un paese di identità locali, dialetti, radici profonde che sono la sua forza. Io non ho queste radici perché da piccolo mi trasferii in periferia, tra Firenze e Prato, dove c’erano gigantesche ondate di mano d’opera cinese, albanese, nordafricana. Alle elementari nella mia classe noi italiani eravamo la minoranza e sono cresciuto con una mentalità aperta».
Una mentalità aperta anche oltre le religioni: si è definito mezzo cristiano e mezzo ebreo.
«Quando avevo 4 o 5 anni, mio padre aiutò un suo amico ebreo a salvarsi da un attacco di cuore. Esiste una legge in ebraismo che dice: se salvi la vita a un ebreo, egli è tenuto ad aprire le porte della propria famiglia al “giusto” che lo ha salvato. L’ebreo amico faceva anche l’attore e la moglie, maestra, insegnava in una scuola ebraica dove si facevano lezioni di inglese e io, ogni tanto, le andavo a seguire. Così sono entrato in quella dimensione mista, tra cultura cattolica ed ebrea, un piede di qua e uno di là. E non solo».
Cioè?
«Mi sono laureato in egittologia, archeologia romana e ho studiato l’arabo, quindi la relativa cultura che, nella mia valigia, si associa a quella cattolica ed ebraica. La verità è che mi sono sempre interessate le vite degli altri. Ricordo un episodio: camminavo per strada con degli amici e, a un certo punto, mi blocco vicino a un palazzo come fossi ipnotizzato. Gli amici mi chiedono il motivo e io rispondo che stavo vedendo, attraverso la finestra di quel condominio, due tizi che stavano litigando e non potevo far a meno di ascoltare cosa si stavano dicendo. Perfino quando sono a cena in un ristorante, mi viene spontaneo ascoltare cosa dicono quelli seduti nei tavoli vicino a me e, a volte, appaio maleducato con i mie commensali…. Ma è come se quelle storie altrui mi chiedessero di essere ascoltate e poi, magari, di venire raccontate».
Lei ha esordito in palcoscenico come assistente volontario di Luca Ronconi al Piccolo di Milano.
«Assolutamente volontario, mi pagavo tutto da solo e rido ancora ripensando ai salti mortali che facevo in una Milano già all’epoca molto cara. Per pagarmi il tetto sotto cui dormire, risparmiavo sul cibo. Ho fatto un mese di prove col maestro Ronconi, mangiando solo crackers, tonno, banane e, alla fine, mi è venuta una gastrite incredibile! Una scuola straordinaria la sua: il grande regista mi diceva che, per fare teatro, occorre essere connessi col mondo, capire cosa la gente respira o non respira, cosa capisce o confonde».
In seguito, proprio Ronconi portò in scena «Lehman Trilogy», il crollo di un’economia. Uno spettacolo che durava sei ore, cosa rara e impegnativa anche per il pubblico.
«La versione originale durava otto ore ma Luca, nella maratona che ne realizzò, ne tagliò due. La lunghezza dell’opera era una provocazione ed è stato il suo elemento di forza».
Perché lei, da toscano, invece del crollo di una banca americana, non ha raccontato quello del Monte dei Paschi di Siena?
In tournée
«Lavoro bene all’estero In Iran delle donne misero in scena un mio testo sfidando i divieti»
«Non mi interessava raccontare una storia troppo vicina a me».
Il suo è un teatro militante…
«La mia prerogativa è leggere i giornali e poi stare in movimento: non riesco a scrivere stando fermo davanti a un computer, ho bisogno di muovermi. Un tempo registravo quello che volevo scrivere, mentre andavo addirittura in bicicletta, oggi lo faccio camminando: la parola deve essere dinamica per affrontare temi della contemporaneità come il lavoro, il crollo di una banca oppure i grandi ritratti sul potere politico».
E ha realizzato un ritratto di Trump e uno di Putin…
«All’apparenza sono agli antipodi: Trump nasce ricco; Putin nasce nella miseria di una Leningrado degradata, in una famiglia povera, ma entrambi, sin da ragazzini erano indisciplinati, non hanno mai sopportato le regole… Trump emerge con una carriera fatta di televisione, l’altro si tiene lontano dal piccolo schermo. Eppure, oggi li troviamo così simili, tutti e due sono abbeverati di violenza e del bisogno di incutere terrore».
Politici italiani?
«L’unico è stato Matteotti (Anatomia di un fascismo), lo spettacolo con Ottavia Piccolo protagonista».
Lei recentemente ha subito il declassamento del Teatro della Toscana, di cui è direttore artistico, da Teatro Nazionale a Teatro della Città.
«È la prima volta che accade una cosa del genere nella storia dei teatri pubblici. Mi hanno voluto punire, non sto simpatico a qualcuno. Per fortuna, col ministro Giuli ho poi avuto un rapporto collaborativo e abbiamo trovato una forma di compromesso».
Che Paese siamo diventati?
«Viviamo nella grande bolla dei social, dove ci impicciamo della vita degli altri, su cui spariamo i nostri giudizi senza essere interpellati. La democrazia mantiene la sua forza, però ci hanno convinti che il vero Parlamento sia nei social. Sono assolutamente d’accordo con il vietare l’accesso ai social ai minori di 15 anni. L’infanzia, l’adolescenza vanno protette, perché a quelle età non ti puoi difendere. Il cellulare è una finestra spalancata, da cui entrare qualunque cosa».
La frequentazione del teatro può contrastare il dominio dei social?
«Certo che sì, perché è connaturato all’essere umano. Al contrario del cinema, che puoi vedere in sala oppure, come i social, sul cellulare magari interrompendo il film e poi riavviandolo a piacimento, lo spettacolo teatrale impone la tua presenza fisica, non puoi interromperlo e poi riavviarlo… In questo consiste la sua forza gigantesca, esiste da millenni, non morirà mai. Rammento, una battuta di Dario Fo: la cosa bella del teatro è che se crolla il tetto, muore l’attore e anche lo spettatore; se crolla il tetto del cinema, muore solo lo spettatore… E aveva ragione».
Dall’uso indiscriminato dei social all’intelligenza artificiale il passo è breve?
«Purtroppo sì e mi fa tantissima paura. Su certe cose pratiche, può offrirci dei vantaggi, ma i rischi di sostituirsi all’essere umano sono molti. La ricerca della felicità, magari attraverso l’AI, è una grande fregatura. Come diceva Schopenhauer, aspettiamo una vita intera il momento in cui saremo felici, ma quel momento non arriva mai».