Corriere della Sera, 10 agosto 2026
Lavitola è in galera
ROMA L’attentato era finto: mirato ad «accrescere la popolarità» di Sigfrido Ranucci e «favorirne l’ascesa politica» per garantire un «ruolo di primo piano nel nuovo scenario» a chi lo aveva commissionato. Ma lui, il mandante, «l’amico fraterno» Valter Lavitola, in carcere ieri ci è finito davvero. Anzi ci è tornato. Aveva già scontato quattro anni per una delle varie condanne collezionate: 3 anni e 8 mesi patteggiati per la gestione fraudolenta dei fondi dell’editoria per l’ Avanti e 2 anni e 8 mesi per tentata estorsione a Silvio Berlusconi, cui avrebbe chiesto 5 milioni per tacere sulle escort, nell’inchiesta barese. Quella a 3 anni per corruzione, per la compravendita di senatori mirata a far cadere il governo Prodi, fu prescritta in appello. Ora, l’accusa che lo porta a Rebibbia è la tentata strage, aggravata dal metodo mafioso.
La giudice delle indagini preliminari Iole Moricca, ha accolto le richieste di custodia cautelare per lui e per il suo factotum Gomes Clesio Tavares, irreperibile, per il quale è già scattata la caccia internazionale. Secondo la gip anche per il sessantenne campano che ora gestiva la pescheria-bistrot Cefalù a Roma, era alto il rischio, oltreché di inquinamento probatorio, di fuga. Giacché, si legge nell’ordinanza, aveva contatti in Camerun con una donna che chiamava confidenzialmente «meu amur». E il 30 giugno scorso, a pochi giorni dall’arresto degli esecutori materiali, «quattro piccoli pregiudicati dell’Avellinese», Lavitola aveva già acquistato un biglietto per un viaggio in Africa. «Evitato solo perché gli è stato notificato il decreto di perquisizione», scrive la gip.
Per la giudice Ranucci, non indagato, è «vittima» di Lavitola: un «manipolatore», «dall’astuzia raffinata», che da subito tenta di accostare la propria posizione a quella del giornalista («dicendo che se era lui il mandante voleva dire che era d’accordo anche Ranucci»). E poi sminuisce come «inverosimile» l’idea dei pm. Convinto che «con il sostegno del giornalista la propria posizione risulterà avvantaggiata». Il movente, per gli inquirenti, è proprio in quel «legame profondo instauratosi» tra i due. Nessun «accordo». L’attentato doveva apparire anche a Ranucci, come all’opinione pubblica, «un avvertimento per intimorirlo rispetto alla prosecuzione delle sue inchieste, ma mai per porre in pericolo l’incolumità».
Il progetto di fare del giornalista un «candidato presidente» Lavitola lo coltivava da tempo. Nel 2024 gli aveva detto «sei uno dei pochi leader papabili». E «se ti mandano via dalla Rai hai fatto bingo». Il 26 giugno 2025 aveva insistito «ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente, cerca di cogliere». Infine l’«aiutino» di quell’esplosivo che, nelle intenzioni di Lavitola, ne avrebbe fatto un premier.
Per il legale di Ranucci, Roberto De Vita, «l’arresto conferma la gravità e la complessità dell’attentato di cui sarà fondamentale comprendere movente e contesto di maturazione». L’avvocato evidenzia che «mentre per i magistrati è evidente come Ranucci sia la vittima, per alcuni giornalisti e politici lo stesso attentato viene trasformato nel pretesto per regolare i conti con Report».
Inevitabile la coda di polemica politica. FdI si prende la rivincita sui «teoremi e le vili speculazioni della sinistra: ricordiamo come all’indomani della bomba, Elly Schlein si precipitò all’estero per gettare ombre sul governo Meloni, o quando in commissione Antimafia il senatore M5S Scarpinato assecondò deliri su inesistenti pedinamenti di Stato gettando ombre sul sottosegretario Fazzolari», scrivono i parlamentari meloniani in commissione di Vigilanza. I colleghi 5 Stelle replicano: «Il punto di partenza incontestabile è che Ranucci sia parte lesa in questa vicenda. Qualunque speculazione fatta dalla destra è excusatio non petita, nessuno ha messo in relazione il governo con l’attentato». E concludono: «È un dato di fatto che non gradissero le inchieste di Report che riguardavano loro esponenti e che certe vicende loro le chiuderebbero volentieri in fondo a una cassaforte come le chat di Delmastro».