Corriere della Sera, 10 agosto 2026
La vita di Anthony Bourdain in un film
Ogni supereroe ha la sua «origin story», l’evento fondativo, la cosa che gli ha regalato i superpoteri. Per Anthony Bourdain – chef, scrittore, protagonista di programmi tv su cibo e viaggi – fu l’estate passata a diciannove anni, per sbaglio, al mare di Provincetown, quando finì a fare il lavapiatti in un ristorante e capì che l’università – voleva diventare scrittore – non faceva per lui, e decise di diventare chef.
Bourdain è scomparso nel 2018, sconfitto dalla depressione, e ora la sua giovinezza diventa un film, Tony, appena uscito negli Stati Uniti e confortato da recensioni a cinque stelle (per il Wall Street Journal è il film più bello visto finora nel 2026). Bourdain raccontò quell’estate in poche pagine del suo best-seller Kitchen Confidential (Feltrinelli) e il regista Matt Johnson si concentra solo su quelle: non vediamo il Bourdain adulto re della cucina di Les Halles a Manhattan, lo scrittore tradotto in tutto il mondo, la celebrità che invita Obama a mangiare in un umile ristorante di Hanoi per il suo programma tv Parts Unknown.
Vediamo solo il ragazzino allampanato che Bourdain stesso descrisse anni dopo senza farsi sconti come «un pischello zoticone, viziato, incazzato, narcisista, autodistruttivo e sconsiderato, con un disperato bisogno di essere preso ben bene a calci nel sedere».
E i calci nel sedere arrivano davvero, nella cucina di un ristorante da poco prezzo dove Tony lava piatti e osserva. Il film rifugge l’agiografia ed è questa la sua arma vincente (è un piccolo film indipendente prodotto però dalla A24 specializzata in premi Oscar, da Moonlight a La zona d’interesse). Il Bourdain del film è bugiardissimo, ladro, arrogantello, ma a salvare tutto arrivano due attori: il protagonista Dominic Sessa che avvolge l’insopportabile lavapiatti di una sincera, confusa vulnerabilità adolescenziale e Antonio Banderas nei panni del suo mentore, lo chef che non fa prediche, lo sveglia al mattino con secchiate d’acqua gelata, ma fa l’unica cosa possibile con un ragazzo di quel tipo. Gli presenta ogni giorno l’esempio pratico, tangibile, di come ci si comporta, e di come si vive.
Il Tony del film ammira da lontano la ragazzina per la quale dal New Jersey ha preso il bus fino a Cape Cod, nel Massachusetts, la tenera Nancy che però un fidanzato ce l’ha già, Dulcinea del donchisciottesco lavapiatti con sogni (confusi) di gloria letteraria. La sceneggiatura si prende delle libertà perché non è un documentario: il mentore non era come Banderas, il ristorante era diverso, le estati furono due, il libro di cucina che fa scoprire la vocazione a Tony non è francese ma, più prosaicamente, un libro di ricette di pesce di Cape Cod, ma non importa. Chi conobbe il giovane Bourdain garantisce per il film, e nella scena finale – il colloquio per essere ammesso alla scuola di cucina più prestigiosa d’America – ecco la comparsata di un amico del vero Tony, lo chef Eric Ripert, che attraverso quel piccolo viaggio nel tempo chiude con un sorriso la storia della gioventù del suo amico che non c’è più.