Corriere della Sera, 9 agosto 2026
Un altro libro sulla Fallaci
La prima telefonata, nel settembre 2002, fu per una richiesta. Non di intervista, ma di intervento: «Mi rivolgo a lei, socialista, perché mi aiuti a convincere sindaco e Presidente Martini a non farne nulla con questo Social Forum. I comunisti lo vogliono a tutti i costi ma mettono a repentaglio la mia Firenze».
Il socialista cui la fiorentina Oriana Fallaci rivolgeva da New York il suo appello, senza ammettere repliche, era Riccardo Nencini, all’epoca presidente del consiglio regionale della Toscana. La questione era la successiva edizione del Social Forum, programmato a Firenze, dopo il catastrofico G8 di Genova.
Era passato un anno dagli attacchi terroristici agli Stati Uniti, dalla distruzione delle Torri Gemelle e dallo storico articolo La rabbia e l’orgoglio che, sotto la direzione di Ferruccio de Bortoli e con la diplomazia del caporedattore Alessandro Cannavò, il «Corriere della Sera» aveva conquistato da Oriana Fallaci.
Un’eco internazionale aveva accompagnato il suo contenuto e il ritorno sulla scena giornalistica della più famosa inviata di guerra al mondo, dopo dieci anni di silenzio.
A lei ne restavano cinque di vita. Quattro, quando Nencini rispose alla sua prima chiamata e promise vagamente «ne parlerò», sapendo di avere scarsissime probabilità di far cambiare programma al governo regionale, presieduto da Claudio Martini e al sindaco, Leonardo Domenici.
Intraprese l’ultima marcia de-cidendone ogni passo. Chiamava il suo tumore l’«Alieno»: «Un cretino! Mi uccide e morirà con me»
Non sapeva, invece, che a quella prima telefonata ne sarebbero seguite molte altre; che a un certo punto avrebbero smesso di chiamarsi «signora» e «presidente»; che sarebbero passati al «tu»; che sarebbero diventati amici: in nome del comune amore per Firenze, certo, ma anche di una fiducia che Fallaci non concedeva facilmente. E di aspettative che, al termine della sua esistenza, riponeva (spesso invano) nella sua città.
Presidente a Firenze, dal 2023, anche del Gabinetto scientifico letterario G. P. Vieusseux, Nencini ha condiviso la memoria di quelle lunghe conversazioni, dei brevi litigi, delle confidenze e delle sofferenze nelle 180 pagine di Mai stanca di vivere. Passioni e tumulti di Oriana Fallaci (Mondadori), il terzo libro che ha dedicato in vent’anni all’autrice di Niente e così sia, Lettera a un bambino mai nato, Un uomo.
Rispetto ai precedenti, Morirò in piedi del 2007 (Edizioni Polistampa) e Il fuoco dentro. Oriana e Firenze del 2016 (Mauro Pagliai Editore), Nencini affianca ai ricordi personali documenti d’archivio inediti: il decalogo di buona scrittura, ereditato dallo zio Bruno e perfezionato affinché «la parola facesse il paio con l’armonia», un carteggio con Pier Paolo Pasolini, lo statino militare della giovanissima Oriana come staffetta partigiana, attiva sul Monte Giovi come Nada Giorgi, la Mara della Ragazza di Bube, il romanzo del 1960 di Carlo Cassola.
«Ho tra le mani le lettere inviate a Pasolini nel novembre del ’73 – scrive Nencini, con intuibile emozione —. Carta intestata “Alessandro Panagulis”, la penna è di Oriana». Che esprime all’amico, poeta e regista, le sue preoccupazioni per Alekos, intenzionato a tornare in Grecia dove gli studenti sono in rivolta contro il regime dei Colonnelli ma dove, per Oriana, «lo farebbero fuori nel giro di una settimana».
Disse: «A Firenze sono nata, qui sono sepolti i miei affetti. Qui ho cominciato a volere la libertà quando ancora non sapevo cosa fosse»
Se al rivoluzionario greco Pasolini accorderà volentieri una prefazione alla raccolta di poesie Vi scrivo da un carcere in Grecia, non farà altrettanto l’anno dopo con la nuova creatura di Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, indigesta agli abortisti e agli antiabortisti.
Non bastarono le telefonate né la corrispondenza con le quali la scrittrice caldeggiava la sua attenzione: «Il libro è la saga del dubbio. Vuol essere la saga del dubbio – gli spiegò nel settembre 1975 —. Già mentre lo scrivevo io pensavo che tu saresti stato una delle poche persone che lo avrebbero capito». Niente. Solo silenzio da Roma.
O meglio, dopo molte insistenze, una risposta arrivò, feroce e lapidaria. La lettera è andata perduta, ma il contenuto s’impresse, indelebile e doloroso, nella mente dell’autrice: «Non voglio sapere cosa v’è dentro la pancia di una donna. Mi disgusta la maternità. Perdonami ma quel disgusto io me lo porto dietro fin da bambino, quando avevo tre anni mi sembra, o forse erano sei...».
Si sa, Fallaci non era tipo da mollare la presa. Lo inseguì telefonicamente senza mai riuscire a parlargli, si preparava a raggiungerlo nella capitale. Troppo tardi. Pasolini sarebbe stato assassinato a Ostia meno di due mesi dopo, prima che potessero rivedersi, chiarirsi e, quasi certamente, riabbracciarsi.
Sono gli ultimi anni, gli ultimi giorni, quelli vissuti da Nencini a contatto più stretto con l’amica, già irreversibilmente malata, a offrire il ritratto meno noto della saggista e romanziera «mai stanca di vivere», eppure arrivata consapevolmente al capolinea.
Quando, nell’estate del 2006, Fallaci tornò a Firenze da New York, lui fu uno dei pochissimi a essere avvisato: «Sono alla fine, Riccardo, e voglio morire a Firenze». La cosmopolita ha scelto: «Qui sono nata, qui sono sepolti i miei affetti, la mia gente. Qui ho cominciato a volere la libertà quando ancora non sapevo cosa fosse».
Lei, che «fin da ragazzina si definiva un soldato», aveva intrapreso l’ultima marcia, dettagliandone ogni passo, fino alla fine determinata dall’«Alieno», il suo tumore: «Un cretino! Mi uccide e morirà con me».
Ma dove, avrebbe voluto stabilirlo lei: «Nella torre dei Mannelli». Perché proprio lì, in quella vecchia torre a guardia del Ponte Vecchio?, s’incuriosì Nencini. «Era lì che mio padre riuniva il gruppo di partigiani di Giustizia e Libertà, al piano più alto – svelò Fallaci —. Non ci sono più tornata da allora». Da quando, durante la guerra, portava proprio lì le bombe ananas nascoste nei cesti di insalata.
Nencini non potrà esaudire per lei neanche questo desiderio, ma resterà al suo fianco alla clinica Santa Chiara tra i famigliari più amati, il nipote Edoardo Perazzi, la segretaria Daniela Di Pace.
Ereditava un compito: testimoniare il legame indissolubile tra Oriana e Firenze, che purtroppo «non l’ha mai amata davvero». Certo, mai abbastanza.