Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  agosto 09 Domenica calendario

La politica del burrito

Il burrito è una semplice tortilla di farina di grano, morbida, arrotolata e farcita di carne, fagioli, riso e formaggio. Un caposaldo della cucina messicana sempre geniale nel nobilitare piatti «poveri». Ma anche l’umile burrito, nel clima attuale dell’America che litiga su tutto, diventa un campo di battaglia. E il dibattito politico negli Stati Uniti – forse perché a destra si preferisce parlare di tutto tranne che di Hormuz – trova punti di scontro ormai imprevedibili: è bastato che Andrew Kolvet, il portavoce di Turning Point Usa (l’organizzazione fondata dal povero Charlie Kirk), condividesse la lamentela di uno studente universitario secondo il quale il carovita rende proibitivi perfino i cibi più semplici. «Uno dei nostri affiliati mi ha spiegato il suo punto di vista sull’accessibilità economica: “Un burrito non dovrebbe costare 20 dollari”. È vero, in gran parte si tratta dei postumi dell’inflazione dell’era Covid-Biden, ma sembra che le cose normali costino sempre troppo».
Una banalità? Sì, ma la questione del burrito da venti dollari (17,30 euro) è diventata virale sui social media fino a coinvolgere il vicepresidente JD Vance, forse ebbro per i sondaggi che lo danno in enorme vantaggio, per la nomination repubblicana del 2028, sul segretario di Stato Marco Rubio. Così nel giro di pochi giorni la discussione si è estesa: commentatori, legislatori, economisti. Spaccati sulle minuzie (ci sono davvero burritos così cari?) e sui grandi temi (il carovita).
Sotto c’è una questione fondamentale, in vista delle elezioni di novembre: i repubblicani stanno prendendo sul serio le fortissime preoccupazioni degli elettori in termini di accessibilità economica di tutto, dalla spesa quotidiana al supermarket passando per la benzina, fino ai prezzi delle case e degli affitti?
L’«influencer» conservatore Matt Walsh, podcaster del Daily Wire, ha preso atto che il re è nudo: «I prezzi dei generi alimentari sono folli. Porre fine alle stupide guerre in giro per il mondo e affrontare questo problema dovrebbe essere la priorità numero uno di ogni politico. È uno dei motivi principali per cui i socialisti guadagnano potere».
Il successo alle primarie democratiche – per non parlare dell’elezione di Zohran Mamdani, apertamente fan del «calore del collettivismo», a sindaco di New York – della sinistra-sinistra in Stati importantissimi come il Michigan non ha altra spiegazione che il rifiuto, diffuso, dei prezzi ormai fuori controllo. Anche perché gli americani, oggettivamente, fino a pochi anni fa potevano contare su prezzi al supermarket quasi ridicoli per il resto del mondo occidentale, e a quei prezzi si erano abituati. Ora l’anomalia è finita.
I prezzi
dei generi alimentari sono folli. Dovrebbe essere
la priorità
di ogni politico
Matt
Walsh
Ha acceso la miccia social, astutamente, un altro conservatore, Ben Shapiro: che ha negato che un burrito possa costare così tanto: «Ho sentito che i giovani sono arrabbiati per i burritos da 20 dollari. Okay, giovani: un burrito non costa 20 dollari. Se paghi 20 dollari per un burrito e non sei ricco, non sei capace di vivere». Versione di una critica alla quale a destra, in America, sono affezionati: gioventù sciupona, Generazione Z che ordina tutto online a prezzi maggiorati. Dopo Shapiro, il caos. Dai grafici sui prezzi reali dei burritos (Taco Bell parte da 3 dollari, ma c’entrano le conseguenze dell’epidemia di cyclospora; quelli con ingredienti extra, spese di consegna, tasse e mance sfiorano i 20) alle alternative: cucinare a casa? O votare socialista?
Secondo gli ultimi dati del ministero del Lavoro, la spesa è aumentata del 2,7% rispetto a giugno del 2025 e i pasti al ristorante sono saliti del 3,4%. Ma il rude deputato texano Dan Crenshaw ha respinto le lamentele sui burritos costosi: «Basta piagnistei: trovatevi un lavoro e mangiate ramen in busta come facevamo tutti noi al college».
Ok giovani, se pagate
20 dollari per un burrito
e non siete ricchi, non siete capaci di vivere
Ben
Shapiro
Il pugnace JD Vance, forte di un background di povertà, è entrato a gamba tesa dopo che Marc Thiessen, editorialista del Washington Post, collaboratore di Fox News ed ex-autore di discorsi per George W. Bush, ha scritto: «Basta piangere, i burritos della mensa del college sono inclusi nella retta». Il vicepresidente, su X: «Sono sorpreso che Marc dica questa cosa, se l’hai mai incontrato di persona è abbastanza ovvio che non si è mai perso un burrito». Ieri Vance ha detto di non essere pentito della battuta e ha ammesso: era una ripicca per un editoriale in cui Thiessen lo criticava per come sta gestendo il dossier iraniano. A dimostrare che la frattura nella galassia Maga va ben oltre la cucina messicana.