Corriere della Sera, 14 agosto 2026
Cazzullo ricorda Guccini
I suoi indirizzi erano diventati dischi, microcosmi, mondi. Via Paolo Fabbri 43, il quartiere Cirenaica a Bologna, le case dei ferrovieri, la piccola borghesia, il vicino pensionato («lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare, l’odore quasi povero di roba da mangiare…»), gli altri vicini che vennero a bussargli una mattina all’alba: «Abbiamo saputo che sta scrivendo una canzone sul pensionato, noi preferiremmo non comparire…». Pavana, il mulino dei nonni, il padre Ferruccio che torna dalla prigionia in Germania e lo butta nel laghetto per insegnargli a nuotare, le balere, i primi amori, il primo goccio di liquore, «mai vino rosso che appesantiva l’alito», le prime ragazze, il primo gruppo musicale: «Ci chiamavano i Gatti, suonavamo da ballo, ma anche Peppino di Capri».
Però l’ultimo indirizzo del cuore di Francesco Guccini era meno conosciuto. Mondolfo, provincia di Pesaro, era il paese della donna che gli ha cambiato la vita, Raffaella, conosciuta più di trent’anni fa, che gli è rimasta accanto sino all’ultimo. Lei era ancora all’università, doveva dare l’ultimo esame in semiotica e la tesi con un uomo meraviglioso che era stato anche il maestro di Guccini, l’italianista Ezio Raimondi, figlio di un calzolaio e di una lavandaia. «Con Raffaella fu un corteggiamento lento e rispettoso, d’altri tempi, mano nella mano» raccontava Francesco, che con i suoceri si dava ancora del lei. Mondolfo è il paese marchigiano con i «ciuffi di parietaria attaccati ai muri» cantato nella bellissima Vorrei: «Vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero, come se amici fossimo sempre stati…».
Ci sono cantanti per tutti, popolarissimi, amati, ma non idolatrati. E ci sono cantanti che hanno un pubblico meno vasto, per il quale diventano maestri, anzi, nel suo caso, il Maestrone. Il prototipo della prima categoria è Lucio Dalla. Il prototipo della seconda è Francesco Guccini. I due, a dispetto della retorica, non si amavano. Certo, si frequentavano da Vito, tiravano tardi quando «lui e Bologna eran più giovani di adesso». Ma Guccini non amava quello che Dalla era diventato, una pop star, mentre Dalla trovava Guccini un po’ distante e distanziante. Forse era solo una differenza di carattere: un folletto e un orso possono convivere nella stessa foresta, pur senza diventare davvero amici; e la foresta ha bisogno di entrambi. Avevano anche scritto una canzone insieme, Emilia: «Ora ti saluto, è quasi sera, si fa tardi, si va a vivere o a dormire da Las Vegas a Piacenza. Fari per chilometri ti accecano testardi, ma io sento che hai pazienza, dovrai ancora sopportarci…».
I suoi personaggi reali
Il pensionato di
via Paolo Fabbri e
il macchinista contro
il «treno dei signori»
Ci sono canzoni di Guccini diventate miti. L’Avvelenata, che lui non amava. E La locomotiva, che pure non cantava volentieri anche perché, diceva, non finisce mai, è una fatica fisica. Era stata una fatica anche scriverla: non una maratona, una finale olimpica dei 100 metri; «presi in mano la chitarra, la scrissi in venti minuti, alla fine ero stremato». Venti minuti per comporla, una vita per pensarla. Tutto nacque da Trent’anni di officina di Romolo Bianconi, un libro di racconti di vita operaia.
L’autore ricordava di aver conosciuto un vecchio claudicante, un anarchico di cui si diceva che si fosse lanciato con una locomotiva contro «un treno pieno di signori». Guccini ne parlò con il pensionato di via Paolo Fabbri, che si chiamava signor Mignani ed era un calzolaio specializzato in piedi deformi. Conosceva la storia dell’anarchico della locomotiva, e anche il nome: Pietro Rigosi da Poggio Renatico, Ferrara. Si era gettato davvero contro un treno pieno di signori e non era morto; «lo raccolsero che ancora respirava», poi si era ripreso, anche se questo la canzone non lo dice.
Anarchico
Amava Che Guevara, ma era anarchico Rifiutò l’invito di Giorgia Meloni ad Atreju
Quando Guccini la cantava ai concerti, sul «trionfi la giustizia proletaria» scattavano i pugni chiusi, anche se lui spiegava di non essere mai stato comunista, semmai anarchico; e La locomotiva era una canzone romantica, non rivoluzionaria. L’aveva molto emozionato sentirla cantare sulle Ramblas dopo la morte di Franco, nella versione catalana intitolata La locomotora.
Altri testi di Guccini celano una cultura letteraria enorme, anche se non si era mai laureato. Dietro la Canzone dei dodici mesi ci sono i bestiari medievali e i poeti: Cenne da la Chitarra, Folgòre da San Gimignano, Omar Khayyam. Del mese di dicembre scrive «nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre», un’immagine di John Donne. A scuola tifava per i Troiani. Amava i perdenti. Le sconfitte. Gli addii. Farewell, appunto addio, è forse la più bella canzone d’amore scritta da un italiano negli ultimi decenni: «Forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile credo perché, ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me». I suoi eroi erano viaggiatori che, come Gulliver, dal tempo e dal mare non avevano imparato niente: «Di tutte le sue vite vagabondate al sole restavan vuoti gusci di parole». O come Ulisse, che lui chiamava Odysseus, alla greca, cui dedicò versi stupendi, degni dell’Ulisse di Dante: «E diedi un volto a quelle mie chimere, le navi costruii di forma ardita, concavi navi dalle vele nere, e nel mare cambiò quella mia vita».
Si riconosceva in Cyrano – «spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato» – e in don Chisciotte: «Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia, ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia». Amava Che Guevara ma non quello che il comunismo era diventato: «Ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni, e voi a decine che usate parole diverse, le stesse prigioni; da qualche parte un giorno, dove non si saprà, dove non l’aspettate, il Che ritornerà».
Conosceva i cuori delle donne e sapeva esprimerne la sofferenza, come in Piccola storia ignobile: «E così ti sei trovata, tra paura e tra rimorsi, davvero sola nelle mani altrui, e pensavi nel sentire nella carne tua quei morsi di tuo padre di tua madre e anche di lui». Nel tratto era gentile, disponibile, affettuoso, sempre con un velo di riserbo e di malinconia. Alla fine mangiava poco e beveva solo vino bianco aromatico, in particolare il Gewürztraminer. Non riusciva più a leggere per una malattia agli occhi, ma seguiva volentieri la tv. È stato tra i pochissimi artisti italiani a non adeguarsi al conformismo generale che ha accompagnato l’avvento al governo dei post-missini: «Giorgia Meloni mi ha chiamato per invitarmi ad Atreju, è stata gentile, e io ho gentilmente declinato». Era amico di Prodi e del cardinale Zuppi. Ha affrontato la malattia e la fine con grande dignità, con Raffaella al fianco. Aveva una figlia molto amata, Teresa, Culodritto. Sull’aldilà non si pronunciava: «Sono agnostico, non ateo. Starem a veddre».
Staremo a vedere, Francesco. E speriamo davvero di rivederti. Nell’attesa, qualcuno di noi passerà il pomeriggio, e anche domani, e anche i prossimi giorni, a riascoltare le tue canzoni, su cui «Ade che tutto rapina non metterà le mani».