2 luglio 2026
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Biografia di Julian Assange
Julian Assange, nato a Townsville (Queensland, Australia) il 3 luglio 1971 (55 anni). Julian Paul Assange. Programmatore informatico. Attivista. Fondatore (nel 2006) e direttore di WikiLeaks. «Io voglio lanciare un nuovo tipo di giornalismo: il giornalismo come scienza. Se tu pubblichi uno studio sul Dna, tutti i migliori giornali di biologia ti richiederebbero di fornire i dati per poterli verificare. Vorrei che questo si ripetesse per il giornalismo vero. Oggi i lettori non sono in grado di verificare ciò che viene raccontato: ed è questo porta agli abusi del potere». «Un patriota dell’umanità» (Alessandro Di Battista). «Assange non ha mai fatto giornalismo d’inchiesta. Il metodo WikiLeaks consisteva nel riversare masse di documenti segreti o riservati online, senza vaglio e senza contesto. È il contrario del giornalismo. […] A chi oggi definisce Assange come “giornalista”, andrebbe ricordato che lui stesso ha sempre preferito farsi definire come attivista, […] e in quanto tale Assange ha sempre perseguito un’agenda politica» (Eugenio Cau e Paola Peduzzi) • I genitori, John Shipton e Christine Ann Hawkins, si separarono ancor prima della sua nascita. «Figlio di un’artista di strada e di un attivista del movimento pacifista dei tempi della guerra del Vietnam, Julian non conosce il suo padre biologico fino alla maggiore età» (Rodolfo Casadei). «Assange è cresciuto con la madre e ha preso il cognome del suo nuovo marito, Brett Assange, un direttore teatrale. L’arte e il teatro erano il principale interesse della madre, che lo aveva cresciuto spostandosi da un città all’altra, tanto che il figlio frequentò decine di scuole diverse» (Stefania Maurizi). Brett Assange «gli fa da padre ma scompare dalla scena quando lui ha appena nove anni, a causa della rottura del rapporto sentimentale con la madre. Appare poco dopo un terzo uomo, destinato a diventare l’incubo della famiglia: un chitarrista adepto di una setta New Age che mette incinta Christine e poi non accetta di essere licenziato poco dopo come i precedenti maschi. Per anni insegue la madre coi suoi due bambini, fuggitivi in lungo e in largo per l’Australia, trovandoli ogni volta. Julian sedicenne finirà per minacciarlo con un coltello» (Casadei). «Preoccupata che l’intelligenza e il carattere del figlio confliggessero con il sistema della scuola statale, Christine aveva incoraggiato un’educazione anti-autoritaria e all’insegna dello spirito critico: non lo studio tradizionale ma la compagnia di molti libri e di un computer Commodore 64 per accendere la mente. Il bisogno di spostarsi da un posto all’altro sarebbe rimasto una delle sue caratteristiche: un giovane intellettualmente dotato, libertario, che viaggiava per il mondo con uno zaino e poco più. […] Aveva studiato fisica e matematica per alcuni anni all’Università di Melbourne, in Australia» (Maurizi). «Si sposa giovanissimo, all’età di diciotto anni, e diventa presto padre; dopo poco si separa dalla moglie. I guai giudiziari di Assange iniziano presto. Intorno alla fine degli anni Ottanta aderisce al movimento “International Subversives” (Sovversivi internazionali). Poi, nel 1995, realizza un software dal nome Strobe, un sistema open source dedicato al port scanning, tecnica informatica utilizzata per raccogliere informazioni su computer remoti, da non considerarsi necessariamente illegale, ma che può essere impiegata per compiere reati informatici. Nel 1995 viene accusato insieme a un gruppo di amici di pirateria informatica. In rete è noto come Mendax, il bugiardo. Lui stesso racconterà di aver scelto proprio quel nome ispirandosi a un verso di Orazio. Viene riconosciuto colpevole e sfugge al carcere pagando una cauzione di oltre duemila dollari australiani. Aiuta la polizia a combattere la pedopornografia e si mette a lavorare come ricercatore. Nonostante non sia laureato, insegna matematica all’Università di Melbourne. Per tutti è un genio. Con la ricercatrice Suelette Dreyfus – che all’epoca studia internet come strumento di opposizione e rivolta – scrive Underground, che in pochi mesi diventa un bestseller tra gli informatici» (Marta Serafini). «Negli anni Novanta Assange era stato un esponente di Cypherpunk, una galassia visionaria e libertaria di persone che interagiva in una mailing list, accomunati da un profondissimo interesse: ragionare sull’impatto della sorveglianza e sviluppare strumenti a difesa della privacy e dell’anonimato, come la crittografia. Fu la guerra in Iraq a ispirarlo a creare WikiLeaks. Julian Assange si era reso conto di come all’interno dei servizi di intelligence di vari Paesi ci fossero persone che avevano provato a far uscire informazioni per denunciare le falsità dell’amministrazione Bush, quelle usate per giustificare la guerra, e avevano provato a diffonderle, ma non avevano trovato nessun mezzo di comunicazione disposto a pubblicarle. E così, nell’ottobre del 2006 lui aveva creato WikiLeaks» (Maurizi). «Registrato nel 2006, WikiLeaks inizia la sua attività l’anno dopo. Assange garantisce alle sue fonti la massima protezione informatica possibile e il sito inizia a pubblicare informazioni riservate e documenti segreti che mettono in imbarazzo i governi di mezzo mondo. Nei dieci milioni di “leak” diffusi dal sito, che collabora con dissidenti da ogni angolo del pianeta, verranno messe in luce la repressione cinese della rivolta tibetana, le purghe contro l’opposizione in Turchia, la corruzione nei Paesi arabi, le esecuzioni sommarie compiute dalla polizia keniota. Il principale bersaglio di Assange sono però gli Stati Uniti. La prima volta che WikiLeaks cattura l’attenzione della stampa internazionale è nel 2007, quando viene pubblicato il manuale per le guardie carcerarie di Guantánamo» (Francesco Russo). Tra le rivelazioni più clamorose «la mattanza compiuta da un elicottero Apache in volo su Baghdad nei confronti di presunti terroristi, in realtà civili inermi. Il video viene titolato Delitto collaterale (Collateral Murder), una sorta di punto di non ritorno per l’informazione ma anche per Assange. Da lì in avanti WikiLeaks è un fiume in piena di documenti che provano crimini e misfatti commessi dagli americani in Iraq e in Afghanistan. E che vedono la luce grazie al lavoro congiunto con alcune prestigiose testate come New York Times, Guardian, Der Spiegel, Le Monde ed El País» (Francesco Semprini). Nel novembre 2010, poi, «vengono pubblicati 250 mila cablogrammi diplomatici Usa, dai quali emergono giudizi spesso poco lusinghieri sui partner di Washington. Ad aver reso possibile la colossale fuga di notizie è un militare statunitense, Bradley Manning (Chelsea Manning, dopo l’operazione per cambiare sesso), che gira ad Assange 700 mila documenti classificati. Condannata a 35 anni, Manning sarebbe poi uscita di prigione il 17 maggio 2017, dopo che l’allora presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, aveva commutato la sua pena. Il “cablegate” rende Assange un’icona internazionale della libertà d’espressione e la bestia nera delle autorità. Il canuto programmatore australiano è nel mirino di molti governi, e negli Usa c’è chi ritiene che collabori con i russi, un sospetto che sarà rafforzato nel 2013, quando avrebbe suggerito a Edward Snowden di rifugiarsi a Mosca, consiglio che la talpa dell’Nsa avrebbe seguito. È proprio alla fine del 2010 che iniziano i guai di Assange con la legge, e non per la pubblicazione di segreti di Stato. Il 18 novembre la magistratura svedese lancia un mandato di cattura europeo contro il fondatore di WikiLeaks, denunciato per stupro da due donne svedesi per fatti avvenuti nell’agosto 2010. Assange, allora a Londra, replica di aver avuto rapporti consensuali con le accusatrici e si consegna alla polizia britannica il 7 dicembre. L’attivista è detenuto per nove giorni e in seguito gli vengono concessi prima i domiciliari e poi la libertà vigilata. Nel febbraio 2011 la procedura per l’estradizione in Svezia viene sottoposta a un tribunale londinese. L’australiano teme che dalla Svezia possa essere estradato negli Stati Uniti e lì condannato a morte. Il 19 giugno 2012 Assange decide di rifugiarsi nell’ambasciata ecuadoriana. Assange chiede asilo politico all’allora presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, che glielo concede ad agosto» (Russo). «È qui che conoscerà la sua attuale moglie Stella Moris, madre dei suoi figli. Ed è qui che Assange diventerà il simbolo di un mondo che costringe a vivere rinchiusi i paladini della libertà di informazione. Intellettuali e artisti fanno la fila per andare a trovarlo» (Serafini). «L’amico regista Ken Loach gli regala un tapis roulant per tenersi in forma. È come vivere “su una stazione spaziale”, racconta Assange: “Le circostanze fisiche sono difficili, tuttavia lavoro ogni giorno. La mia testa non è confinata”. Tra i suoi sostenitori ci sono molte star di Hollywood. Michael Moore e Oliver Stone versano a WikiLeaks 300 mila dollari. Poi negli ultimi anni si aggiunge anche l’ex bagnina di Baywatch Pamela Anderson, definita da molti la sua nuova fidanzata. Intorno ad Assange anche un pool di avvocati costosissimo: tra questi anche Amal Alamuddin, futura moglie del premio Oscar George Clooney. Chiuso dentro l’ambasciata, Assange continua a lavorare. WikiLeaks pubblica 2 milioni di Syria files, documenti sulla crisi di Damasco» (Serafini). «L’attività di Assange non si ferma. Nel 2016 WikiLeaks rivela come i dirigenti del Partito democratico Usa avessero tramato contro il popolare candidato della sinistra, Bernie Sanders, perché Hillary Clinton vincesse le primarie» (Russo). «L’intelligence Usa raccoglie prove che puntano in una direzione: il materiale che WikiLeaks fa circolare, lo hanno rubato i russi. Un mese prima del voto, il New York Times mette insieme un dossier di accuse che stavolta è rivolto contro il “mito” Assange. Gli rinfaccia di essere un divulgatore di segreti a senso unico. Mai nulla che possa disturbare la Russia, la Cina… o Donald Trump. Assange si difende blandamente, spiegando di non avere mai ottenuto segreti degni di qualche interesse sulla Russia o sulla Cina o su Trump» (Federico Rampini). «Assange diventa sempre più controverso. Nel 2017 le autorità svedesi ritirano le accuse, ma il suo mandato di arresto nel Regno Unito per aver saltato un’udienza per la libertà su cauzione resta valido. Passano altri due anni, in cui i rapporti con il governo ecuadoriano, stanco dei suoi capricci e sotto pressione, peggiorano fino a quando, nel 2019, Quito ritira l’asilo politico. Assange non può più stare in ambasciata e viene arrestato. Gli Stati Uniti ne chiedono l’estradizione e formalizzano 18 accuse, tra cui quella di aver convinto e incoraggiato Manning a rubare documenti coperti da segreto militare. Se colpevole, rischia 175 anni di carcere. Assange è diventato il nemico numero uno dell’amministrazione Trump, che grida al mondo di volerlo processare e rinchiudere per sempre. La Cia sotto Pompeo ordisce addirittura un piano per rapirlo e ucciderlo. Morale, il fondatore di WikiLekas viene rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, dove viene guardato a vista. La sua salute fisica e mentale peggiora. “È a rischio suicidio”, dicono famigliari e amici, mentre la moglie Stella Moris guida la campagna legale e politica per la sua liberazione. Nel 2021 arriva la batosta: un tribunale britannico autorizza l’estradizione negli Stati Uniti. Udienze, appelli, controappelli: si arriva all’inizio di quest’anno [2024 – ndr], quando l’imputato ottiene il diritto di fare ricorso. Ed è allora che il vento inizia a soffiare in direzione favorevole. Ad aprile il presidente statunitense Joe Biden annuncia di star prendendo in considerazione le richieste dell’Australia di ritirare il caso. Le voci parlano di un accordo. A un’amministrazione democratica che cerca la rielezione non conviene avere Assange alla sbarra e imbastire un processo che di fatto si sarebbe tradotto in un processo sul primo emendamento. Inoltre, il primo ministro australiano, il laburista Anthony Albanese, si spende per il suo concittadino» (Serafini). Poche settimane dopo Assange sottoscrisse un accordo di patteggiamento con le autorità statunitensi. «Julian Assange ha dichiarato in tribunale di aver firmato il patteggiamento con gli Stati Uniti il 24 giugno all’aeroporto nel Regno Unito prima di partire per le Isole Marianne Settentrionali, territorio americano nell’Oceano Pacifico. “L’ho letto a fondo”, ha detto il fondatore di WikiLeaks. In tribunale poi Assange si è dichiarato colpevole per poter completare la procedura per il patteggiamento. Nel dettaglio, Assange […] si è dichiarato colpevole di cospirazione per ottenere e diffondere informazioni sulla difesa nazionale. […] Il patteggiamento prevede una condanna per Assange, che però si considera già scontata con i 5 anni di detenzione in Inghilterra. “Lei è un uomo libero”, ha detto il giudice alla fine dell’udienza. Poco dopo il termine dell’udienza, Assange è partito in aereo per l’Australia» (Paolo Foschi). Il 1° ottobre 2024, al cospetto del Consiglio d’Europa, Assange dichiarò poi: «Non sono libero oggi perché il sistema funziona. Oggi sono libero perché mi sono dichiarato colpevole di aver fatto giornalismo». Tuttora residente in Australia, ogni tanto l’uomo fa ancora sentire la propria voce, da ultimo in favore dei palestinesi e contro l’oppositrice venezuelana María Corina Machado, ai suoi occhi colpevole di intelligenza con gli Stati Uniti • Padre di almeno tre figli (ignoto il numero complessivo): uno avuto nel 1989 dalla prima moglie e altri due avuti nel 2017 e nel 2019 dalla seconda e attuale consorte, Stella Moris, sposata nel carcere di Belmarsh nel 2022 • «È alto, forse un metro e novanta, magro, carismatico, ha capelli bianchi e il volto allungato, liscio. […] I capelli bianchi, da druido, sono pettinati con la riga da una parte, precisa, gli occhi sono scuri, tra il nero e il marrone, rapidi, diffidenti» (Andrea Malaguti) • «Uno strano personaggio dai comportamenti bizzarri, che presiede per ore riunioni online dove lui è l’unico partecipante e tuttavia mette ai voti mozioni e punti all’ordine del giorno; che sceglie la giacca giusta per l’occasione a seconda del tipo di comunicato che deve inviare via e-mail ai giornali dalla sua stanza solitaria; che celebra il Natale con suo figlio facendo saltare per aria con esplosivo fai da te e azoto liquido una collezione di Barbie e di draghi giocattolo» (Casadei). «Assange nega di essere affetto dalla sindrome di Asperger. Ma poi conclude: “Tutti gli hacker sono autistici, e direi che tutti gli uomini lo sono”» (Serafini) • «Viviamo tutti una sola volta, dobbiamo fare buon uso del tempo che abbiamo». «Tutti i giornalisti devono essere degli attivisti per la verità». «Mi piace calpestare i bastardi» • «Colpevole e libero. Perfetto. Patteggiamento giudiziario. Niente di eroico, ma soddisfacente infine, dopo molti anni di reclusione e una lunga saga legale. Gli era già successo in Australia per un altro reato dello stesso genere. Julian Assange si era messo in un brutto pasticcio e ha pagato caro il suo hackeraggio ai danni della difesa e della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Chelsea Manning, la donna analista dell’intelligence Usa che gli ha fornito in abbondanza materiale per il suo WikiLeaks, fu graziata da Obama nel 2017, quando lasciò a Donald Trump la Casa Bianca. Un altro collaboratore di Assange, consulente dell’intelligence americana fattosi spia o whistleblower, Edward Snowden, uno che ha contribuito al successo di The Donald diffondendo l’e-mail di Hillary Clinton in campagna elettorale per conto dei russi, vive a Mosca e si è naturalizzato russo, è sotto la protezione di Putin, uno che ama impicciarsi dei dati del nemico occidentale e democratico e adora gli impiccioni che gli servono e lo servono. Assange vivrà invece in Australia, Paese d’origine il cui governo laburista infine gli ha dato una bella mano, d’accordo con la giustizia americana, per uscire dalle peste, insieme a una campagna internazionale per la libertà di espressione e di stampa. Tutti e tre i leakers sono colpevoli e liberi, ma, eroi della libertà e dei diritti umani e della pace, questo forse no. […] I leaks, quando la notizia riservata viene spifferata da una fonte attendibile o quando un documento riservato viene reso pubblico dopo un esame di attendibilità e di circostanza, possono essere utili al giornalismo in democrazia. Ma il giornalismo è un sistema di controllo culturale e politico e civile sotto lo sguardo dell’opinione e della legalità costituzionale, e del codice. Se il leak diventa tutto, automatismo digitale e delazione a tradimento, e se nasce e fa fortuna nell’interesse dei nemici della democrazia, con gravi pericoli per chi la difende anche con il segreto, ci vuole una bella faccia tosta per spacciare questa paccottiglia per giornalismo di denuncia. Assange se l’è infine cavata, come i suoi omologhi prima di lui. In democrazia la giustizia (colpevole) e la grazia (libero) possono procedere di pari passo, e devono. Ma prima di erigere un monumento ai ficcanaso che odiano il nostro modo di vivere e di sostenere anche con la forza necessaria le nostre libertà, che altrimenti farebbero la fine che fanno nei Paesi autocratici, bisogna pensarci due, tre, cento volte» (Giuliano Ferrara).