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 2026  luglio 08 Mercoledì calendario

Biografia di Sandra Petrignani

Sandra Petrignani, nata a Piacenza il 9 luglio del 1952 (74 anni). Giornalista (ha collaborato con varie testate, tra le quali: Il Messaggero, l’Unità, il Foglio, il Domani e con le riviste Panorama, Diario, Liberal, Giudizio Universale, Left, l’Espresso). Scrittrice (26 libri, di cui 6 di saggistica e 3 radiodrammi).
Titoli di testa «Credo che si debba essere profondamente onesti, per essere un autore autentico: devi dire la verità sotto una forma elaborata, distante da quelle che sono le persone reali che te l’hanno ispirata. Ma devi avere una profonda pulizia interiore, una chiarezza interiore ed essere onesto, senza mentire. Non metterti a scrivere qualcosa di troppo pensato per il pubblico, ma cerca di dare qualcosa di profondo [...] deve esserci sempre una radice molto profonda in quella che è la vita dell’autore» [ad Alessandra Benvenuto, Teleblu Foggia].
Vita Se qualcuno dovesse scrivere una tua biografia, come ti piacerebbe che cominciasse? «Con gli animali: [...] ho sempre avuto con loro questo rapporto quasi carnale. Devo dire che senza gli animali fin da piccola me la sarei vista proprio brutta, mi hanno aiutata a sopravvivere, a non suicidarmi. Anche se oggi lo dico con leggerezza [...] con loro ci parlo, entro in un rapporto di sintonia e credo di sapere cosa pensano» [a Margherita Ghilardi, Scrittrici in tazza, Youtube] • «Fin da piccola avevo questa tenerezza questo senso di rispecchiarmi nel destino dei cani. Che a Piacenza non erano coccolati come oggi, erano dei cacciatori che li trattavano anche piuttosto male. Io non ero proprio una bambina allegrissima, e mi rivedevo in questi cani, poveretti, tenuti ai margini, legati, e subito stabilivo con loro un rapporto di grande complicità e amicizia». Nel 2024, al momento di scrivere Autobiografia dei miei cani, calcolerà di averne avuti 17. Accompagnati da numerosi gatti e da alcune galline [ad Anna Di Giovanni, Youtube] • Nasce «per caso» a Piacenza. Suo padre è di origini umbre, nato a Roma, ingegnere dell’esercito italiano trasferito a dirigere l’arsenale locale. Sua madre era farmacista, nata a Napoli [sandrapetrignani.it] • Com’è stata la Sua infanzia e com’era da bambina negli anni Cinquanta? «Ero malinconica e solitaria, ma per fortuna condividevo un grande spazio condominiale, che era più di un cortile, era un giardino molto grande con tanti altri bambini di età differenti. Così costituivamo una banda e quando il tempo lo permetteva passavamo le giornate all’aperto in piena libertà. È stata un’importante scuola di vita, al riparo da intromissioni adulte, una scuola d’indipendenza» [Alessandra Stoppini, sololibri.net] • Quando è nata la passione per la scrittura, chi te l’ha trasmessa? «Ero molto piccola, non andavo ancora a scuola. Mi raccontavo storie fra me e me per riempire la solitudine, una forma di gioco. Facevo teatro con i pupazzetti, parlavo da sola, inventavo poesie che poi mi facevano declamare su uno sgabello davanti all’albero di Natale. In famiglia dicono che ho preso da una bisnonna, la nonna di mio padre, Edvige (mi chiamo così di secondo nome: Sandra Edvige). Era una maestra creativa: componeva poesie in rima per insegnare ai bambini la storia, la geografia, l’aritmetica… Questa inventiva orale si è poi naturalmente trasformata in scrittura quando ho saputo tenere la penna in mano» [Gianfranco Gramola, intervisteromane.net] • «Per me il mio papà era quello che mi risolveva tutto, cioè per qualsiasi problema interveniva papà [...] Invece poi, forse proprio per lasciarlo solo nel nell’amore che avevo per lui, mi sono sempre innamorata di “incrinati”» [Una montagna di libri, Youtube] • «Non tutte le madri amano bene i figli (la mia ne è un esempio: mi ha massacrata con i suoi doppi messaggi)» [Sandra Petrignani, letteratitudine.it] • A metà della prima elementare la famiglia si trasferisce a Roma. Qui conosce la prima vera amica e soprattutto adotta il primo cane [raicultura.it] «Il primo, Rocky, è arrivato per caso. Non mi sembrava vero. Avevo circa sette anni, lui era un barbone bianco. Era della portinaia che lo lasciava sempre solo. Poi è diventato mio e abbiamo unito le nostre solitudini» Ma il suo primo amore è stata Guapa, che ha una storia quasi incredibile. «Era una spinoncina, il primo cane davvero mio, che avevo scelto. Il nome lo avevo copiato da uno degli animali di Brigitte Bardot» [Deborah Ameri, iO Donna] • «Molto presto ho scoperto l’esistenza di un genio di nome Kafka imbattendomi nei suoi racconti alla biblioteca scolastica delle medie. Fu un’emozione così forte che non riuscii più ad aprire uno dei Delly che pure avevano deliziato la mia prima adolescenza promettendomi grandi amori romantici» [Sandra Petrignani, vibrisse.wordpress] • Scopre anche un’altra passione fortissima: il nuoto: «Sono anche entrata in una società sportiva, ho fatto anche delle gare. Poi mi sono ritirata, perché il mio destino era un altro. Non potevo e non volevo dedicarmi completamente al nuoto» [a Di Giovanni, cit.] • Gli studi: «A Roma, liceo Giulio Cesare in Corso Trieste. Università La Sapienza (Lettere). E poi ho frequentato un po’ le lezioni di Umberto Eco al Dams di Bologna» [Gramola, cit.] • «Nel ‘68 avevo 16 anni, ma mi riconobbi subito nel bisogno di sovvertire tutto della generazione appena più grande di me, quella che già andava all’università. Io mi limitavo a partecipare ai picchetti per impedire l’entrata in classe quando era annunciata un’assemblea o a partecipare alle manifestazioni mano nella mano col mio ragazzo. Di politica non capivo niente, ma capivo l’aspetto artistico della Contestazione [Petrignani, cit.] • Primo grande traguardo di autonomia raggiunto da quindicenne: l’acquisto di un motorino (nella totale contrarietà genitoriale) con i soldi risparmiati facendo babysitting [Libreria Eli, Youtube] • «Non sopportavo i violenti, quelli che arringavano a sbudellare gli “stronzi borghesi” al più presto, mentre andavo pazza per la dolcezza hippy, il fate l’amore non la guerra di ascendenza americana (...)» Si mette insieme a «un angelo biondo tedesco, dai capelli lunghi e camicie a fiori, che girava il mondo in autostop, fumava erba indiana e scriveva in inglese cose bislacche su fogli volanti (...) Io intanto cercavo di perdermi a Londra, detta swinging, adoravo Marianne Faithfull, scrivevo poesie incandescenti e pacifiste (trovavo gli ossimori particolarmente espressivi) e leggevo moltissimi libri» [Petrignani, cit.] • «Mi interessa il rapporto arte-vita: quando leggo un libro cerco l’anima nascosta di chi l’ha scritto. Leggere così i libri è un’esperienza più profonda perché ti avvicini intimamente all’io di un’altra persona. Quindi quando scrivo mi piace molto andare alla ricerca di me stessa [...] [Cronache dell’invisibile, Youtube] • «Leggevo come il protagonista di Mendel dei libri, in una totale immersione. [...] una favola che ho sempre amato tantissimo era Peter Pan: adoravo questo bambino che non voleva crescere e [...] non volevo essere Wendy che si fa il suo giro di giostra. [...] Leggevo per capire in quale solco potevo anch’io aggiungere qualcosa, e per me su questo è stato veramente fondamentale Nabokov, uno degli scrittori che prediligo [...] perché nei suoi libri in quello che conta non sono le trame, ma la luce che illumina gli oggetti. Mi piacciono gli scrittori liberi, che vanno in una direzione inaspettata come Kafka [...] mi sono innamorata follemente di Samuel Beckett, questo autore [...] con una scrittura incredibile che rivoluzionava tutte le mie attese» [Libreria Eli, cit.] • Tra le scrittrici del passato, quali sono quelle che ti hanno aiutato a tracciare di più il disegno del tuo tappeto? «Sicuramente Virginia Woolf: le batte tutte. Con lei si aprivano veramente tanti orizzonti perché era una donna che parlava delle altre donne, che combatteva per le altre donne, ma era una scrittrice coltissima e si misurava con gli uomini costantemente [...] mi piaceva il suo modo di narrare veramente nuovo, e poi mi piaceva il saggismo di Virginia, questa mente sempre in movimento. [...] Nel mio personale Olimpo metto più Natalia Ginzburg rispetto a Elsa Morante, perché Natalia è una scrittrice che ha fatto i conti con il ’900, con la modernità, con la fine del romanzo [...] Anche Lalla Romano, che ha scritto libri ingiustamente dimenticati e che fino alla tarda età ha rinnovato sé stessa [...] Marguerite Yourcenar, ecco una scrittrice meravigliosa e molto innovativa [...] che parla dei vecchi argomenti, parla d’amore, ma lo fa in un modo così nuovo. Quando amo uno scrittore, un libro, è perché mi entra dentro e non mi abbandona più. Magari non dimentico che una sola immagine di quel libro, ma mi accompagna per tutta la vita» [Ghilardi, cit.] • Le poesie che scrive all’università cominciano a farsi notare su varie riviste canoniche, e piacciono a Elio Paglierani, che teneva un corso di scrittura creativa, e a Giovanni Raboni [Scrittori per un anno] • «Frequentavo a quei tempi un gruppo di scrittori e poeti tutti più grandi di me di una decina d’anni che si vedevano nei caffè del Pantheon o a casa dell’uno o dell’altro. Dario Bellezza, Franco Cordelli, Ugo Leonzio, Giorgio Manacorda, Valentino Zeichen. Erano maschilisti e critici, ironici e acidi. Le donne come me finivano nel gruppo portate da qualche fidanzato. In genere non erano scrittrici, loro le avevano in sospetto. Io, che mi volevo poetessa, ero tollerata, credo, per l’altra mia identità: giornalista culturale al Messaggero, e poi ero carina e così, scacciata dalla porta come scrittrice potevo rientrare dalla finestra per altre qualità. Io presto me ne scappai nel femminismo» [Petrignani, Foglio] • Il femminismo storico. Qual è stato il suo rapporto con quella esperienza? «È stato molto importante. Avevo sui vent’anni, frequentavo a Roma il teatro della Maddalena dove un gruppo di femministe artistiche, intorno a Dacia Maraini, cercavano di esprimere l’impegno mettendo in scena commedie in tema. Ne realizzai una anch’io, Psiche, o i fiori di Ofelia, nel ’77. Poi c’erano le manifestazioni, le infinite discussioni sull’esclusione/inclusione dei maschi nelle nostre vite, i gruppi di autocoscienza. Molte sciocchezze esagerate, ma nella sostanza tante riflessioni fondamentali. Fu un modo, per me, di avvicinarmi alla politica da un punto di vista più personale» [Pier Paolo Pedriali, La Voce di Ferrara] • «Mi guadagnavo da vivere con supplenze scolastiche, baby-sitting, traduzioni, cominciai a darmi da fare nel giornalismo. Sporadiche cronache sull’ambiente studentesco per Il Messaggero di Roma che piano piano divennero collaborazioni fisse per i settori cultura e spettacolo. Scrivevo un po’ di tutto, dove trovavo spazio, di teatro, di cinema, di televisione, e recensioni di libri, interviste, inchieste. Dieci anni di gavetta che sfociarono nell’assunzione in quello stesso quotidiano solo nell’87» [sandrapetrignani.it] • «Il giornalismo è stata un’esperienza che mi ha dato tantissimo, però è stato anche un problema perché io mi sentivo scissa quando scrivevo. Mi sentivo libera ma anche dentro una gabbia per nei giornali, dovendo rispettare le regole. Poi invece ho imparato a far sì che le scritture si intrecciassero e quindi a farne una ricchezza» [Benvenenuto, cit.] • Esordi difficili: «Mi sentivo assolutamente legittimata a dire la mia in quella cultura ed ero convintissima che non importava se ero donna. Ma poi inciamparci costantemente mi è pesato moltissimo nella professione giornalistica e mi è pesato nell’approccio che hanno gli uomini verso le donne carine [...] autorizzava regolarmente anche l’intellettuale maschio a provarci e comunque a dirti che avevi scritto una cosa bellissima, di cui non gli importava assolutamente niente [...]. Ci sono stati molti momenti in cui avrei preferito essere brutta» [Ghilardi, cit.] • Nell’81 i suoi versi trovano posto nell’almanacco Poesia della Guanda (introdotti da Giovanni Raboni). Ma presto la sua carriera da poetessa cambierà completamente binario. Nell’83 nasce il figlio Guido. «C’è stata una vera frattura coincisa con la nascita di mio figlio. La poesia guarda meglio alla morte, alla disperazione e al silenzio. [...] Se avessi continuato a scrivere poesia, avrei fatto altre scelte. Non avrei voluto crescere un figlio; non avrei voluto avere una famiglia. Mi sarei diretta verso l’autodistruzione. La parabola poetica è ciò che l’inconscio – e il bambino che è in me – cerca maggiormente; e se non si esercita un controllo rigoroso sull’inconscio, questo può diventare pericoloso. La narrativa mi ha salvato» [Guido Carelli Lynch, Clarín] • «Stando alle date il mio primo libro dovrebbe essere Le signore della scrittura (pubblicato da La Tartaruga nel 1984), una raccolta di interviste a dieci grandi scrittrici italiane, da Anna Banti a Anna Maria Ortese. Erano uscite, quelle interviste, sul Messaggero nell’anno precedente e vederle tutte insieme in un volumetto rosso fuoco, con il mio nome in copertina, mi aveva dato indubbiamente molta soddisfazione. Ma in realtà, mentre Le signore della scrittura vedeva la luce io ero impelagata da almeno tre anni nella stesura del mio primo romanzo che sarebbe uscito, dopo varie vicissitudini, soltanto nel 1987. Ed è questo che considero il mio primo libro, inteso come risultato non del lavoro giornalistico – che era la parte più risolta del mio stare al mondo – quanto di quello che sentivo di essere nella profonda – magari vanagloriosa e irrisolta – interiorità» [Petrignani, letteratemagazine.it] • «Non ne ero soddisfatta. [...] Avevo cominciato a scriverlo durante un periodo complicato in cui ero in analisi per la prima volta e naturalmente aveva a che fare con qualcosa di urgente, un problema profondo e ingombrante che si agitava dentro di me. Pure per questo, probabilmente, non mi decidevo a dargli una forma definitiva e accumulavo capitoli sui fogli scritti in modo inconcludente. E lo davo imprudentemente a leggere innanzi tempo a scrittrici come Edith Bruck (che aveva tentato di farmelo pubblicare da Bompiani ricevendo una porta in faccia) e a Natalia Ginzburg (altro buco nell’acqua). Fino a quando non capitò fra le mani di un mio noto e severissimo vicino di casa, Giorgio Manganelli, che per caso, trovandone un capitolo anticipato sulla rivista L’altro versante, scoprì la mia segreta attività di scrittura, mi costrinse a consegnargli l’intero scartafaccio, mi ci fece sopra dei terribili segnacci rossi e blu, m’intimò di correggere e tagliare seguendo le sue indicazioni, e mi trovò anche un titolo: Navigazioni di Circe. Così mi rimisi al lavoro, finalmente senza fuggire a me stessa, e il libro raggiunse una forma presentabile e pubblicabile. Uscì da Theoria nel 1987 e si fece molto notare [ibid.] • Grazie al lavoro sul Messaggero riesce pian piano a entrare nella società letteraria romana: «Mi è sempre piaciuto molto intervistare gli scrittori. Sia perché a volte ne sono venute fuori vere e proprie amicizie (con Lalla Romano, con Giorgio Manganelli, con Luce D’Eramo, per dire) sia perché avevo come un lasciapassare a essere indiscreta, a cercare di tirar fuori qualche segreto, a soddisfare le mie curiosità. E ho sempre notato che con le donne era più facile stabilire una complicità, un rapporto di fiducia. Gli uomini erano sempre più abbottonati e sospettosi. Ma ero piuttosto scaltra e spesso sono riuscita a evadere le loro difese» [Luisa Mirone, laletteraturaenoi.it] • «Dalla pubblicazione su Theoria si sono accorti che esistevo e devo dire che ho avuto molte soddisfazioni. Ho sempre avuto proprio una buona stampa e delle firme importantissime; quindi, il più difficile è stato esordire. Poi finalmente è cambiata la musica e sono stata riconosciuta e rispettata di più [...]. Al tempo c’era una società letteraria per cui una volta che ti riconoscevano ti facevano spazio ed erano anche generosi. Ecco oggi non c’è più questo [...]. Quelli erano un’élite. Invece ora c’è la democrazia, che va benissimo, però bisogna dire che ha ucciso completamente l’élite e quindi l’arte. Perché l’arte o è élite, o non è [...]» [Ghilardi, cit.] • Nonostante la chiusura di Theoria, nel ’95, sia un colpo durissimo e sancisca la fine di un’epoca e di un’intera concezione della scrittura e degli scrittori, con la generazione dei grandi autori del ‘900 ormai scomparsa, Petrignani non arresta il suo percorso di scrittura, pubblicando numerosi libri e collaborando con varie riviste e quotidiani. Nel 2011, con E in mezzo al fiume vince il premio Alghero Donna e nel 2018, con La corsara, arriva terza al Premio Strega [sandrapetrignani.it] • Una produzione, la sua, che spicca per varietà e per la difficoltà a essere incasellata in categorie predefinite, come per esempio quelle di «romanzo» o di «biografia»; «Per me è sempre stato molto importante questa cosa dell’essere assolutamente moderni, penso che uno scrittore debba sempre cercare di dire qualcosa di nuovo, e non nell’oggetto, nella trama. Lo deve dire nella forma. Quindi ho sempre cercato forme stravaganti» [Ghilardi, cit.] • La sua ultima fatica letteraria è Carissimo dottor Jung, pubblicato nel 2025.
Curiosità In passato ha nutrito un amore fortissimo per l’India: «Avevo superato da poco i quarant’anni e cercavo la spiritualità nel buddismo. Nel 1995 feci il mio primo viaggio in India girandola in lungo e in largo, da sola, e andando a visitare diversi ashram di diverse comunità mistiche, dirette da guru dalle diverse caratteristiche, per vedere se attraverso la meditazione e altre pratiche riuscivo ad arrivare a un qualche punto superiore della conoscenza e a stare meglio con me stessa» [Petrignani, Foglio] Ci tornerà una decina di volte, e pur non trovando «l’Uno-senza-Secondo», ottiene un libro e una profonda amicizia con Tiziano Terzani [Libreria Eli, cit.] • Prova interesse per il mondo spirituale e dell’occulto: «C’è tutta una parte della vita, dell’esistenza, delle coincidenze, delle sincronie, delle precognizioni. Non ho nessuna difficoltà a dire: “Sì esiste una dimensione altra”. Basta partire dal nostro inconscio, che non conosciamo ma è pieno di verità nascoste che ogni tanto affiorano”». Trova che questi fenomeni si manifestino in particolare quando sta scrivendo un libro, fornendole ispirazione o soluzioni. [Cronache dell’Invisibile, Youtube].
Amori «Si sa che le bambine fanno dei giochi così, quindi con la mia amica Wendy giocavamo al principe e alla principessa e ci baciavamo per gioco. Avevo un’ammirazione assoluta per Wendy, volevo essere lei, perché io mi sentivo brutta, con l’apparecchio e mia madre che teneva le gonne lunghe perché ci crescessi dentro [...]. Poi però poi arriverà Laura, alla quale, a 12 anni confessi di essere innamorata di chi? «Di Bobby Solo». Poi arriverà Shapiro dei Rockers e successivamente Mick Jager dei Rolling Stones [Anna Di Giovanni, cit.] • Si è sposata tre volte. Dei suoi mariti parla pochissimo. Perché? «I mariti non sono stati il centro della mia vita. E non perché non siano stati fondamentali. Non sono fiera dei miei tre matrimoni, li vedo come dei fallimenti, almeno i due che sono finiti per colpa nostra (l’autrice è vedova del terzo marito, ndr)» A 50 anni uno dei suoi vecchi amori ricompare e le chiede di fuggire con lui. Lei rifiuta. Si è mai pentita? «È la cosa più scioccante che mi sia mai capitata. Carl era in fin di vita e voleva trascorrere con me i suoi ultimi mesi. Ma per me stava cominciando un nuovo amore. E non volevo tradirlo. Sono stata dura, ma giusta» [Ameri, cit.] • Con il terzo marito aveva acquistato una casa nella campagna umbra con un giardino molto grande, dove vive con i suoi cani e gatti. Ogni settimana fa la spola tra Amelia e Roma, per fare la «nonnasitter» alla sua nipotina [Riccardo De Palo, Messaggero].
Titoli di coda «Se ci sarà un’altra vita, dopo questa, non vorrei tornare a scrivere. Vorrei poter fare qualcosa di meno narcisistico» [Morgan Palmas, sulromanzo.it].