9 luglio 2026
Tags : Michele Serra
Biografia di Michele Serra
Michele Serra , nato a Roma il 10 luglio 1954 (72 anni). Michele Serra Errante. Giornalista. Scrittore. Autore teatrale. «Il mitico direttore di Cuore» [Claudio Sabelli Fioretti, Sta 15/8/2008] • «Uno dei più importanti giornalisti del nostro Paese» [Salvatore Merlo, Foglio 27/1/2023] • Cominciò a vent’anni all’Unità, come correttore di bozze. Promosso redattore, poi inviato sportivo, ha raccolto l’eredità di Mario Melloni (Fortebraccio), il corsivista che teneva la rubrica Oggisulla prima pagina del quotidiano comunista • Già collaboratore di Epoca (dal 1987 al 1990, si dimise quando la proprietà della Mondadori passò a Silvio Berlusconi, dopo la guerra di Segrate). Già collaboratore dell’inserto satirico Tango (1986-88). Fondatore e direttore (1989-94) del settimanale satirico Cuore, poi lasciato a Claudio Sabelli Fioretti • Dal 1996 è editorialista di Repubblica dove tiene la rubrica L’Amaca e la rubrica delle lettere sul Venerdì (prendendo il posto di Eugenio Scalfari). Dal 2002 al 2022 ha tenuto la rubrica Satira preventiva sull’Espresso. Dal 2023 cura la newsletter Ok boomer per il Post: «Lì mi scrivono i trentenni. Dialogano con un boomer. Molto stimolante. Imparo un sacco di cose» • Autore (dal 2003 al 2013) e poi ospite fisso di Che tempo che fa di Fabio Fazio • Ha scritto testi per gli spettacoli, a teatro e in televisione, di Antonio Albanese, Claudio Bisio, Milva, Gianni Morandi, Beppe Grillo e Adriano Celentano • «Godibile, pessimista e nichilista» [Piero Vietti, Foglio 15/10/2015] • «È un parodista di talento, e sconta i suoi trionfi di autore satirico con i suoi tonfi di commentatore serio» [Guido Vitiello, Linkiesta 11/7/2020] • «Quando vuol far ridere, ci riesce. Ma quando vuol essere serio, diventa irresistibilmente comico. È un calligrafo. S’innamora delle parole. Va riconosciuto che si tratta di un amore corrisposto: le sa usare. Serra scrive come Dio comanda. Non come Francesco Merlo, suo collega alla Repubblica. Il quale avrebbe lo stesso talento, ma lo spreca in virtuosismi da impressionista, forse perché abita a Parigi» [Vittorio Feltri, con Stefano Lorenzetto, Buoni e cattivi, Marsilio 2014] • Lui, anziché a Parigi, è andato a vivere sui colli piacentini, dove si dedica all’agricoltura • Si definisce «un intellettuale contadino» • Quando deve presentarsi, spiega: «Sono stato educato da una famiglia liberale e da un partito comunista. Il risultato è che quando leggo un’intervista a Fabrizio Corona rimango sconvolto» • Sul Foglio, per queste sue oscillazioni, lo chiamano «l’umoralista» • Giuliano Ferrara, di recente, lo ha battezzato «chef Michele». Lui non ha fatto una piega, e ha risposto: «Molto probabile che sia un’allusione spiritosa a chef Rubio, uno dei più belluini e irragionevoli pro-Pal, è impossibile non far notare che GF è molto più chef di me».
Titoli di testa Michele, tu sei una delle ultime grandi firme della sinistra. «La mia fortuna è che l’ascesa è stata lineare, passo dopo passo. Non invidio quelli che sfondano a vent’anni. Serve equilibrio. In questo la palestra comunista è stata esemplare». In che senso? «Una volta andai da Emanuele Macaluso per lamentarmi di una cosa e lui mi liquidò: “Michele, pijate ‘na pastiglia e vedrai che ti passa”. Aveva ragione» [Concetto Vecchio, venerdì 10/7/2024].
Vita «Mio padre, Franco Serra, bancario, votava per i liberali di Malagodi. Mia madre, Anna Maria Errante, cattolica conservatrice, andò su tutte le furie quando abolirono la messa in latino». Diventi comunista per reazione? «Penso che il conflitto con mia madre abbia pesato». Come la prese? «Un giorno Indro Montanelli mi disse che mamma lo aveva avvicinato dopo una conferenza al Casinò di Sanremo – mamma naturalmente adorava Montanelli: “Mio figlio è comunista!” (Serra imita il toscano di Montanelli). “E io che ci posso fare?” allargò le braccia Indro» La vita è contraddizione? «Mia madre ha ritagliato per tutta la vita i miei articoli». L’hai costretta a leggere Repubblica? «E prima l’Unità. Lei leggeva Il Giornale, votava Berlusconi». E tuo padre? «No, mio padre ogni volta che vedeva il cavaliere in tivù cambiava canale: lo riteneva uno sbruffone esibizionista. Era figlio di un generale, la sua destra era decoro». Una destra minoritaria in Italia. «Una destra di altri tempi. Mio padre chiamava il frigorifero frigidaire e il Totocalcio, Sisal […] Mia mamma invece era cosmopolita, figlia di un uomo d’affari siciliano – nobile spiantato, famiglia di Polizzi Generosa – e di una francese. Aveva fatto le elementari a Parigi e vissuto in America negli anni del fascismo. Impose al marito il doppio cognome, e per questo io mi chiamo Serra-Errante». Era emancipata. «No, perché era molto di destra e diceva che le donne non devono lavorare. Ma era molto colta. A New York aveva frequentato Barzini, quando tornò in Italia nel 1947 andò a trovare Croce. Frequentava Prezzolini a Lugano […] Suo padre, mio nonno Guido, ha avuto molte vite. Dopo il crollo del ’29 ha lasciato perdere il business ed è diventato professore di filologia romanza a New York. Quando conobbi Beniamino Placido mi disse: “Ma tu sei il nipote di quello che ha scritto il Marcabru!”. Il fratello, Vincenzo Errante, aveva tradotto Rilke». Quindi sei cresciuto in una casa piena di libri? «Sì, soprattutto in estate a Sanremo, col nonno che usciva di casa e diceva: “Vado a trovare Mario Praz”» [Vecchio, cit.] • I Serra si trasferiscono a Milano: casa in centro, vicino alla basilica di Sant’Ambrogio. Michele è iscritto al liceo classico Manzoni. È nel 1969, sui banchi di scuola, all’età di quindici anni, che diventa di sinistra. «All’epoca bastava affacciarsi da una finestra per vedere un corteo. La politica aveva una potenza enorme. Ti risucchiava […] Ho capito presto che non tutti hanno la mia stessa fortuna, e che i borghesi sono dei privilegiati […] A 15 anni ho un piccolo incidente con la moto. Mi portano in ospedale, in corsia familiarizzo con altri malati, gente comune, arriva mia madre e mi dice: “Ora ti portiamo nel reparto solventi”» [Vecchio, cit.]. «Lì c’era l’altro mondo rispetto alle mie radici, la borghesia. Iscriversi al Pci era come sposarsi con la colf» [a Sabelli Fioretti, cit.] • A sedici anni, una fase anarchica. «C’erano Enrico Mentana, Guido Salvini, Beppe Benvenuto e Mario Ferrandi, che poi sarebbe finito in Prima Linea». Poi, a diciotto, si iscrive al Pci. «Non ho mai sopportato la violenza. All’università assistetti a un pestaggio tra Movimento Studentesco e Avanguardia operaia. Stalinisti contro trotzkisti. Ebbi paura e provai repulsione». Il Pci offriva un ordine nel caos? «Esattamente. Un’àncora. La prima tessera la prendo nella sezione di via Caccialepori, la Martiri di Modena, allora periferia». Che mondo era? «Socialmente mescolato, operai, casalinghe, intellettuali. Poi passai alla mia sezione territoriale, la Perotti Devani, ribattezzata Salotti e Divani, centro storico – ztl si direbbe oggi. Ma c’era una fabbrica nei paraggi, la Ferrotubi, e la sezione aveva una cellula di metalmeccanici». Ricordi il primo incarico? «Diffondere l’Unità». Il porta a porta nelle case. «Al mio liceo, di poveri, ce n’erano pochi. Capitai in un condominio di via Rubens, una coppia di vecchi viveva in un abbaino, con una tenda al posto della porta…» […] Come sei entrato all’Unità?«Ero iscritto a Lettere, alla Statale. Un giorno un assistente, Giampaolo Garavaglia, mi dice che all’Unità cercano dei dimafonisti». Cosa facevano i dimafonisti? «Trascrivevano i pezzi dettati dagli inviati al telefono. In breve diventai un mostro dello spelling». Dov’era la redazione? «In viale Fulvio Testi, periferia nord, verso Cinisello Balsamo. Stanzoni pieni di fumo, il ticchettìo assordante delle macchine da scrivere, le firme che provavano e riprovavano gli attacchi dei pezzi. A sera il pavimento era ingombro di fogli appallottolati». Quanti anni avevi? «Venti. Lavoravo di sera, fino a notte. Mi sono guadagnato così i primi soldi, perché volevo rendermi autonomo: metà dello stipendio lo davo, come tutti, al partito». Quando ti pubblicano il primo pezzo? «Un giorno il capo dello sport mi chiede di mettere insieme alcune agenzie su una gara del Moto Gp. Ho cominciato così, dalla gavetta. A 21 anni mi hanno assunto, l’anno dopo ero professionista». Sei stato fortunato. «Era tutto molto più facile di adesso. Ti sentivi su un missile sparato verso il domani» [Vecchio, cit.] • «Avrò avuto ventidue anni, pochi problemi, molto entusiasmo: avevo lasciato senza rimpianti i miei stracchi studi universitari (lettere moderne) per lavorare in un quotidiano. La mia firma sul giornale mi sembrava un sogno, un obiettivo inimmaginabile fino a pochi mesi prima. Tra i miei primi articoli scrissi una breve cronaca sulla presentazione di un nuovo quiz di Mike Bongiorno. Mi convocò il caporedattore centrale: “Leggi questa frase”, disse mettendomi sotto il naso il mio articoletto. La lessi, mi pareva in italiano corretto e del tutto innocua. Non per lui: la frase conteneva la parola “omino”, riferita a un signore che smistava il pubblico nello studio televisivo. “Se vuoi scrivere per l’Unità, ricordati che per i comunisti non ci sono ‘omini’. Tanto più se stai parlando di un lavoratore”. È passato quasi mezzo secolo ma ricordo ancora la sensazione, bruciante come un ceffone, di quel secco e inatteso rimprovero: e con una motivazione che non avrei saputo e potuto valutare da me solo – omino mi pareva un termine banalmente descrittivo. Uscendo da quell’ufficio avevo imparato qualcosa. E se mai, nel lungo cammino della mia scrittura, ho poi nuovamente usato la parola “omino”, è stato perché volevo proprio dire “omino”, sapendo bene quanto il termine avrebbe potuto urtare il suo destinatario e forse volendo proprio urtarlo» [Post 22/7/2023]. Serra «entrò quasi subito nelle grazie di Alfredo Reichlin, che apprezzava i suoi primi articoli sgarzolini, di lieve satira, di brillante scrittura. Il giornale dove giganteggiava il puntino rosso, in prima pagina, di Fortebraccio – l’ex democristiano che aveva abbracciato la Causa, fazioso e inarrivabile. Serra andava dai dischi di Nada allo sport, fino a un celebre viaggio in Panda sulle coste italiane: ogni giorno un pezzo da una caletta o da uno stabilimento balneare, un ritratto dell’Italia anni Ottanta sotto l’ombrellone» [Stefano Di Michele]. Quindi hai cominciato con lo sport? «Sì, sono anche stato caposervizio della redazione sportiva. Presto però hanno cominciato a mandarmi in giro a raccontare l’Italia. Ricordo che Augusto Fasola, vicedirettore a Milano, mi diede questo consiglio: “Le prime persone da sentire quando arrivi in un posto sono il prete e il segretario del Pci”». Ti pesa non esserti mai laureato? «No, non m’importa. Mi sono fatto risucchiare dal lavoro».Il primo grande servizio? «Le Olimpiadi del 1984, a Los Angeles. Ho trent’anni». Per fare il colore? «Per fare tutto. L’Unità era senza un soldo e mandò me come unico inviato. Decisi di raccontare i Giochi a modo mio. Per resistere alla fatica mi drogai di Coca-Cola e pollo fritto, fumando due pacchetti di Rothmans e dormendo tre ore a notte per quaranta giorni». Poi nell’estate del 1985 giri in Panda l’Italia della villeggiatura. «Quel viaggio, da Ventimiglia a Trieste, mi consacra come “scrittore divertente”. Quando torno in redazione a settembre trovo una vagonata di lettere dei lettori». Diverrà anche un libro, Tutti al mare, per me il più bello dei tuoi. «Era un’Italia a gettoni. Ogni sera facevo una fatica immane per racimolarne abbastanza per dettare il mio pezzo». Fai tappa pure a Capalbio, già allora radical chic. «Sì, trovai Asor Rosa, Occhetto, Beniamino Placido, svegliai Giacomo Marramao…» (ride). Come nasce il Serra della satira? «Un giorno Sergio Staino mi convoca a Milano, al Bar Basso, mi vuole a bordo di un inserto dell’Unità, Tango: “Ma io non ne sono capace”, gli dico. Ero sorpreso». Staino intuisce una vocazione? «Gli propongo dei pezzi apocrifi. Il primo di Gianni Brera, che ha subito molta fortuna. Poi Ronchey, Montanelli, Bocca» [Vecchio, cit.]. È la memorabile e strepitosa serie di falsi articoli, con firme da Biagi alla Fallaci, tanto verosimili da sembrare veri, raccolti poi in Falsi d’autore (Feltrinelli 1991) • Nel 1989 fonda e dirige Cuore, prima inserto dell’Unità, settimanale indipendente dal 1991. «Tecnicamente Cuore fu soprattutto la parodia di un giornale. Adoperava la grafica, i titoli, l’impaginazione di un giornale “vero” per poterne fare il verso. Per una redazione fatta soprattutto di giornalisti – a differenza di precedenti giornali satirici, come il Male e Tango, redatti soprattutto da disegnatori – era impagabile il gusto di giocare a fare un giornale. Ci divertivamo come bambini. La maggior parte delle formule verbali di Cuore discendeva direttamente dai modi di dire del giornalismo “serio”, li imitava e li storpiava. E molto del piacere di fare Cuore, e forse anche di leggerlo, andò scemando mano a mano che l’informazione paludata cominciava a perdere il suo aplomb, a usare un linguaggio più veloce e corrivo» • Titoli di Cuore: «Limiti della democrazia: anche i coglioni votano». «Omicidio Pecorelli, si alleggerisce la posizione di Andreotti: non era il mandante, era il killer» • «Il piccolo giornale si ritrovò a essere il catalizzatore di parecchi dei più vivaci umori dell’epoca, e il suo direttore, poco più che trentenne, si ritrovò ad essere un leader, tanto da meritare dal vecchio e combattivo dirigente comunista Maurizio Ferrara (papà di Giuliano) il titolo di “capo del partito trasversale delle teste di cazzo”. Del quale mi fregio ancora oggi, nei momenti di incertezza, con qualche nostalgia». «È stato un lavoro collettivo. Un giornale satirico, ma anche una parodia del giornalismo. Alle mie spalle conservavo incorniciato un titolo di Cronaca Vera: “Violentata per due giorni dallo zio su un tappeto di gran pregio”». Quanto vendeva Cuore? «Nei momenti d’oro anche 150 mila copie. Giampaolo Grandi, uno dei soci, aveva commissionato un’indagine di mercato e venne fuori che avremmo venduto 20 mila copie, soprattutto tra gli ex sessantottini». Invece? «Ci compravano soprattutto i ventenni. Un giorno andai alla Statale per rendermene conto e trovai una distesa di fogli verdi». Morale? «Il marketing è una grande stronzata» [Vecchio, cit.].
Amori Sposato con Giovanna Zucconi, anche lei giornalista. Si sono conosciuti alla Feltrinelli. «Eravamo entrambi sposati, con due figli. Le separazioni sono dolorose: la vita a volte sfonda la porta con una certa malagrazia». Quanti anni avevate? «Io 48, lei 41». Sembrate ancora molto innamorati. «È stato un grande incontro» [Vecchio, cit.].
Denari Rinfacciava a B. le ville, lo stile di vita da nababbo, etc. «Io non sono un pauperista, la ricchezza mi piace. Ma se avessi i soldi per comperarmi la Ferrari non lo farei. L’idea che possano considerarmi burino me la vieta» [Sabelli Fioretti, cit.].
Politica Candidato con il Pci alle europee del 1989, non eletto.
Politica/2 Nel 1990, in violazione dello statuto del Pci che non permette le doppie tessere, si iscrisse al Partito radicale, agli Antiproibizionisti e ai Verdi Arcobaleno. Una provocazione per chiedere ai compagni «una sinistra unita e antagonista».
Politica/3 Michele, una volta eri del Pci… «E ho apprezzato la svolta della Bolognina. Ho preso il primo anno la tessera del Pds. Poi ho lasciato perdere. Mi irritò il fatto che preferirono Napolitano a Rodotà per la presidenza della Camera. Mi dissi: siamo quelli di prima». Solo per Rodotà? «L’idea di creare un partito di sinistra che uscisse dalla rigida tradizione del Pci era ammaliante. Però non hanno avuto la forza di farlo. Invece di aprire le porte si pensò a conservare l’ufficio, la poltrona, l’assessorato». Oggi? «Oggi mi sento un moderato di sinistra» [Sabelli Fioretti, cit.].
Politica/4 Senti di essere rimasto un ragazzo di sinistra? «Sì, sto ancora lì, come quando ho iniziato». Cos’è per te la sinistra? «Ciò che ti richiama continuamente all’esistenza degli altri». Cosa ti colpisce della destra al potere? «Il rancore. La mancanza di nobiltà. Il pensiero reazionario ha una sua grandezza, invece il populismo è soltanto becero. Il populismo vuole che il popolo rimanga subalterno». Lo esaltano di continuo. «Però gli va bene che resti incolto. L’educazione del popolo è una questione di libertà, diceva invece Gramsci». La sinistra, però, non se n’è più occupata. «E invece sei di sinistra solo se capisci che il popolo è messo male» [Vecchio, cit.].
Tifo Interista, senza riserve.
Curiosità Si dice pigro • «Raramente rido alle mie battute» • «Ormai sono di sinistra più che altro per affetto» • Nel maggio 2026 ha accettato l’invito della redazione di Scarp de’ tenis, il giornale di strada della Caritas, a firmare come direttore speciale il numero 300 • Scrivere è faticoso? «È un lavoro fisico». È anche un’ossessione? «Io rileggo anche gli sms per evitare gli errori». Qual è il segreto della bella scrittura? «Metterci dentro un po’ di vita. Non essere troppo freddo, né troppo analitico, né trombone. Conta l’onestà dell’intenzione» [Vecchio, cit.] • Ti piacciono i giornali? «Mica tanto. Ci sono momenti in cui dico: "Meno male che Travaglio ha scritto quell’articolo". Ma anche momenti in cui penso che i giornali abbiano un ruolo pernicioso, che servano solo a generare ansia» [Sabelli Fioretti, cit.] • «Resto convintamente democratico, un uomo un voto…». Però… «Ogni tanto mi viene la tentazione di pensare il contrario. Forse ci vorrebbe la patente per votare. Un esamino. Chi è il Presidente della Repubblica? Quante sono le Camere?». Sei un vecchio borbottone… «Se tu ti richiami alla Costituzione, ai padri costituenti, rispetto ad un magma in vorticoso cambiamento, sei un parruccone» [ibid] • Detasta i social e la tecnologia • Ogni settimana riceve un centinaio di lettere dai suoi lettori • L’Amaca, la scrive verso sera. «Sono tra le 1.600 e le 1.700 battute, ormai non le riconto manco più». È difficile dire sempre qualcosa di intelligente? «Riesce una volta su dieci. Per il resto bisogna cercare di fare una chiacchiera dignitosa con i lettori». Il tuo libro che ha venduto di più? «Gli sdraiati. Più di mezzo milione di copie. E vende ancora mille copie al mese, dopo dieci anni» [Vecchio, cit]. Nel suo libro, in cui parla della generazione telefono-dipendente, «Serra mette in pagina una generazione inesistente, ficca le paturnie di un sessantenne spiazzato dalla tecnologia nella testa di un personaggio trentaseienne, lo imbottisce di luoghi comuni, insicurezze tipiche dei protagonisti di quei film italiani che riempiono il Cinema Sacher e di cui tra sei mesi avremo dimenticato il nome, confondendolo con altre cento pellicole uguali» «La generazione dei trentacinquenni è alle prese con i dubbi e le difficoltà che Serra descrive, ma non in modo così banale, né passivo. Prova persino a cambiare il mondo, solo che non lo fa come quarant’anni fa lo voleva fare la generazione di Serra. Per fortuna. Se lui e i suoi contemporanei avessero avuto un iPhone, probabilmente avrebbero fatto meno danni» [Vietti, cit.] • «Guarda, io sono il tipico giornalista seduto. Per dirla tutta non so nemmeno se sono ancora un giornalista. Diciamo che scrivo sui giornali, e non è la stessa cosa» [Merlo, cit.] • Vittorio Feltri, tutto considerato, gli dà un 7 • Felicissimo della scelta di fare l’agricoltore. Produce piante officinali che diventano poi profumi e oli essenziali. Ha la patente da trattorista, e sa tutto dei trattori. Sconvolto quando un branco di lupi gli ha sbranato l’amato cane Osso • Cosa hai capito della tua vita di contadino? «Che senza la manodopera straniera l’agricoltura italiana non esisterebbe. Lavorano con me due braccianti, un siriano e un indiano». Pensi di essere cambiato? «Una certa malinconia dell’età c’è».Sembri molto vitale. «Però ogni volta salgo sul trattore con un filo di difficoltà in più» [Vecchio, cit.].
Titoli di coda Ritieni Michele Serra un talento sprecato. Per quale motivo? «È bravo quando è paradossale, dovrebbe limitarsi a cavalcare la sua vena satirica. Invece da qualche anno è caduto in preda a un moralismo crepuscolare, da vecchia zia. Scolpisce i suoi pensieri come se fossero lapidi da apporre sul monumento ai Caduti. Anche la prosa è diventata leccatina, arzigogolata, leziosa. Non abita sull’Appennino bolognese?» Un po’ a Ozzano dell’Emilia, e un po’ a San Donato Milanese, mi risulta. «Ma che parli come mangia, allora. A Bologna si mangia bene, no? Se si fosse impegnato di più, sarebbe diventato un altro Luca Goldoni» [Vittorio Feltri a Stefano Lorenzetto, Il Vittorioso Marsilio 2010].