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 2026  luglio 15 Mercoledì calendario

Biografia di Fabrizio Gifuni

Fabrizio Gifuni, nato a Roma il 16 luglio 1966 (60 anni). Attore.
Titoli di testa È il caos endemico di ogni attore? La condizione inestricabile del guitto? «Io non so come funziona per gli altri, so però che qui dentro, senza nessuna retorica, siamo tanti. Ma proprio tanti. Che certi giorni ci vorrebbe un vigile a dirigere il traffico» [a Malcom Pagani, 2015 Gq].
Vita «Alto, magro, mani grandi e un viso severo che però quando sorride rivela l’esistenza di un altro uomo, molto più fisico» [Irene Maria Scalise, 2010 Rep] • Di origini siciliane e pugliesi • Figlio di Gaetano Gifuni, morto nel 2018, che fu segretario generale della Presidenza della Repubblica sotto Scalfaro e Ciampi, «“il” segretario generale del Quirinale, il grand commis per eccellenza, uomo potente, suggeritore ed eminenza grigia di due presidenti della Repubblica. […] Era stato anche, per tre mesi, ministro per i Rapporti con il Parlamento in un governo elettorale presieduto da Amintore Fanfani. […] Padre dell’attore Fabrizio Gifuni (un secondo figlio, Giovanni, è consigliere a Montecitorio). Una carriera mai ostacolata dall’illustre genitore. “Mentre frequentavo Giurisprudenza, senza dire niente in famiglia ho fatto l’esame all’Accademia d’arte drammatica e sono stato ammesso” raccontò in una intervista. “Da parte dei miei non ho visto lo sconcerto che mi aspettavo. Sia mio padre che mia madre hanno avuto una reazione attonita ma non contrariata. Era evidente che si preoccupavano e si chiedevano: Ma cosa va a fare? Ma sarà capace?”» [Filippo Ceccarelli e Gianluca Di Feo, 2018 Rep] • Si è mai sentito privilegiato o facilitato dalle conoscenze di suo padre? «No mai. Mio padre era un grandissimo affabulatore, faceva molto ridere ma oggettivamente negli anni in cui mi stavo formando è stata anche una presenza ingombrante. L’ho anche parecchio vessato ma dovevo proteggermi». In che modo? «Gli ho impedito per anni di venire alle prime dei miei spettacoli o dei miei film e lui ci rimaneva sempre malissimo. Ora che non c’è più mi piacerebbe molto fargli vedere il mio ultimo film» [a Emilia Costantini, 2022 Cds] • «A casa si rideva molto, ho avuto un’infanzia felice. […] Un clima sempre rilassato in casa. Vacanze in un mare non bello, ma pratico, non lontano da Roma, che si sobbarcava mia madre, pur non amando la spiaggia, in modo che mio padre potesse raggiungerci nei weekend, e tanta montagna. Mio fratello maggiore, cinque anni più di me, portava a casa la politica delle assemblee del suo liceo e amava la musica. Metteva sul piatto Francesco Guccini, Fabrizio De André, Francesco De Gregori, Pino Gaetano, Ivan Graziani, Led Zeppelin o Pink Floyd e poi usciva. Io, più piccolo, guardavo i telegiornali e vedevo passare le manifestazioni sporgendomi dalla finestra. Altra politica arrivava a pranzo con i racconti di mio padre, un formidabile affabulatore in grado di farti vedere e sentire le cose» […] Nel 1980 lei aveva 14 anni. […] «La musica era orribile, la discomusic mi ripugnava, meno male che c’era Battiato» […]. «Non sono stato un lettore precocissimo, i libri importanti li ho presi in mano tra i venti e i trent’anni» [a Pagani, cit.] • Si può dire che ha iniziato a fare l’attore quando si divertiva con gli scherzi al telefono alla nonna? «Forse quegli scherzi mi hanno fatto capire che inventarsi un gioco ed essere presi sul serio poteva essere una gran bella cosa». Di che tipo di scherzo si trattava? «Avevo una decina d’anni, mia nonna più di 70: lei era molto affezionata a un mio zio ottantenne. Un giorno la chiamai al telefono, imitando la voce dello zio che ero in grado di riprodurre in maniera abbastanza impressionante, convinto che dopo pochi secondi avrebbe riconosciuto la mia voce. Invece no. Iniziò fra noi una lunga conversazione. Tanti ricordi in cui lei si commuoveva. Chiusi la telefonata molto turbato e senza il coraggio di dirle che ero io. La sera raccontai la cosa ai miei genitori». Si arrabbiarono? La sgridarono? «No, affatto. Siccome mia nonna passava molto tempo da sola, mi invitarono a chiamarla ogni tanto per tenerle compagnia. E così facevo. La chiamavo e lei dialogava con la mia voce da ottantenne. Questa sensazione da qualche parte deve essersi depositata: l’idea che l’apparente mostruosità di diventare qualcun altro poteva generare emozioni: mia nonna mi credeva, si emozionava e alla fine era felice. È ciò di cui parla Shakespeare a proposito degli attori: mettere in piedi un gioco per essere presi sul serio» [a Costantini, cit.] • «Le conseguenze del gioco erano imprevedibili e le mie imitazioni avevano assunto risvolti inquietanti. Gli amici mi chiedevano favori estemporanei, io mi prestavo a camuffare i timbri più disparati. La mia voce era uno strumento utile a creare altri mondi, a dare una nuova piega agli eventi. Il confine tra gioco e inganno diventava sempre più labile. Capii di averlo superato quando chiamai un’allieva del vecchio professor Serrao, Diritto romano, un’istituzione: “Lei è la migliore studentessa che abbia mai avuto, vorrei venisse in università per discutere di prospettive e futuro prossimo”. Avvertii la gioia. L’emozione. L’incredulità. Attaccai la cornetta e mi sentii male. Così ritelefonai subito alla ragazza, mi scusai e non lo feci più» [a Pagani, cit.] • Durante il servizio militare si mise a imitare il suo capitano. «Era l’incubo della caserma. Quando si spegnevano le luci, dopo il contrappello, mi divertivo a imitarlo in camerata. Lo venne a sapere e un giorno, durante la prova generale del giuramento, passò in rassegna le truppe in puro stile Full Metal Jacket “Lei mi imita?”. “No, signore”. “Lei mi imita?”. “No, signore”. Anche io negai. A quel punto si incazzò: “Allora qui c’è un solo buffone, ma questo buffone deve sapere che questo capitano è unico e inimitabile. Perché dopo averlo fatto, hanno buttato lo stampo”. Mi convocò in ufficio. “Ha capito benissimo: sentiamo, mi faccia sentire come parlo”. Perso per perso, chiamai un soldato che stava dietro alla porta, con la sua voce. Urlai con quanto fiato avevo. Quando quello schizzò dentro iniziai a interrogarlo con la voce del terrore: “Mi parli dell’organizzazione addestrativa dell’arma”. Il commilitone balbettava, sconvolto». Come finì? «Il capitano fece uscire il soldato tramortito e nella maldestra posa di un Marlon Brando-Kurtz in pieno delirio egolatrico, si aprì in un sorriso storto e mi consegnò il suo berretto e la sua sciabola: “Da domani io starò in ufficio, con la finestra aperta. Di portare in giro i plotoni si occuperà lei e io sentirò la mia voce rimbombare in cortile”. Passai un mese da padrone della caserma e, in modo pagliaccesco e tipicamente italiano, la leva si trasformò in farsa. Non so se ne farò davvero un film, ma questa storia, presto o tardi, la giro» [ibid.] • Un lavoro [quello di attore], però, al quale lei è approdato dopo gli studi di Giurisprudenza. «Al liceo fondammo un laboratorio teatrale. Primo spettacolo Romeo e Giulietta [interpretava Mercuzio]. Avevo meno di 15 anni e ho pensato: “Questa è la cosa più vicina alla felicità che abbia mai provato”. Terminata la scuola ho fatto passare un po’ di anni. Temevo che mi dicessero: vabbè, l’attore, ma un lavoro vero…? Ho iniziato a proteggere segretamente quella passione, mi sono iscritto a Giurisprudenza e sono partito per il militare. Ma ogni anno mi rileggevo il bando per l’Accademia Silvio D’Amico». Dove si è poi diplomato... «Sì, nei primi anni 90» [a Emilia Costantini, 2020 Cds] • «Come Boni e Lo Cascio [con il quale condivideva casa], viene dalla Silvio D’Amico, allevata da grandi maestri come Orazio Costa Giovangigli, Mario Ferrero, Paolo Terni, Angelo Corti e Marise Flach (che furono appassionati collaboratori di Ronconi e Strehler)» [Marco Tullio Giordana, Rep] • Esordisce nel 1993 con l’Elettra • «Intanto ero arrivato a pochi esami dalla laurea. Poi ho abbandonato perché avevo iniziato a lavorare. L’ultimo esame è stato Procedura penale, il giorno prima di partire per Verona per iniziare le prove di un Macbeth con Franco Branciaroli. È stata l’ultima volta che mi hanno visto all’università». Insomma, la mancata laurea appesa al chiodo, archiviata. «È arrivata inaspettata, per altre vie, molti anni dopo, quando l’università di Tor Vergata mi ha dato una laurea honoris causa in Letteratura italiana, filologia moderna e linguistica, per il lavoro fatto negli ultimi vent’anni su testi letterari e nuove forme di drammaturgia teatrale». […] Quali sono state le figure fondamentali nella sua crescita artistica? «Massimo Castri e Theo Terzopoulos nei primi anni, poi Giuseppe Bertolucci. In Accademia l’incontro centrale è stato con Orazio Costa, un gigante assoluto, del livello di Copeau, Jouvet o Stanislavsky. Ci ha insegnato le infinite possibilità del corpo, lo scatenamento del gioco e dell’infanzia. Difficilmente riuscivamo a capire cosa pensasse di noi come singoli e questo generava ferite salutari al nostro narcisismo. A parte una cosa...». Ovvero? «Avevamo capito che Costa prediligeva gli attori brevilinei, che sono più agili sul palcoscenico... come nello sport, ha presente Maradona?, è una questione di baricentro. Una volta sono andato da lui e gli ho chiesto: “mi dica la verità, dottore: sono troppo alto, vero?”». Che rispose? «Mi guardò un attimo e poi mi disse: “no… quando sei bravo, no. Ma devi essere molto bravo…”» [a Costantini, 2020 cit.] • Ha recitato ne La meglio gioventù (2003) e Romanzo di una strage (2011) diretto da Marco Tullio Giordana, ne Il capitale umano (2014) di Paolo Virzì • Ha partecipato anche a Hannibal (2001) di Ridley Scott: «Divertente come fare un giro al luna park» [a Scalise, cit.] • Ha interpretato papa Paolo VI in una miniserie tv del 2008 • Ha recitato nella serie L’amica geniale, dove ha interpretato Nino Sarratore da adulto • Nel 2020 ha interpretato un palestrato incattivito ne La belva. «Quando il regista Ludovico Di Martino e il produttore Matteo Rovere me lo hanno proposto, stentavo a crederci. Belva io? Ma loro non avevano dubbi, una scelta controcorrente rispetto alla pigrizia di cui è affetto spesso il cinema italiano». Cosa le hanno detto? «Per noi sei il nostro Liam Neeson, che fa teatro e cinema d’autore» […] Avrà fatto però palestra. «Eccome! Una preparazione rigorosa di cinque mesi. A parte i muscoli, devi fluidificare i passi, come una coreografia. Mi hanno messo letteralmente nelle mani dei migliori trainer, Emiliano Novelli e Paolo Antonini. Palestra cinque volte a settimana. E dieta, durissima per me che sono una buona forchetta. Per sei giorni niente dolci e pasta. Per fortuna il settimo giorno ero libero. È un film arrivato al momento giusto». Perché? «Nell’autunno 2018 avevo deciso dopo 25 anni di lavoro ininterrotto di fermarmi per un anno. Ero stanco, era morto mio padre da poco a cui ero molto legato, dovevo ritrovare energia. E grazie a La belva ho scoperto una cosa di me». Ovvero? «Che a 54 anni che mi piace menare le mani e fare i testacoda con le auto. Ho capito quanto può essere bello fare James Bond. Anche da bambino al massimo avrò dato due calci, è stato molto liberatorio farlo attraverso il cinema» [a Stefania Ulivi, Cds] • È stato diretto diverse volte da Marco Bellocchio, in Fai bei sogni (2016), Esterno notte (2022, dove interpreta Aldo Moro come fece in Romanzo di una strage di Giordana), Rapito (2023) e nella miniserie Portobello (2026, dove interpreta Enzo Tortora, serie elogiata anche dal New York Times, che ha definito la recitazione di Gifuni «una performance intensa che restituisce il dolore umano e pubblico di una storia ancora oggi simbolo degli errori della giustizia e dei processi mediatici»). «Ho incontrato Marco appena uscito dall’Accademia, in un modo molto divertente. I cellulari non erano ancora così usati, mi arrivò una telefonata a casa, era lui, o almeno diceva di essere lui, ma io ero abbastanza sicuro che dall’altra parte della cornetta ci fosse Pierfrancesco Favino, grande imitatore. Diceva che aveva visto una mia foto sull’Annuario degli Attori. Mi sembrava impossibile, finché mi disse che mi avrebbe chiamato la casting per fissare un appuntamento. E infatti, dopo un po’, fui convocato. […] Per molti anni, fino a Fai bei sogni, non siamo riusciti a lavorare insieme. Se avessi incontrato Marco 20 o 30 anni fa, probabilmente non sarebbe stato lo stesso, né per lui, né per me» [a Fulvia Caprara, 2026 Sta] • «Il bravissimo Fabrizio Gifuni è ormai abbonato ad Aldo Moro, l’ha fatto in Esterno notte e prima in Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, ma l’ha anche interpretato a teatro e ha scritto libri sul leader Dc (e forse non riesce più a uscire dalla parte, lo immaginiamo col cappotto in spiaggia anche d’estate come lo statista democristiano a Terracina nella foto che fa sempre sospirare tutti: “Ah, quelli sì che erano politici”). Però Gifuni ha fatto anche per la tv De Gasperi – L’uomo della speranza, regia di Liliana Cavani, e Paolo VI – Il papa nella tempesta, regia di Fabrizio Costa. Diciamo, quindi, specializzato in Democrazia cristiana» [Michele Masneri, 2024 Foglio] • «Può succedere di portarsi a casa un po’ di tutti i personaggi, per esempio con Moro è accaduto. Le mie figlie mi dicevano “basta, ma perché parli e ti muovi così?”. Non me ne rendevo conto, ma era vero» [a Caprara, cit.].
Amore È sposato [dal 2000] con l’attrice Sonia Bergamasco. È facile o difficile far durare una coppia quando si fa lo stesso mestiere? «Con Sonia ne abbiamo parlato tanto, ma per noi questa coincidenza ha reso le cose più semplici. Complicata, invece, è l’organizzazione concreta della vita quotidiana, gli incastri, gli arrivi, le partenze. In generale, però, almeno per noi, il fatto che l’altro capisca senza aver bisogno che si spieghi nulla, rende tutto più semplice. Non abbiamo mai avuto problemi di ego, io e Sonia abbiamo sempre avuto una grammatica comune, è anche una questione di caratteri» [a Caprara, cit.] • «Sonia attentava alla mia vita in La meglio gioventù ma poi per fortuna è diventata la moglie di De Gasperi [nel film di Liliana Cavani di cui lui è protagonista], così abbiamo potuto riconciliarci, incontrarci, innamorarci, fidanzarci e sposarci di nuovo. È stato divertente» [a Paola Tavella, 2004 iOdonna] • Convivere con colleghi protagonisti in palcoscenico è un azzardo. E convivere in casa con una moglie, Sonia Bergamasco, altrettanto protagonista è difficile? «Ha le sue insidie ma molti lati positivi». Vi è mai capitato, magari durante un litigio familiare, di dirvi a vicenda: stai recitando? «Credo che ci vorrebbe una discreta dose di distacco e di cinismo! Però la recensione in diretta di un litigio potrebbe chiudere la discussione in un attimo». […] È padre di Valeria di 17 anni e Maria di 15. Hanno manifestato l’intenzione di seguire le orme paterne e materne? «La più piccola minaccia di voler fare l’attrice. La grande è interessata ad altro. Oggi poi è tutto incerto e vale la pena seguire la regola aurea: individua le tue passioni e seguile senza tregua» [a Costantini, 2020 cit.] • Sonia Bergamasco, lei in teatro ha incontrato l’uomo più importante della sua vita, con cui è sposata da venticinque anni, l’attore-regista Fabrizio Gifuni. «Tra noi un colpo di fulmine... [ride]. Ci siamo conosciuti recitando nella Trilogia della villeggiatura di Carlo Goldoni con la regia di Massimo Castri. Io impersonavo Giacinta, Fabrizio era Guglielmo. Ed è cominciata subito la nostra storia». Una storia anche professionale: molto spesso avete lavorato insieme… «Sì e una volta ci siamo anche risposati! Nella miniserie televisiva De Gasperi. L’uomo della speranza, con la regia di Liliana Cavani, lui impersonava un grande uomo politico e io Francesca Romani. In quel periodo, allattavo Maria, la più piccola delle nostre figlie, e portavamo con noi sul set Valeria, la primogenita. Interpretando il matrimonio tra i due nostri personaggi, ci siamo risposati in scena!» [a Valeria Costantini, 2025 Cds].
Titoli di coda Secondo Pierfrancesco Favino è «un talento comico straordinario. Sono certo che in una commedia farebbe meglio che in una fiction sui Papi» [a Aldo Cazzullo, Cds 2009].