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 2026  luglio 17 Venerdì calendario

Biografia di Frankie hi-nrg mc

Frankie hi-nrg mc, nato a Torino il 18 luglio 1969 (57 anni). Vero nome: Francesco Di Gesù. Rapper (6 album da solista, decine di collaborazioni con altri cantanti); autore e produttore discografico; attore, fotografo e regista (specializzato in video musicali, ha recitato anche in produzioni cinematografiche e radiotelevisive).
Titoli di testa «La musica è prima di tutto un rito, è magia. (...) “Doni” la musica alle persone; esse la ricevono, la ballano, ne sono emozionate, creano attorno ad essa delle emozioni; e quelle stesse emozioni potranno richiamarle, potranno rimetterle in circolo in altri momenti della loro vita, quanto ne sentiranno il bisogno. Trovo tutto questo meraviglioso» [Damir Ivic, soundwall.it].
Vita Lei con il Bronx c’entra poco. Suo padre era ingegnere e sua madre una letterata. «Vengo da una famiglia borghese e intellettuale, originaria di Torino. Mio papà Giovanni progettava cinescopi, lo schermo a tubo catodico, quella parte dei vecchi televisori su cui si forma l’immagine. Per via del suo lavoro abbiamo vissuto in tante città. In provincia di Frosinone, a Caserta, Città di Castello. Mia mamma Germana faceva la casalinga ma, prima che nascessi io, insegnava italiano ed era un’egittologa» [Valentina Colombo, Vanity Fair] • Ne parla sempre e solo bene. «Sono morti entrambi, sono stati una delle cose più belle della mia vita. [...] Germana era appassionata di cultura e provava il sottile piacere di causare sorpresa negli altri condividendo il suo sapere. Giovanni aveva grande senso dell’umorismo e anche a lui piaceva raccontare» [ibid.] • Che bambino eri? «Mia cugina mi aveva soprannominato “Utet” come l’istituto enciclopedico, perché ho sempre avuto un po’ il vizio di sapere le cose e farlo sapere agli altri» [A Omar Schillaci, Stories] • La passione per la fotografia arriva prestissimo: suo padre gli regalò una Polaroid e gli chiese di «fargli un ritratto che venne fin troppo bene per essere stata scattato da un bambino di poco più di tre anni» [Stefano Bucci, La Lettura] • «Colleziono dischi in cui c’è gente che parla: il primo era di mia madre, di quando avevo 4 anni: c’è Elena Melik che spiegava come ci si trucca, con la musica: surreale» [Marinella Venegoni, Stampa] • Aveva la stanza completamente tappezzata da fotografie dei Run-D.M.C, dei Beastie Boys e dei Public Enemy. «Lo spirito di ricerca della black music, il suo essere costante apripista di nuovi territori, da ragazzo me la faceva preferire all’universo più cantautorale, italiano o straniero che fosse» [Luca Castelli, Cds] • «Poesie filastrocche e racconti di Rodari erano una passione di mia madre e facevano parte della mia biblioteca di ragazzino [...] Ho imparato da lui il mondo delle libere associazioni, dove il cambio di una lettera fa germogliare una storia e mette in comunicazione mondi diversi e lontani. [Adriana Marmiroli, Stampa] Nel 2020 sarà la voce narrante del documentario Rodari 2.0Chi era lei prima del clamore? «Un adolescente con spirito d’iniziativa» In cosa? «Soprattutto nel trasformare gli hobby in lavoro» Esempio. «A 14 anni ho lavorato un’estate intera come dimostratore di videogiochi per un negozio di Caserta; ero costretto in una vetrina, tutto il giorno, a testare le ultime novità. E mi pagavano pure» [Alessandro Ferrucci, Fatto] • Le superiori: che studente eri? «Discreto. Anche se tra la terza e la quarta liceo sono stato rimandato in tre materie e tra la quarta e la quinta in due. Tutte materie scientifiche. E facevo lo scientifico. Alla maturità ho preso 55» [Schillaci, cit.] • «1986, [...] a scuola scarabocchio il banco con i miei tag, ancora alla ricerca di uno definitivo. Il primo che utilizzo è Zap, con un fulmine che trapassa la scritta verticalmente, veloce e facile da ricordare. Poi mi torna in mente quando Salvatore Gagliarde, il mio compagno di hip-hop casertano, aveva trovato su un giornale la scritta hi-nrg e aveva detto: “Guarda, con poche lettere sintetizzano due parole lunghe: potrebbe essere un buon nome d’arte”, e inizio a lavorarci su. Non mi curo molto di sapere se esista già qualcuno o qualcosa che possa chiamarsi Hi-Nrg: nella fattispecie ignoro che si tratti di un sottogenere musicale della disco [...] e che non c’entri una mazza con quello che faccio, ma il suono mi piace e tengo quello [Frankie hi-nrg mc, Faccio la mia cosa] • «Abitavo a Caserta e in quella pezzo di Italia non si riceveva il segnale dell’unica televisione tematica esistente all’epoca, che era Video music, che trasmetteva dalla Toscana e che aveva comunque una diffusione relativamente limitata geograficamente. Quindi i primi video dei Run Dmc, dei Public Enemy, dei Beasty Boys, me li ha fatti vedere Jovanotti alla televisione» [Pezzi: dentro la musicaPodcast, Youtube] • Che effetto faceva il rap su di lei? «Mi accendeva. Ero abituato al bel canto – anche per motivi famigliari – e alla melodia, sentire parole così dirette, capire che si poteva dire tanto senza essere cantanti in senso stretto, mi ha svegliato. E fatto muovere: per me tutto parte dal corpo, con la ritmica del rap non sto fermo» [Patrizio Ruviglioni, Rep] • Cosa ami e cosa odi dell’hip-hop? «Amo i principi che l’hanno ispirata per come sono stati declinati dalla Zulu Nation di Afrika Bambaataa e come sono stati espressi dai grandi mc della storia. Odio la violenza in generale: l’onnipresente mancanza di rispetto per le donne, l’omofobia. L’energia e la violenza dei Public Enemy, per esempio, ha un senso e un significato completamente diverso da quella degli N.W.A. anche se i loro primi dischi li ho amati. È un po’ come il fuoco: può riscaldarti e bruciarti» [Fatto] • Era considerato un nerd? «Da tutti. Anche da amici e familiari» [Ferrucci, cit.] • «Finito il liceo, ho sempre la passione per la musica, il rap, il dj-ing, eccetera, e oltre che per la scrittura, la lettura. Mio padre ha sempre avuto il un super potere dell’individuare i mestieri che di lì a qualche anno sarebbero diventati molto importanti. [...] Gli ho detto: “Ma secondo te che cosa dovrei fare all’università?" Nel cuore mi piaceva già l’idea del mondo dello spettacolo, l’idea del Dams… poteva essere una cosa frizzantina. Mio padre, senza un attimo di esitazione, mi ha detto: “economia e commercio”. Dopo aver tirato giù un pantheon di divinità, dissi: “Boh, ok.”. E lì mio padre è stato furbissimo, e mi ha fatto una di quelle proposte a cui non puoi rinunciare. Mi disse: “Se ti iscrivi tu, mi iscrivo anch’io”. Quindi i miei anni di università furono un ricatto micidiale… poteva diseredarmi, avrebbe fatto prima! Anni che consistettero nell’andare a lezione con mio padre, tenergli il posto in aula, preparare gli esami con lui. Poi lui si è laureato, e io no. Perché, dopo tre anni di questo andazzo, ho fatto Fight da faida e mi sono completamente affrancato» [a Lorenzo Luperini, adessocapiamo, Youtube] • Tu perché invece pensavi al Dams? Eri già immerso nel mondo dell’arte? «Perché comunque l’universo dello spettacolo in generale, cinema, teatro, musica, mi ha sempre affascinato. Devo dire che la famiglia siciliana, la famiglia di mio padre, ha sempre avuto una importante vena artistica: zia Ninni era una pianista, concertista di musica classica. Alla stessa tavolata si riunivano due attori, un violinista, uno scultore, un regista, quasi tutti cantanti e molti che sapevano suonare almeno uno strumento. Un humus all’interno del quale ho mi sono trovato a mio agio» [Luperini, cit.] • C’è stato un momento, Il momento, dell’illuminazione? «Sì. È stato quando ho scritto Fight da faida, la notte tra il 20 e il 21 giugno del 1991. All’epoca fingevo di essere un giornalista per una rivistina che si chiamava Skate e mi ero inventato una rubrica che parlasse di hip hop. Intervistando Luca De Gennaro, mi disse che dopo due settimane avrebbe collaborato all’organizzazione di un primo festival di hip hop in provincia di Padova» Frankie accetta l’invito come giornalista-fan, e «lì ho sentito per la prima volta qualcuno rappare in italiano: i Devastatin’ Posse di Torino. Sulla strada del ritorno ho iniziato a scrivere quella che poi è diventata Fight da Faida. La mattina dopo avevo il testo e ho detto: questa cosa è troppo bella, la voglio fare, ci voglio provare. Da lì è iniziato il mio percorso» [Schillaci, cit.] • Fa ascoltare la canzone all’amico Luca De Gennaro, che a sua volta lo mette in contatto con la casa discografica bolognese Irma Records [Riccardo Bocca, Lo sgabuzzino di Riccardo Bocca, Youtube] • Nel ’92 Fight Da Faida viene pubblicato come singolo e diventa un istantaneo successo, cosa che gli procura un’istantanea, accesa antipatia dai colleghi rapper, soprattutto di quelli dei centri sociali: «Parecchi di quelli che si sforzavano da anni, con grande fatica e impegno purtroppo non premiato da altrettanto vigorosi risultati, si videro scavalcare da questo borghesuccio che, con una sola canzone, improvvisamente era in tutte le radio e addirittura nelle discoteche. Pensa che schifo. E quindi ho avuto una bella parte della scena contro per molto tempo» [Pezzi: dentro la musica, cit.] • Per fare promozione al pezzo viene invitato da Serena Dandini a partecipare alla trasmissione Avanzi: un momento seminale per il rap italiano successivo, in quanto la sua esibizione folgora due spettatori: Caparezza e Fabri Fibra [Schillaci, cit.] • Nel 1993 Fight da faida viene inclusa nel suo primo album, Verba manent. Una tappa degna di nota dell’hip hop italiano, in quanto è il primo album prodotto da una major, la Bmg. Frankie non si fa intimidire dalle contrattazioni: si fa insegnare le dinamiche inerenti alle trattative e alla cessione dei diritti, e si impegna in prima persona. Parte per un tour nazionale di un anno e mezzo [Bocca, cit.] • «Dopo il mio esordio capii che stavo acquistando una certa notorietà». In che occasione? «In famiglia avevamo un vero culto per Vittorio Gassman, a carnevale mi mascheravo da Brancaleone. Mamma e nonno sentirono la sua inconfondibile voce nella segreteria telefonica. Mi cercava perché componessi un brano rap che interpretò nel suo spettacolo Camper con il figlio Alessandro» [Mirella Serri, Stampa] • Il successo vero e proprio, quello che finirà per diventare un sinonimo della sua produzione artistica agli occhi del grande pubblico arriverà però quattro anni dopo: è Quelli che benpensano, (il cui ritornello è opera di Riccardo Sinigallia), singolo contenuto nel suo secondo album, La morte dei miracoli. Ha scritto una delle canzoni più importanti e amate degli ultimi decenni, Quelli che benpensano. «E non ne ero neanche pienamente cosciente, pensavo solo di aver realizzato un bel pezzo» E poi? «È più il calendario a farmi rendere conto di quanto è amata ancora oggi» Spesso gli artisti si stancano del loro maggior successo. «Fortunatamente non ho la sindrome di Satisfaction o l’angoscia da La mia banda suona il rock» [Ferrucci, cit.] • Non ha mai avuto voglia di cavalcare questo successo di massa? • «No. Dopo il successo di Quelli che ben pensano aspettai sei anni prima di pubblicare un altro album, più che battere il ferro finché caldo. Mi proposero un musicarello su Quelli che ben pensano: che proprio criticava quel modo “innocente”, in malafede, “benpensante” di fare arte. Che dire: non avevano capito niente» Parentesi: oggi quelli che benpensano che fine hanno fatto? «Hanno figliato, indossano a volte pelli da “alternativi”, ma restano gli stessi: gente arroccata nelle posizioni di potere, che si scambia favori solo per mantenerlo, il potere. E intanto, predica» [Ruviglioni, cit.] • «Mi è sempre interessato parlare delle libertà individuali e collettive. Il “noi” non è sparito dalle canzoni, ma dal dibattito pubblico. Ciascuno corre per sé. Questa introspezione, s’intende, è anche una bella rivoluzione, ci sono grandi talenti. I problemi sono altri: l’ostentazione di modelli inarrivabili e frustranti, la malavita rivendicata come stile di vita. Nelle periferie americane il successo era un modo per uscirne, qui no. Non per forza si deve educare, tantomeno credo nella censura. Ma nel buonsenso, questo sì. Oggi tanto rap mi sembra una gara a chi rutta più forte» [Patrizio Ruviglioni, Rep] • Anche i suoi successivi quattro album verranno pubblicati con degli intervalli di tempo notevoli: «Ho tempi lunghi, ci sono sempre pause tra un disco e l’altro, anche di molti anni. Devo avere il desiderio di scrivere, di fare musica, di stare su questa carrozza. La musica è una delle espressioni che amo e prediligo, ma non ho mai avuto la mentalità di restare di continuo nel meccanismo discografico. L’esposizione continua e prolungata non fa per me» [Fatto] • Nei lunghi intervalli di tempo si dedica a molte esperienze artistiche diverse. Il suo è un rap particolare, scrive per diversi artisti, si occupa di fotografia e arte. Si può dire che lei è un rapper intellettuale? «Se mi si dice non mi offendo. Sono così, dopo un po’ che faccio qualcosa mi rompo le scatole e voglio cambiare. E lo faccio per poter tornare a quello che stavo facendo con nuove motivazioni. Quando senti che inizi a scaricarti, non si può andare avanti. Bisogna ricaricarsi in altri ambiti. Sicuramente l’etichetta intellettuale è più difficile che mi si stacchi di dosso. Cerco di capire, per poter far capire il mio punto di vista. Non voglio insegnare niente a nessuno, ma voglio spiegarmi bene una volta che mi sono formato un’opinione su qualcosa [...] La cosa che mi fa imbestialire è considerare l’ignoranza come un valore» [Francesco Altavista, criticaeteatro.blogspot.com] • Tra queste attività artistiche: 2 partecipazioni al Festival di Sanremo, nel 2008 e nel 2014. Come ricorda l’esperienza del 2008? «Positivamente, anche se non l’ho vissuta con la medesima coscienza con cui sto vivendo questa di esperienza. Diciamo che l’altra volta mi sono sentito più “portato”. A questo giro ci sono andato io con le mie gambe, con la mia società, con tutti i collaboratori. L’altra volta l’approccio non era quello giusto, era quello di uno che non era convinto fino in fondo, però presi l’opportunità e quindi alla fine andò comunque bene, con tutta l’incoscienza con cui l’ho affrontato [Gino Castaldo, Rep] • 2 partecipazioni, nel 2015 e nel 2017, allo Zecchino D’Oro • Nel 2009 canta nella canzone corale Domani 21-04-2009 prodotta in solidarietà con i terremotati dell’Aquila, e fonda la sua etichetta, rendendosi indipendente dalle logiche delle major • Nel 2012 collabora all’album Sud di Fiorella Mannoia, accompagnandola nel tour • Nel 2015 realizza una «mostra fotografica di enorme successo» incentrata su New York; nel 2017 si occupa delle parti musicali dello spettacolo Antropocene di Marco Paolini, scrivendo un oratorio con musica per un’orchestra di 84 elementi [Enrico Cicchetti, Foglio] • Sempre nel 2015 suscita scalpore la sua scelta di dimettersi da ambassador dell’Expo di Milano, in polemica con lo «sfruttamento» dei giovani volontari che vi partecipano [Cds] • Nel 2020, in piena pandemia, pubblica il singolo Nuvole, che riscuote un grande apprezzamento di pubblico e critica. Senti, te l’aspettavi che “Nuvole” venisse accolta così bene? «Così bene no, non me l’aspettavo. Lo speravo, lo desideravamo tutti fortemente, e con tutti intendo io, Fresco, Saturnino; ma no, non mi aspettavo un entusiasmo così unanime, questo tipo di coralità. Devo però dire che già l’anno scorso il libro era stato accolto coralmente parecchio bene: nessuna critica negativa, se non quelle costruttive. Ma Nuvole, è vero, ha avuto un’accoglienza incredibile: sono davvero in tanti a dirmi, a scrivermi: “Ecco, finalmente, mi ci riconosco, hai raccontato esattamente come mi sento”, e questo è un riconoscimento straordinario, molto gratificante. E’ il tipo di feedback migliore: perché arriva per un’operazione nata proprio per dire “Ragazzi, diamoci del feedback. Perché se stiamo ognuno sulle proprie nuvole, non ci rendiamo conto che il buio è uguale per tutti”» [Damir Ivic, soundwall.it] • Nel 2022 viene scelto per interpretare Erode in Jesus Christ Superstar È un debutto assoluto, per lei? «Sì. Con la cultura cosiddetta alta ho flirtato più volte negli anni, complici le collaborazioni con musicisti classici contemporanei come Alvin Curran o Mario Brunello. Ma il musical mi mancava [...] Erode è l’unica parentesi ironica all’interno di una struttura abbastanza seria, drammatica. Sono contento che Piparo abbia pensato a me» [Mattia Marzi, Messaggero] • Nell’aprile del 2026 pubblica un nuovo album, Voce e batteria, a 12 anni dal precedente, partendo poi per un tour di 10 date.
Curiosità Nutre sempre la sua abilità nel tirare di rima rap con la frequentazione dell’enigmistica estrema? «Sì, è un esercizio senza eguali. La Sibilla è uno degli sport più divertenti del mondo, e ha un grande pregio: si pratica anche da sdraiati» [Paolo Ferrari, Stampa] • «La mia passione è il basket. Me ne sono innamorato a Caserta, dove abitavo negli anni ’80. Anche io giocavo, ogni tanto, solo che mi trovavo in mezzo a certi spilungoni…» [Fulmini] • Nel 2008 ha scritto e regalato un singolo natalizio a Emergency: aveva una forte amicizia fatta di «risate, bevute e scazzi» con Gino Strada [Rep] • Qual è la tua lettura preferita? «Mi piace molto Ray Bradbury e i romanzi che descrivono la psicologia dei personaggi» In quale film vorresti recitare? «Il film che più mi è piaciuto in assoluto è Magnolia, uno straordinario capolavoro di scrittura regia recitazione e casting» [Maurizio Amore, Stampa] • Va a dormire intorno alle 3:30 del mattino e si sveglia dopo le 10. Perché «di notte lavoro meglio [...] la maggior parte delle cose che faccio avvengono di notte, è un momento di tranquillità e leggerezza» [a Fabio Bortolotti, Kenobisboch Productions, Youtube] • Da sempre appassionato di «animazione, cartoni animati e novità in generale», colleziona celle di animazione e ritiene che un personaggio simbolo di vera libertà sia Spongebob [Riccardo Bocca, Lo sgabuzzino di Riccardo Bocca, Youtube] • Altra grande passione della giovinezza: l’informatica e i videogiochi, esperiti prima su un Commodore 64 e poi su un Amiga 2000. Il secondo sarà anche il tramite con cui muoverà i primi passi nell’esecuzione strumentale delle sue canzoni d’esordio [Fabio Bortolotti, Kenobisboch Productions, Youtube].
Amori Il primo amore, quello adolescenziale, non ricambiato, te lo ricordi? «Sì, certo, anche più di uno [...] questa ragazza di cui mi ero invaghito alle superiori, meravigliosa [...] a cui non avevo dichiarato nulla, perché la vedevo come irraggiungibile. Una decina di anni dopo la rincontrai a Roma, per caso, e mi presentò la sua compagna» [Schillaci, cit.] • «All’università ero il figlio dell’ingegnere, non esistevo. Invece intorno a mio padre c’era un gineceo di bellezze. Perché era pure bono, ‘sto padre. «Beh, era un bel tipo, un bel figo e poi estremamente, carismatico. Per loro un ultracinquantenne di bell’aspetto che le considerava…» [Luperini, cit.] • Sposato in data ignota con Carolina Galbignani, sua moglie e manager [mteropolitanmagazine.it] • Sei una persona che vive il mondo dello spettacolo da tanti anni, eppure [...] si sa poco su di te. È una scelta precisa per tutelare un aspetto della tua vita? Come si gestisce questo equilibrio? «Semplicemente non condividendo il proprio privato; perché è un capitale preziosissimo. Troppe ne vedo di coppie che dilapidano capitali e invece io ci tengo a tenerli e a farli fruttare. Per me è un investimento molto, molto importante, un capitale di cui sono particolarmente geloso. [Luperini, cit.] • La tua paura più grande? «Perdere l’amore [...] nel senso definitivo. Questo mi terrorizza». Se potessi rivivere un intenso momento di felicità «Quella volta che ho dato un bacio a mia moglie. Un bacio veramente speciale per me. E lo ricordo come uno dei momenti di dolcezza più alto, assoluto, morbido. Non l’unico, fortunatamente si rinnova costantemente. Ma quella volta, non lo so, avevo veramente gli uccellini, le stelline che mi giravano intorno» [Schillaci, cit.].
Titoli di coda Fai parte della primissima generazione di rapper italiani; quindi, anche della primissima generazione di rapper che sta fisiologicamente invecchiando…ma come invecchia un rapper? «A tempo. L’importante è invecchiare a tempo. Perché nel momento in cui inizi ad andare fuori tempo si invecchia male, se invece si riesce a mantenere la stessa delivery, lo stesso lo stesso flow, con lo stesso ritmo, si può invecchiare bene [...] dal mio punto di vista, invecchio bene» [Gabriele Fazio, Open].