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 2026  luglio 23 Giovedì calendario

Biografia di Giuseppe Abbagnale

Giuseppe Abbagnale, nato a Pompei (Napoli) il 24 luglio 1959 (67 anni). Ex canottiere. In coppia con il fratello Carmine ha vinto la medaglia d’oro nel due (timoniere Di Capua) alle Olimpiadi del 1984 e 1988, argento nel 1992. La loro popolarità è stata accresciuta dalle telecronache di Giampiero Galeazzi. Sette titoli mondiali (1981, ’82, ’85, ’87, ’89, ’90, ’91), due argenti (1986, 1993), un bronzo (1983). Ha vinto 21 titoli italiani sempre con il circolo Stabia. «Ci si allena, ci si impegna e si tende alla maniacalità delle ripetizione del movimento sempre più perfetto, prima per essere i migliori, e poi per vincere».
Vita «Abbagnale. Fino a 40 anni fa era una famiglia di agricoltori, impegnata nella coltivazione dei fiori, i gladioli. Dal 1981 questo cognome è diventato il simbolo di una dinastia remiera che ancora oggi sogna e lavora per avere l’ultimo erede presente ai Giochi di Tokyo. Prima Giuseppe, Carmine e Agostino. Oggi Vincenzo, figlio del primo dei tre fratelli. Un lungo romanzo della famiglia d’oro del canottaggio italiano iniziato 40 anni fa nella casa di Messigno, una frazione di Pompei. Da lì sono partiti Giuseppe e Carmine per il loro primo trionfo internazionale ai Mondiali di Monaco di Baviera nel 1981. A loro si è poi aggiunto il fratello minore Agostino e dal 2013 sono arrivati i successi di Vincenzo. Il 1981 è il punto di non ritorno della dinastia Abbagnale con la vittoria mondiale nel due con. “Nel 1980, quando tornai dai Giochi di Mosca dove avevo gareggiato con Dell’Aquila (settimo posto nel due con, ndr), partecipai ai campionati italiani Senior B (oggi chiamati Under 23, ndr) insieme a mio fratello Carmine. Vincemmo ma mai avrei pensato che a livello internazionale potessimo competere subito con i colossi dell’est. Noi, due ragazzi di un piccolo circolo campano – racconta Giuseppe Abbagnale, portabandiera azzurro a Barcellona nel 1992 -. A Monaco arrivò la consacrazione, la vittoria che ricordo con più affetto perché è stata la prima di una lunga serie”. Il primo di 17 titoli mondiali per la famiglia Abbagnale e 9 medaglie olimpiche. Risultati raggiunti grazie al talento, alla determinazione ma soprattutto alla cultura del lavoro portato avanti rispettando il “codice La Mura” (la metodologia d’allenamento voluto dallo zio medico). E con tanta determinazione» (Davide Romani) • «“Ci sono campioni che vincono, e poi ci sono fuoriclasse che finiscono per rappresentare un’epoca. I fratelli Giuseppe, Carmine e Agostino Abbagnale appartengono a questa seconda categoria. Giuseppe è il primogenito: due ori olimpici e sette titoli mondiali nel canottaggio ‘due con’. Il racconto comincia da lui e da uno zio insistente: Giuseppe La Mura, medico di professione, allenatore al Circolo nautico Stabia. “A me piaceva il calcio, la mia famiglia era contadina e pensava ai campi e a far laureare i figli”, racconta Abbagnale senior. “Lo zio invece cercava di ingrandire il parco atleti del circolo. Convinse me e mamma, poi Carmine e Agostino trovarono il solco tracciato”. Tre fratelli nello stesso sport: siete diventati in fretta un simbolo. Chi comandava in barca? “Per certi aspetti è stato un vantaggio essere fratelli, perché non c’era bisogno di grandi parolate per stabilire le questioni tecniche. Uno sguardo era sufficiente”. Detta così, lei e Carmine sembrate una coppia ad alta tensione. “Trascorrevamo insieme molto tempo. Era inevitabile qualche contrasto, superato dal fatto che avevamo un obiettivo comune: vincere. E poi andando avanti con l’età si matura anche dal punto di vista relazionale”. Eppure si racconta che in allenamento lei si arrabbiasse spesso… “Mi arrabbiavo… diciamo che ero esigente, molto esigente. Le liti non riguardavano la sfera personale: ero io che pretendevo di più da un ragazzo più giovane di me, che aveva bisogno di tempo per crescere e aveva un carattere diverso dal mio”. Il rapporto con Peppiniello di Capua? “È stato il nostro storico timoniere. L’avevo conosciuto al circolo Stabia prima ancora di salire in barca con Carmine. Abbiamo vissuto un percorso sportivo completamente in simbiosi” (…)» (Stefano Mancini) • «“Amuninne Carmine”. E 190 chili di muscoli, timonati da Giuseppe Di Capua sul “due con”, si mossero all’unisono verso l’oro di Los Angeles, pesca miracolosa tra le onde del Lake Casitas. È il 1984. Albano e Romina hanno vinto Sanremo, al governo c’è Craxi, Norberto Bobbio e Carlo Bo vengono nominati senatori a vita da Pertini, Sindona entra a Rebibbia, Buscetta fa nomi e cognomi. Eppure qualcosa di nuovo, dall’altra parte del mondo, nell’Olimpiade contro-boicottata dai Paesi del blocco comunista, si muove. Due giganti di Pompei con le mani larghe come remi e i ricci indisciplinati in coppa, figli dell’agricoltore Vincenzo e di sua moglie Virginia, allievi di O’dottore Giuseppe La Mura – medico generico, maestro della scuola campana e zio –, battono l’equipaggio romeno con una progressione di grande potenza. Sembrano un motoscafo. Sono i fratelli Abbagnale. Amuninne, aveva detto Giuseppe a Carmine. Andiamocene. E se ne sono andati. (…) La leggenda della dinastia Abbagnale, appena cominciata. Giuseppe è il capovoga dell’armo, Carmine (30 mesi più giovane) il prodiere. S’intendono a meraviglia e Peppiniello, sfilato al biscottificio artigianale di famiglia, tocca il timone come un pasticcere la glassa. A Seul ‘88 faranno il bis contro Sir Stephan Redgrave, monumento del canottaggio, più sette titoli mondiali tra l’81 e il ‘91. Poiché a Messigno, quattro chilometri dal santuario della Madonna del Rosario, servono braccia per coltivare la terra a gladioli, nel frattempo sono arrivati Agostino, Maria, Rosaria e Nunzia. O’ dottore trascina verso il mare pure il piccolo di casa Abbagnale, a rabbonire Vincenzo – furibondo – ci pensa Virginia. Le belle medaglie umili di una vita agra nascono così: levataccia alle 5 di mattina, allenamenti a Castellammare, la giardinetta che sgomma carica di nipoti verso la scuola, i pomeriggi tra studio e orto» (Gaia Piccardi) • «Che ricordi ha della vittoria a Seul nel 1988? “Ancora mi emoziona. Un successo olimpico già di per sé rimane impresso con forza nell’immaginario di un atleta. Però in Corea c’era una famiglia intera che tornava a casa con una medaglia d’oro al collo (Giuseppe e Carmine nel ‘2 con’ e Agostino nel ‘4 di coppia’, ndr). Tre fratelli vincenti in una edizione dei Giochi sono un record”. Anche le telecronache di Giampiero Galeazzi sono da primato. Urlava “non li prendono più!” e “andiamo a vincere!”. “Ho avuto la fortuna di averlo come commentatore dall’inizio alla fine della nostra carriera. La sua voce ha trasferito il pathos ai telespettatori. Ancora oggi quando si parla di canottaggio si cita Galeazzi. Altrettanto, se si parla di Giampiero, molte volte in tv esce una telecronaca degli Abbagnale”. (…) Se non avesse fatto il campione di canottaggio che cosa le sarebbe piaciuto diventare? “Come tutti i ragazzini a me piaceva giocare a calcio. Non ho mai avuto la possibilità di poterlo fare in maniera assidua, perché la mia famiglia di sport aveva poca dimestichezza. Con il mio spirito sportivo avrei praticato qualsiasi disciplina. Fortunatamente zio Giuseppe è arrivato per primo” (…). A quante cose ha rinunciato per diventare quello che è? “Non ho rinunciato a nulla, ho solo usato il mio tempo diversamente. Non mi sono divertito come altri miei coetanei, ma in compenso ho avuto la fortuna di girare il mondo e di ampliare il mio bagaglio di conoscenze, di cultura e di amicizie”. Si allena ancora? “Non lo definirei così. Quando mi metto un’oretta all’ergometro giro il display per non vedere le mie attuali prestazioni, così mi illudo a 66 anni di avere ancora le stesse doti”. Le manca il terzo oro olimpico? “Sì, è uno dei momenti che ancora mi tormenta. Era la mia quarta Olimpiade, Spagna 1992. La affrontavo da portabandiera dell’Italia, quindi ci tenevo fortemente. È arrivato un argento, un grande risultato dal punto di vista sportivo, ma la conclusione della gara mi ha lasciato l’amaro in bocca. È stata l’unica volta della mia vita in cui a un certo punto ho pensato “questa gara non la perderò”. E invece l’ho persa” (…). Che cosa farà da grande? “Il direttore tecnico al Circolo nautico Stabia, da dove è cominciata l’impresa dei fratelli Abbagnale”» (Stefano Mancini) • «Dopo Barcellona mi sarei ritirato ma la federazione internazionale ha aspettato il ’93 per farci lo scippo: la nostra barca, il due con, esclusa dai Giochi. E non penso perché vincevamo sempre noi. Non abbiamo più preso un oro dal ’91! Ritirarsi da vincenti è sempre meglio che chiudere con un patetico declino, ma noi che dal 1981 avevamo tracciato la via non potevamo dire addio nello spazio di un mattino» (Stefano Arcobelli) • «Lei capovoga, suo fratello Carmine prodiere. Due fratelli invincibili per più di un decennio. Non le sembra una fiaba? Se quella coppia vincente non fosse stata di due fratelli, sarebbe stata meno leggendaria… “È difficile comprendere oggi cosa sarebbe accaduto allora se fossi stato in coppia con un altro. Del resto non abbiamo mai cercato di diventare leggenda e men che meno fiaba. Però tutto quello che è avvenuto intorno a noi è arrivato in anni pionieristici per il canottaggio e, forse, i risultati del ‘due con’ dei fratelli Abbagnale hanno svegliato dal torpore il mondo sportivo del canottaggio e dell’Italia intera. Questo, condito dalle cronache di Galeazzi, ha realizzato quel mix leggendario che tutti amano ricordare”. Dall’esterno eravate una coppia mitica, completata dal bravissimo “piccoletto” Di Capua. Il canottaggio è considerato uno degli sport che richiedono la massima potenza fisica: che peso aveva la fatica? “Vede, molti pensano che il canottaggio sia fatica, lacrime e sudore. C’è anche un po’ di tutto questo, ma essenzialmente il canottaggio è armonia, ritmo, tecnica, condivisione, amicizia, forza, fisicità e poi tanto allenamento che genera fatica. Una fatica gradevole, perché è piacevole quello che si fa e soprattutto l’obiettivo che si vuole raggiungere: far sventolare il tricolore sul pennone più alto sentendo l’Inno d’Italia. Questa è leggenda e questo è il momento in cui capisci che tutto quello che hai fatto è servito a qualcosa”. (…) Mario Luzi, in una sua magnifica poesia, esclama: “Felici voi nel movimento”, fermandosi a contemplare i canottieri sull’Arno. Dal ponte il poeta interrompe la sua meditazione, inalandone un potente senso di vitalità, grazie alla vista dei canottieri. Lei provava anche ebbrezza? “Io alla fatica antepongo il ritmo scandito dai remi che si immergono nell’acqua. La sensazione più bella che ricordo è quella di uscire in acqua nel mare di Castellammare di mattino presto e sentire solo lo sciabordio della barca che solcava il mare, i nostri rumori che facevano a gara con il garrire dei gabbiani che ci svolazzavano intorno. Eravamo noi, la nostra barca, e la natura che ci circondava il nostro regno, ma non v’era mistero: solo consapevolezza di essere lì, e non per caso. Una volontà ferrea di fare bene ciò che ritenevamo essere il meglio per noi, per la nostra società e per l’Italia”» (Roberto Mussapi) • Il figlio Vincenzo (1993), anche lui canottiere, ha vinto tre ori tre bronzi mondiali e conquistato 24 titoli italiani.
Politica Nel 1994 si è candidato alla Camera con il centrodestra, nel collegio di Castellammare di Stabia. Non eletto: ottenne il 35,9 per cento dei voti, superato dal rappresentante dei Progressisti, Salvatore Vozza.
Calcio Interista. «Un giorno all’aeroporto di Roma di ritorno da una gara internazionale gli fu negato il saluto dai tifosi del Napoli: “Sono cresciuto con i racconti della squadra di Herrera. Mazzola, Corso, Facchetti, sono stati l’orgoglio italiano in campo internazionale”» (Davide Romani).