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 2026  luglio 27 Lunedì calendario

Biografia di Santiago Calatrava

Santiago Calatrava, nato a Benimámet (Spagna) il 28 luglio 1951 (75 anni). Santiago Calatrava Valls. Architetto.
Titoli di testa «È facile progettare ponti. Ci sono quattro tipologie. Di volta in volta, bisogna solo sceglierne una» [a Vincenzo Trione, 2025 Lettura] • «All’enorme successo di pubblico che i suoi edifici continuano a riscuotere, complessivamente indifferenti al passare degli anni e al moltiplicarsi della concorrenza, contribuisce certamente anche il loro candore, un elemento fondamentale dello “stile Calatrava”. Le ossa e le scocche delle sue architetture sono (quasi) sempre bianche, bianchissime» [Domus].
Vita «Dico sempre ai miei figli: avete avuto una bella infanzia, ma la mia è stata bella perché ero circondato da tante persone care. Lei sa come sono le famiglie nel posto di origine, specie se la famiglia è radicata e non ci sono solo il padre e la madre ma tanti parenti … Invece noi siamo stati un po’ nomadi. Parigi, New York…» [a Laura De Luca, 2019 Vatican News] • Che ricordo ha della Spagna degli anni Cinquanta e Sessanta? «Posso dire che la mia infanzia e adolescenza sono trascorse in una specie di arcadia felice rispetto alla realtà politica e sociale vissuta in Spagna in quel periodo» [Antonio Gnoli, 2017 Rep] • A otto anni i genitori lo iscrivono alla scuola d’arte e mestieri. «A 13 mia madre mi mandò in Francia dove mi si rivelò un mondo completamente diverso. Inoltre cominciai a visitare altri paesi europei. Ad apprenderne le lingue. Fu un’esperienza fantastica che mi fece percepire realtà diverse e soprattutto comprendere le nefaste conseguenze della dittatura spagnola» • «Al principio volevo studiare arte, poi un giorno a Valencia, in una cartoleria, notai un libricino dai bellissimi colori, con ellissi gialle e arancioni su uno sfondo blu, e lo comprai immediatamente. Era un libro su Le Corbusier, e le sue opere per me furono una vera rivelazione. Osservando le immagini dei corpi scala di calcestruzzo dell’Unité d’Habitation, rimasi colpito dal suo straordinario senso della forma. La pubblicazione intendeva illustrare l’aspetto artistico delle produzioni del progettista. In conseguenza di questo acquisto, mi iscrissi alla scuola di architettura» • Quando era ancora un giovane studente «trascorsi un’estate a Parigi a fare volontariato. L’ufficio si trovava vicino a Notre-Dame e, un giorno, decisi di visitare l’edificio. Nel momento in cui entrai, il sole filtrava attraverso enormi vetrate e la polvere danzava nei raggi di luce. Non è un caso che mi trovassi in una cattedrale: quello fu il momento della mia conversione all’architettura» [a Nick Mafi, 2022 Ad] • A 16 anni decide che vuole diventare architetto. «Ricordo che nel giugno del 1968 giunsi a Parigi con l’intenzione di studiare alla École des beaux arts. Era in atto il Maggio francese, la grande contestazione studentesca, e non mi fu possibile iscrivermi a quella scuola. Restai a Parigi fino alla fine di settembre e poi feci ritorno a Valencia. Dove ho studiato architettura. In quel periodo tutte le estati giravo l’Europa con lo zaino in spalla, dormendo negli ostelli e a volte, quando non trovavo posto, sotto le stelle. Mi laureai in architettura e cominciai a pormi il problema su cosa avrei fatto da grande» • «Il disegno è stato per me un veicolo di espressione molto più efficace che la parola. […] Sono stato studente in un’epoca in cui prevalevano le correnti funzionaliste, il razionalismo degli anni Trenta. […] Non ho mai pensato che l’ingegneria fosse una disciplina separata dall’architettura, bensì complementare. Alla fine, sono stato per quattordici anni uno studente puro, il che è un grande lusso e anche un grande esercizio di fede e di pazienza che mi ha consentito di far mio anche quel vocabolario. […] La mia passione per i ponti dipende in parte dal fatto che conosco Parigi fin da giovanissimo e ho avuto un’educazione francese. Mi sono sempre chiesto: cosa sarebbe Parigi senza i suoi ponti? O con ponti realizzati con travi prefabbricate e calcestruzzo? C’è stato un periodo, dopo la Seconda guerra mondiale, e con lo sviluppo degli anni Cinquanta delle grandi vie di comunicazione, in cui costruire ponti rispondeva più a un bisogno strettamente funzionale. Io, invece, a partire dal puro linguaggio ingegneristico, e dalle possibilità offerte dall’acciaio, ho cominciato a ricreare nuovo un vocabolario fatto di linee, archi, colori come il bianco e il rosso. Tutto per esaltare il valore simbolico che i ponti hanno nelle nostre città e paesaggi. Un discorso simile vale per le stazioni» [a Manuela Mimosa Ravasio, 2024 Rep] • «Avevo 22 anni e un gran desiderio di partire altrove e poca voglia di iniziare la professione. Scelsi di continuare a studiare. Questa volta ingegneria. Mi iscrissi perciò al Politecnico di Zurigo, dove rimasi fino a 29 anni. Quel luogo, con le persone che conobbi, divenne per me un posto di calma e di studio. E per la prima volta avvertii insieme alla crescente maturità un sentimento di libertà mai provato prima» • Affascinato dalle curve, intitola la sua tesi di laurea Piegabilità delle strutture • I suoi inizi sono «faticosi e incerti». «Ho cominciato a lavorare a Zurigo dove avevo conosciuto una giovane studentessa di diritto che sarebbe diventata mia moglie. Le mie prime commissioni arrivarono da alcuni colleghi che mi chiesero di lavorare a piccole cose: una fermata di bus, un balcone, una pensilina. Mi sono impegnato in questi piccoli progetti come se fossero stati la cosa più grande alla quale avrei potuto aspirare. In seguito sono passato a progettare stazioni e ponti […]». Stazioni e ponti sono luoghi di attraversamento, di transito, di passaggio. Hanno affascinato personaggi come Walter Benjamin, lei cosa ci trova? «Fa parte del mio destino esserne stato coinvolto, dato che non avendo clienti cercavo fortuna nei concorsi di architettura. Fu così che cominciai a conoscere e a occuparmi dell’opera pubblica» [a Gnoli, cit.].
Opere (alcune) 1989: stazione, Lucerna • 1990: stazione Stadelhofen, Zurigo • 1992: Torre de telecomunicaciones de Montjuïc, Barcellona • 1996: Città delle arti e delle scienze, Valencia. «Sul vecchio letto del fiume Turia, trasformato in un parco lungo nove chilometri, realizza l’Hemisféric, un cinema planetario a forma di occhio, il museo della scienza Principe Felipe, a forma di scheletro di balena, l’Oceanográfic, una città sottomarina; l’Umbracle, una serra di piante tropicali, l’Agora, piazza coperta, e il Palau de les Arts, teatro con quattro sale per opere e concerti» [Anteprima]. «Tempo di costruzione 21 anni, 700 milioni di euro il budget, e proteste non solo per alcuni problemi strutturali – mancanza di uscite di sicurezza, cedimento di alcuni materiali – ma anche un parlamentare che crea il sito “Calatrava te la clava”, traducibile in “Calatrava ti toglie il sangue”. Forse solo invidie e rancori per queste moderne celebrità; ma anche a Roma Calatrava […] non ebbe fortuna progettuale: la Città dello sport, un campus e quattro piscine previste per i mondiali di nuoto del 2009, vide i costi lievitati da 400 a 600 milioni di euro, e poi l’abbandono e lo spostamento dell’attività al Foro Italico» [Michele Masneri, 2015 Foglio] • 1997: auditorium Adán Martín, Tenerife • 1998: stazione Oriente, Lisbona • 2000: Pont de l’Europe, Orléans • 2005: Vela a Tor Vergata, Roma. «L’opera pubblica fu pensata come “Città dello Sport” all’epoca della giunta Veltroni, progettata nel 2005 e con inizio cantiere nel 2007. Doveva essere pronta due anni dopo per i Mondiali di nuoto (che invece si fecero nel “vecchio” Foro Italico), con piscine, alloggi e altre strutture dedicate. I lavori, iniziati, non furono mai portati a termine, a fronte di una cifra spesa intorno ai 300 milioni, quintuplicata rispetto alle stime iniziali. Ancora oggi nel cantiere dell’immenso “cetaceo” bianco di ferro e cemento – alto 75 metri e visibile da quasi tutta la città – oltre a siringhe e scritte vandaliche si trovano cavi d’acciaio penzolanti, secchi di vernice e altri materiali abbandonati dal 2009, scenario ideale per alcune riprese di serial come Suburra. Una cattedrale innalzata allo spreco, in una periferia irraggiungibile se non con mezzi privati» [Edoardo Sassi, 2021 Lettura] • 2005: grattacielo Turning Torso, Malmö (l’edificio più alto di Svezia) • 2007: tre ponti, Reggio Emilia • 2008: ponte delle Corde, Gerusalemme • 2008: ponte della Costituzione, Venezia. Commissionatogli dalla giunta guidata da Massimo Cacciari nel 1999 per collegare piazzale Roma alle fondamenta Santa Lucia. Sarebbe dovuto essere pronto per il 2002. «La calatravata […] è stata contestata fin dagli inizi, vuoi per i costi lievitati fino a 12 milioni (quasi il doppio del preventivo iniziale), vuoi per il peso smodato che tendeva a spostare gli argini sul Canal Grande, vuoi per i gradini in vetro trasparente scivolosi in ogni stagione, ma anche tanto fragili da non reggere il peso e gli urti dei trolley dei turisti, che è già stata necessaria una sostanziosa e onerosa manutenzione» [Angelo Crespi, 2016 Giornale]. Nel 2011 la Lorenzon Techmec System, ditta che ha realizzato le opere in carpenteria del ponte, fallì. Così scrisse l’ex ad Lino Lorenzon al Corriere del Veneto: «A causa del ponte ho visto andare distrutti i sacrifici di una vita. Ho perso un’azienda nata dall’esperienza di mio padre e portata alla ribalta negli scenari internazionali. Io non ero a conoscenza, a contrario di altri, che i soldi non sarebbero bastati. Tanto che ora mi chiedo perché il lavoro sia stato appaltato nonostante una copertura economica quantomeno dubbia, con 5 perizie, 80 nuovi prezzi, e altro ancora». Polemiche anche perché, nonostante una legge del 1986 imponesse il divieto di barriere architettoniche, il ponte era impossibile da attraversare con la sedia a rotelle. «Nel 2018, per mettere fine a scivolate e ruzzoloni, il Comune decise di sostituire i gradi in vetro trasparenti con nuove lastre in trachite. Per risolvere il problema dei disabili, invece, si spesero 1 milione 800 mila euro per installare una ovovia che corresse lungo il parapetto del ponte. Non entrò mai in servizio e finì per essere smantellata nel 2020. Nel 2019 la Corte dei Conti, dopo averlo assolto in primo grado, ha condannato l’architetto a pagare 78 mila euro per danni erariali. A Venezia è stato soprannominato “Calabraga”. Qualcuno ha parlato anche di una maledizione» [Anteprima] • 2009: obelisco, Haifa • 2014: stazione Mediopadana, Reggio Emilia • 2015: Museu do Amanhã, Rio de Janeiro • 2016: stazione della metropolitana del World Trade Center, New York. «Contraddistinto da due ali d’acciaio che ricordano una colomba – figura della pace e della rinascita dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 – Oculus ospita una stazione Path (il sistema ferroviario che mette in comunicazione lo Stato di New York con quello del New Jersey), diverse linee della metropolitana, negozi, un’area per un centro commerciale. Un’iconografia già “pre-vista” in appunti della fine degli anni Novanta, che evocano il motivo dell’occhio» [Trione, cit.]. Secondo Michael Kimmelman del New York Times somiglia alla «carcassa di un dinosauro». «So che ci sono state polemiche sui costi, ma oggi non voglio rispondere alle polemiche. Voglio solo dire che sul piano ingegneristico costruire una nuova stazione senza interrompere mai il traffico di alcuni treni della metropolitana, costruire una sorta di ponte sospeso perché questo accadesse, l’uragano Sandy e altro spiegano perché il progetto è durato molti anni in più ed è costato 4 miliardi di dollari» [a Mario Platero, Sole] • 2018: ponte sul fiume Crati, Cosenza • 2020: rifacimento della Cappella San Gennaro, Napoli, nel Real Bosco di Capodimonte. «Aveva dipinto le pareti e il soffitto con un intenso blu oltremare tempestato di stelle dorate. Poi, aveva riempito le nicchie di vasi di porcellana in forma di uccelli, di fiori, di rami e di foglie; sistemato altri vasi vagamente picassiani sugli altari; collocato i portacandele, gli angeli e le colombe nel battistero; e sospeso dal soffitto un uovo in ceramica. Inoltre, aveva curato i preziosi paramenti di seta sull’altare. Ed era intervenuto sulle vetrate (dipinte a mano). Era nata così un’opera d’arte totale, attraversata da tante corrispondenze classiche. Giotto, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Wagner, Le Corbusier. Decisivi anche i rimandi a Cézanne» [Trione, cit.] • 2020: padiglione degli Emirati Arabi per l’Expo, Dubai • 2022: chiesa ortodossa di St. Nicholas, New York.
Altro «Uomo dall’eleganza compassata, dai gesti sobri» [Gnoli, cit.] • «Un artista di sostanza rinascimentale» [Giuseppe Pullara, 2007 Cds] • Al ristorante Kronenhalle di Zurigo «gli viene riservato sempre lo stesso tavolo. […] Tende a rappresentare se stesso come una monade. Con una certa esitazione, cita i suoi colleghi. Preferisce, invece, ispirarsi ai maestri del Rinascimento e a quelli del Barocco, dei quali studia tecniche, materiali, artifici costruttivi. Nel suo discorso e nel suo lavoro […] tende a non distinguere arte, architettura, ingegneria. Proprio come Leonardo, come Michelangelo, come Brunelleschi. E, soprattutto, come Bernini […]. Poliglotta (oltre allo spagnolo, parla correntemente francese, tedesco e italiano), con teatrale talento affabulatorio e con straordinaria generosità intellettuale, sorretto da una quasi adolescenziale curiosità, a cena, mescola aneddoti sulla storia della Svizzera con leggende ebraiche, narrazioni di vicende professionali con situazioni familiari (la moglie, i figli)» [Trione, cit.] • «“Ogni mattina, la mia giornata inizia esattamente alle sei. Mi verso il caffè, do da mangiare a Stella, il cane di famiglia, e poi la lascio scorrazzare in giardino. Poi, vado in bicicletta per 20 minuti fino a un circolo di tennis locale vicino al lago di Zurigo. Al terzo piano di casa mia ho un atelier che uso per dipingere dalle nove a mezzogiorno”. Dopo aver lasciato asciugare i pennelli, Calatrava pranza al piano di sotto. Poi, con un tragitto in auto di meno di dieci minuti, raggiunge lo studio, dove arriva verso le 13:00. Lo spazio di lavoro è situato in una residenza dei primi del Novecento, vicino all’estremità settentrionale del lago di Zurigo. Già proprietà di un’importante famiglia di produttori di birra della zona, è qui che l’architetto lavora dal 2002» [Mafi, cit.] • Il suo studio si trova in una palazzina bianca, nel quartiere ebraico di Zurigo, vi «si respira un’atmosfera quasi religiosa. Qui lavorano circa cinquanta collaboratori di diversi Paesi. “Mi piace governare ogni momento del processo, dall’ideazione alle verifiche strutturali: perciò non mi ritrovo nella scelta di tanti miei colleghi di aprire filiali in tutto il mondo […]. Nella nostra epoca, avvertiamo una certa nostalgia per un tempo dominato dalla lentezza. […] La potenza del gesto manuale può condurre verso l’altrove”. […] Da lì, in macchina, andiamo nel suo archivio. Circa un’ora dal centro di Zurigo. In un contesto rurale, tra vigneti e mucche, un anonimo padiglione industriale. Qui troviamo alcuni assistenti, che sembrano eseguire direttive non-scritte. Subito visitiamo i sotterranei, che ricordano il ventre di una nave: bombole, fili, tubi, ingranaggi. Poi, inizia la visita. Regna un ordine rigoroso. L’hangar è suddiviso in aree tematiche: disegni, quadri, sculture, oggetti, plastici, piante, materiali ingegneristici. Nel percorso, mi imbatto in ampie casse di legno sulle quali sono stampati qr code che permettono solo ai dipendenti di controllarne i contenuti. Una stanza è occupata da quadri sistemati su grate mobili, distanti da ogni tentazione avanguardistica, caratterizzati da uno stile piuttosto accademico: volti, corpi e paesaggi eseguiti senza trasgredire i vincoli della mimesi. Un’altra sala è costellata di sculture fondate su uno stratagemma ricorrente: Calatrava isola specifici elementi architettonici (un arco, una scala), imprimendo a essi un implicito dinamismo, suggerendo così il transito dal realismo all’astrazione. Vi si impone una felice combinazione tra solennità e leggerezza: pur imponenti, le forme sembrano “agite” da un moto segreto, debitore della lezione di Brancusi. È il medesimo gioco che ritrovo quando entro nella galleria dedicata ai plastici. Poi mi mostra una ricca sequenza di ponti, la sua cifra distintiva: un po’ come le nature morte, per Morandi. […] Mi conduce nel suo scrigno, dove sono catalogati migliaia di disegni. È come frugare in faldoni stratificati di ricordi visivi. Talvolta, rapidi appunti. Altre volte, esercizi liberi. Altre volte ancora fogli che contengono intuizioni destinate a essere sviluppate, in seguito, in architetture» [Trione, cit.] • «Verso sera, lascia lo studio per tornare a casa, dove cena con la moglie. Dopo aver trascorso del tempo prezioso con la compagna di una vita, l’architetto riprende a lavorare comodamente da casa. In inverno, ama sedersi davanti al camino ed esplorare in silenzio i confini della propria mente, mentre questa delinea le forme di un nuovo edificio. “Concludo la giornata abbozzando o dipingendo dei progetti”» [Mafi, cit.] • «Il mio è un ornamento francescano, un po’ da Cantico delle creature: serve a enfatizzare ciò che esiste» [Trione, cit.] • «Ho tre maschi e una figlia: un avvocato, due ingegneri e una studentessa, Sofia. Mia moglie, Robertina, ha origini nei Grigioni, la Svizzera che parla italiano» [a Giuseppe Pullara, 2018 Cds] • Credente. Trova affascinanti le riflessioni su Dio di Spinoza e Juan de la Cruz. «Credo che progettare sia un atto di fede. Fede in un edificio che non esiste ancora e che verrà, fede nelle persone che con le loro mani daranno corpo a questa cosa». Nel suo studio tiene incorniciata una foto che lo ritrae con papa Francesco • «Non ha esitato a querelare sir Norman Foster, accusandolo di plagio per il progetto del Reichstag di Berlino» [Rita Sala, 2005 Mess] • Ama dipingere, disegnare, scolpire e ascoltare musica classica (soprattutto Bach e Beethoven). I suoi quadri raffigurano alberi, tori e nudi femminili • Ama Roma. Quando è in città va stare in un albergo a Trinità dei Monti e a mangiare in un ristorante in vicolo delle Bollette. Il suo edificio preferito è il Pantheon. Il suo angolo preferito piazza Mattei, con la fontana delle Tartarughe. «Roma è come una persona: più la frequenti, più ti senti attaccato» • Nel 2006 «incontrò a Genova l’allora presidente della regione Liguria, Claudio Burlando e si candidò per disegnare e realizzare un nuovo ponte autostradale in acciaio sul torrente Polcevera. All’epoca, c’era infatti al vaglio della Società Autostrade e del Governo l’ipotesi di abbattere e sostituire quel ponte problematico progettato dall’ingegnere Riccardo Morandi e costruito negli anni ’60 dalla società Condotte. Due anni dopo, a maggio 2009, quando dalla società Autostrade venne presentato il nuovo progetto della gronda autostradale da Voltri alla Val Polcevera, le cronache registrarono un’inversione di rotta: “Non è previsto l’abbattimento del Ponte Morandi” dissero Autostrade. Questo nonostante un nuovo studio avesse calcolato un tempo dagli 8 ai 12 mesi per la demolizione controllata del viadotto. Il motivo? “La sua eventuale dismissione per inagibilità o per situazioni temporanee di blocco dovute ad incidenti stradali, costituisce un grave rischio per il traffico automobilistico regionale”» [Fatto]. Nel 2018, dopo il crollo del Morandi, partecipò alla gara di progetti per un nuovo viadotto, che però fu infine vinta da Renzo Piano • Nel 2016 ha aperto un ufficio diretto dal figlio Micael, ingegnere, a Dubai, dove è attualmente in costruzione la Dubai Creek Tower (iniziata nel 2016, alta 1.300 metri, con un faro sulla cima). Ha un ufficio anche a New York.
Titoli di coda «Nessun dipinto, nessuna scultura, nessuna composizione musicale ti permette di entrare fisicamente nell’opera d’arte. Solo l’architettura lo permette. Questo, per me, la rende eccezionale» [Mafi, cit.].