29 luglio 2026
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Biografia di Elio
Elio, nato a Milano il 30 luglio 1961 (65 anni). Stefano Roberto Belisari. Cantante. Comico. Musicista. Attore. Co-fondatore e leader del gruppo rock-demenziale Elio e le Storie Tese. Gruppo musicale nato nel 1980, di impossibile catalogazione: spazia con la sua produzione dal rock alla canzone, dal vaudeville al rhythm & blues. «Per vocazione, gusto e dispetto, sono maestri di mascheramento, un po’ goliardi e un po’ saltimbanchi, scrivono canzoni che sono slogan, a dispetto del fatto che non smettano d’essere poemetti demenziali, che usano le tecniche d’irrisione del Marchese del Grillo, Petrolini e Rascel e di tanti altri che per decenni, nella tv e soprattutto nella radio di stato (Antonella Steni e Elio Pandolfi?) hanno battuto le strade delle parodie e delle prese in giro, magari con la stoccata velenosa nascosta in fondo» [Stefano Pistolini, Foglio 9/12/2010] • «Dai primi anni ’80 riescono a prendere per i fondelli gli italiani e i loro luoghi comuni colpendo senza pietà a destra e a sinistra, triturando l’odiata disco music ma anche gli stereotipi dell’amato rock, le icone nazionalpopolari ma anche il concertone del Primo Maggio, i “bellimbusti” figli del berlusconismo e i bonghisti fricchettoni del Parco Sempione, hippie degenerati fuori tempo massimo “e fuori tempo” proprio nel senso che, come dice la canzone, sono totalmente incapaci di andare a tempo» [Luca Valtorta, Rep 23/11/2014] • Cominciarono a esibirsi giovanissimi nei locali milanesi: «All’epoca esisteva il demenzial-comico, ma non quello “ben suonato”». Il loro primo album, nel 1989, si intitolava Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu: «abbiamo sempre fatto titoli semplici perché aiuta a vendere dischi». Canzoni come Cara ti amo, Silos, John Holmes sono diventate di culto grazie al passaparola e a cassette registrate durante i concerti • Maestri nel coniugare le sonorità rock a testi surreali (tra l’ironico e il nonsense), vari dischi d’oro nel palmarés, sono arrivati quattro volte al Festival di Sanremo: secondi nel 1996 con La terra dei cachi, grazie alla quale divennero noti al grande pubblico, e nel 2013 con La canzone mononota • Hanno girato un porno assieme a Rocco Siffredi. Si sono esibiti in concerto travestiti da preti, nani, ciccioni, culturisti e astronauti • B., da solo, e in gruppo con gli Elii, visto spesso in tivù, tra le altre cose, a Mai dire Gol (Italia 1, 1992-96), Crozza Italia (LA7, 2006), Parla con me (Rai 3, 2009-2011), da ultimo a Zelig (Canale 5, 2026) • Per anni conduttore, con Linus, di Cordialmente (Radio Deejay, 1993-2003) • È stato per anni giudice a X-Factor (Rai 2, 2010; Sky Uno, 2011-2013, 2015, 2016-2018), a Italia’s Got Talent (Sky Uno, 2022) a LOL Talent (Prime, 2023-2025) e a Like a Star (Nove, 2025) • Ha recitato come attore in una dozzina di film, da ultimo Tutta colpa del rock (Andrea Jublin, 2025) • Ha recitato anche in teatro, anche lavori impegnati di Lina Wertmüller • Una volta è presentato in tivù con una parrucca a forma di bosco verticale. È stato testimonal del Cynar, in uno spot ironico-trash condito con il motivetto Carciofon, ripreso poi nel brano Gargaroz • Segno particolare: le sue foltissime sopracciglia («Sono assicurate per un milione») • Elio, ma anche nella vita privata sei così? «No, cambio completamente. Sono biondo».
Titoli di testa Rocco Tanica, tu sai per caso da dove viene il nome Elio e le storie tese? «Elio ha sempre dato risposte diverse e a volte contrastanti. Una volta ho cercato di farmi bello dando una spiegazione per come la sapevo da lui, alla fine mi si avvicina: “Ti devo confidare che non è così: il vero motivo non l’ho mai detto”. Quindi a tutt’oggi io non lo so» [Valtorta, cit.].
Vita Primo travestimento? «Da bambino, obbligato da mio padre a una gara canora in crociera. Sapevo tutte le canzoni dello Zecchino d’oro» [...] Lei che infanzia ha avuto? «Mamma era casalinga, papà lavorava con gli elettrodomestici. Io sentivo sempre i 45 giri. Per fortuna, in casa, c’erano bei dischi, i Beatles, Enzo Jannacci, che aveva fatto il liceo Berchet con mio padre, il quale mi raccontava sempre del compagno diventato grande cantante». Fu quell’esempio a ispirarla? «Credo di sì, col senno di poi». Anche Jannacci era maestro di nonsense. «Era un genio e non ha avuto nessuno a cui ispirarsi […]». L’ha mai conosciuto? «Nell’ospedale dove venni operato di appendicite a 12 anni. Faceva il medico lì, mi visitò, ma dormivo». L’incontro con la musica? «In quarta elementare, ci chiesero chi si volesse iscrivere alla Scuola Civica, io sono saltato in piedi: avevo proprio voglia. Mi assegnarono il flauto, mi sono diplomato. Avrei preferito il piano, ma alla fine il flauto è meno ingombrante: quelli col contrabbasso o le tastiere mi guardano sempre con invidia» [Candida Morvillo Cds 6/12/2021] • Al liceo scientifico, l’Einstein di via Einstein, fonda il suo primo complessino. «Mi estromisero da una band e mi arrabbiai così tanto che mi dissi: faccio il mio gruppo». Il nome come nasce? «Arriva dopo. Lo inventai con un compagno di ingegneria, cercando un nome orrendo». Perché una laurea in Ingegneria? «Gli ingegneri sono menti aperte, hanno fatto tutto ciò che vede attorno a noi. E io non avevo la percezione che la musica potesse essere altro che un modo per stare con gli amici, sfogare le mie attitudini. [….]» [ibid.] • Esiste una data di nascita ufficiale? «Esisterebbe ma è stata tramandata solo oralmente e quindi nessuno se la ricorda più» dice Elio con aria rassegnata. «Comunque la prima esibizione, ce l’ho in mente perché c’ero solo io, è stata a un Festival dei Caf a Milano», ci tiene a precisare. I Caf, ovvero Comitati antifascisti? «Sì, naturalmente quando lo dissi ai tempi, un tuo collega scrisse “al festival dei Comitati Fascisti” procurandoci non pochi problemi». Data? «Sarà stato il 1980, eravamo un trio e io ero allora ero chitarrista-cantante. Gli altri elementi sono conosciuti solo ai nostri fedelissimi: Zuffellato alla batteria e Cortellino al basso, sua unica esibizione. Era una cosa nata sui banchi di scuola: nella mia classe c’erano Mangoni (il supergiovane, personaggio delirante e stonatissimo che impreziosisce le esibizioni degli Elii e che nella vita fa l’architetto di grido, ndr) e Marco Conforti, fratello maggiore di Tanica, che quando andavo a casa sua suonava sempre il pianoforte». E Davide/ Cesareo? «Suonavo in un altro gruppo ma Elio mi ha chiamato come guest star per un assolo di chitarra in una cover di Flashdance ». Da lì non si è più mosso. I riferimenti musicali erano già altissimi: Flashdance, Ramaya, Born To Be Alive... Ancora Elio: «Mi sono diplomato in flauto traverso alla scuola civica, poi mi sono iscritto a ingegneria. Il nome del gruppo è nato durante le lezioni di analisi al Politecnico: scegliemmo quello che ci sembrava particolarmente brutto». Nessun riferimento alle “storie tese” degli Skiantos? «Forse avevo sentito il loro disco, però io pensavo ai milanesi, sempre schizzati. Tesi, appunto». C’era rivalità con loro? «Adesso si può anche dire: era un gioco molto tra noi, una guerra tra bande rivali». Una volta avete suonato insieme e Freak Antoni vi ha sfidato a mostrare le chiappe al pubblico. «Cosa che abbiamo fatto con soddisfazione: Freak era un genio. Tornando a Milano, ai nostri esordi c’era molto fermento e locali in cui suonare: il Magia, il Tangram, le Scimmie, lo Zelig. C’era pubblico e la possibilità di mettersi in luce ». Pagavano? Faso: «Agli inizi una pizza e una birra. Piccola». Elio: «In un posto che si chiamava “Il mulino della frega” volevano menarci. Cantavamo Alfieri un testo che finisce con “siamo una banda di bastardi/ stasera ad esempio noi incassiamo/ e voi ve la picchiate dentro al...” si può dire culo sulla Domenica di Repubblica?». Quanti anni avevate? «In media tra i venti e i trenta. L’età in cui i genitori cercano di dissuaderti dal fare il cantante». Cesareo: «Infatti io ho fatto undici anni da impiegato ». Elio: «Io ero studente fuori corso a ingegneria». Faso: «Io a filosofia». Cesareo: «Tu facevi le squadre del Subbuteo». Elio: «Non lo abbiamo considerato un lavoro vero fino al secondo disco: duecentomila copie vendute. Era dura: suonavi e poi al mattino dovevi prendere un treno all’alba e andare a lavorare. Mi ricordo che dicevo: “Madonna, speriamo che vada bene così posso fare solo il musicista”. Anche se poi scopri che non è che, come pensano molti (e allora anch’io), i musicisti non lavorino» [Valtorta, cit.] • Stefano e gli altri «esordirono nel 1980 a San Siro, ma mica dentro lo stadio, a una festa popolare. Il gruppo ha i vezzi dell’epoca: identificare i componenti con nomignoli cretini, proseguire una certosina attività sotterranea che nessuno si fila, provare ostinatamente e così intensamente da fare del proprio repertorio una specie di Talmud. Qui nasce appunto il mito dell’eterna gavetta degli Elii, che per tutti gli anni Ottanta suonano ovunque li si chiami e un po’ alla volta s’impongono, se non altro nel senso che – batti batti – il nome circola, sebbene non pubblichino niente, perché era complicato, mica come adesso. Ma dal momento che i concerti sono sempre più divertenti e la band ormai ha acquisito notevole padronanza, si crea un seguito di culto, che si alimenta di cassette registrate dal vivo e fedelmente copiate col metodo dei due registratori collegati col filo (molto insoddisfacente). L’altro effetto è che dopo dieci anni di concerti e già vicini alla trentina, gli EELST hanno avuto modo di acquisire un’ottima preparazione musicale, padronanza di palco e quel metodo di lavoro che – come si vede dalla bulimia partecipativa e produttiva nella tv di questi tempi – permette loro di realizzare qualsiasi pezzo, collage, remix, parodia e pantomima in tempi brevissimi, grazie alla competenza e all’intesa assoluta tra i membri del gruppo, che s’intendono con un’occhiata» [Pistolini, cit.] • Com’era andare in giro con le Storie Tese in quei primi tempi? «Ci inventavamo finte risse sul palco e la gente ci credeva subito. Una volta, a Belluno, la rissa si trasformò in un riso convulso da cui non uscivamo più, piegati per terra, abbracciati uno sull’altro, tutti che ridevano» [Morvillo, cit.] Il primo album aveva un titolo impronunciabile. «Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu. Erano parolacce in cingalese. Avevamo un successo incredibile ovunque suonassimo, ma per dieci anni nessuno aveva voluto farci fare un disco. Anche quello lo rifiutarono tutti, anche insultandoci, tranne la Cbs». C’era dentro anche una canzone sul pornoattore John Holmes. «L’appassionato di porno è Rocco Tanica. Sul tema, è un’enciclopedia. Attraverso di lui, per un po’, ci siamo tutti appassionati alle trame hard». La trama non è l’elemento forte del porno. «Infatti, ma avendo sempre obiettivi futili volevamo trattare il genere come se fosse cinema serio» [Morvillo, cit.] • Già nel 1991 avevate conosciuto il grande pubblico con il famoso attacco ai politici, quando parlaste di tangenti al Concertone... «La mia idea è che chi va sul palco deve provocare. Già allora il Concertone stava perdendo le caratteristiche per cui era nato…» [Matteo Cruccu, Cds 11/2/2026] • «Siamo sempre stati crudeli. Il Concertone del primo maggio già allora si stava trasformando in una specie di Festivalbar e allora noi decidemmo di combinare un po’ di casino. Il giorno prima si facevano le prove. Noi indossammo i panni dei bravi ragazzi, eseguimmo un repertorio classico. Ci fecero giurare che ventiquattr’ore dopo non ci saremmo mossi da lì». Per quello avviasti l’esibizione dicendo «Depistaggio per il funzionario Rai». «Esatto. Iniziammo un orrendo rap che raccoglieva tutte le informazioni pubblicate sui giornali in quel tempo su Andreotti, Cossiga, Ciarrapico. Era roba dura, che non piacque. Interruppero la diretta e diedero la linea a Vincenzone Mollica che intervistò Ricky Gianco. Io, quando arrivarono sul palco gli organizzatori per farci smettere, mi buttai per terra urlando “Come Jim Morrison!”. Poi ci siamo chiusi in camerino, che era una tenda, in attesa che accadesse qualcosa. Vedemmo arrivare dei carabinieri e ci dicemmo “Ci siamo”. Invece volevano una foto...» [Walter Veltroni, Cds 13/5/2024] • Nel 1996 «sembrarono davvero dei marziani e non solo perché colorati di azzurro, sbarcati sul fino ad allora seriosissimo pianeta di Sanremo. Sì, nulla sarebbe stato piu come prima». «Dopo trent’anni, un brano che a molti sembra tremendamente attuale, Elio. «Sì, l’Italia non cambia mai. E pensare che quando l’abbiamo scritto, non avremmo mai pensato che avrebbe avuto un così lungo respiro...». «Baudo ci pressava da almeno due anni. Non ne avevamo nessuna intenzione. Ma, alla fine cedemmo e ci dicemmo “Andiamoci con un pezzo bruttissimo” e decidemmo di fare la parodia dell’artista impegnato, mettendo insieme tutta una serie di luoghi comuni che sembrava impossibile fraintendere». Quando vi accorgeste che vi avevano preso sul serio? «All’esordio quando la cantammo per la prima volta in pubblico. Finita l’introduzione, quella dei parcheggi abusivi, le signore ingioiellate in prima fila iniziarono a battere le mani su “Italia sì/Italia no”. Ci guardammo: “L’abbiamo fatta grossa”» [Cruccu, cit.].
Dolori «La mia storia nella musica ha ricordi belli e brutti». Feiez, storico membro del gruppo, polistrumentista, morì sul palco, il 23 dicembre 1998. «Una persona cara che muore davanti a te è un grandissimo choc». Come cambiò la sua idea della morte? «Non la cambiò: una delle mie fortune è che, dai 15 o 16 anni, ho ben presente che la morte esiste e questo è il motivo per cui ho fatto tante cose che sembrano strane». Che le è successo a 15 anni? «Credo di essere stato una delle prime vittime di attacchi di panico quando nessuno sapeva cosa fossero. Pensavano che avessi mal di cuore o altri mali gravi. Mi sono detto: o muoio o vivo in modo degno. Per fortuna, non sono morto» [Morvillo, cit].
Amori Di sua moglie nessuno sa il nome. Come siete riusciti a mantenere l’anonimato? «Ha fatto tutto lei. Gli antichi romani dicevano che l’uomo è la testa ma la donna è il collo che decide come muovere il capo» [Valeria Vignale, 7 24/8/2025].
Figli Due gemelli, Ulisse e Dante, nati l’11 novembre 2009. «Ulisse era il nonno di mia moglie, Dante invece è il nome di mio nonno. Un giorno sentendoli chiamare, al parco, una mamma si è avvicinata commentando: “Che nomi strani”. Quando le ho chiesto come si chiamava suo figlio, ha risposto “Kevin”. Il percepito attuale è che Kevin sia un nome “normale”, mentre Dante e Ulisse sono strani» [Vignale, cit.].
Figli/2 Dante Belisari, malato di autismo. «Ce ne siamo accorti molto presto. È stata mia moglie a percepire delle anomalie nel comportamento di Dante. Io la consolavo, le dicevo che tutto si sarebbe normalizzato. Ma noi abbiamo due gemelli e le differenze, nel percorso di crescita, si vedevano nettamente. È stato difficile trovare qualcuno che sapesse farci una diagnosi chiara e che ci indirizzasse. Non esiste un numero di telefono a cui rivolgerti, un indirizzo dove andare. Ti rendi subito conto che l’autismo di un figlio si coniuga con la assoluta solitudine dei genitori. E questo vale per ogni tipo di disabilità». Quali sono i segnali che avete avvertito? «La prima cosa che vorrei dire ai genitori è che bisogna fare presto, non aspettare i tre anni, non rinviare. Noi abbiamo visto che Dante aveva un’attenzione ossessiva per le trottole, anche lui girava su sé stesso e non finiva mai di farlo. Aveva attenzione per le cose e non per le persone. L’autismo può portare gravi difficoltà relazionali, anche ritardi mentali, motori, cognitivi». A chi avete chiesto aiuto? «È tutto incerto, la prima reazione è lo sconforto. Sono sincero: è la paura, la disperazione. Manca tutto, credimi. Manca tutto. Manca un protocollo che una mamma e un papà possano seguire, che funzioni da bussola in quel maremoto. Devono cercare con il lanternino, da soli, nel dubbio di non aver trovato persone e soluzioni giuste» [Veltroni, cit.].
Politica Anti-berlusconiano. «C’è il Berlusconi del prima e c’è quello dopo. Sono sempre stato montanelliano e mi ricordo che Montanelli parlava di lui elevandolo al rango di imprenditore illuminato. Quando Berlusconi ha tolto la maschera tutti hanno capito quale fosse il vero progetto» [Cruccu, cit.]
Politica/2 Nel 2013, ad anticipare l’uscita dell’Album Biango, il singolo Complesso del Primo Maggio, canzone che ridicolizza il Concertone di piazza San Giovanni: «E questa è la canzone del complesso del Primo Maggio / che in genere si esibisce sotto il sole di pomeriggio / con la chitarra acustica scordata, calante/ che la gente che balla a torso nudo neanche la sente / […] La musica balcanica ci ha rotto i coglioni / è bella e tutto quanto ma alla lunga rompe i coglioni / […] E poi arriva il complesso che valorizza il territorio / impara quattro accordi ci costruisce un repertorio / e senza motivo c’è un percussionista ghanese / che è stato ricollocato in un complesso pugliese». Grande successo di critica. «L’Osservatore Romano elogia il gruppo per la loro salutare scorrettezza. “Nella loro ultima canzone hanno rotto un altro tabù, mettendo in ridicolo l’omologazione della protesta nel concerto che più di tutti dovrebbe rappresentare un momento di contestazione delle ingiustizie sociali”» [Cds 14/4/2013]. «Primomaggio e disaggio, ma che musica geniale quella di Elio. Prende lo scalettone della kermesse sindacale, il clima che la circonda, le retoriche che essa nutre, i personaggi improbabili che vi si rispecchiano come narcisi indignati, quell’impasto di solidarismo e televisionismo che ne caratterizza gli eroi, e a tutti fa la pelle con grazia e cattiveria sorniona» [Giuliano Ferrara, Foglio 14/4/2013].
Tifo Interista.
Voci Autore della sigla di Gli occhi del cuore della serie Boris (2007-10) • Voce del Pinguino Pino nella campagna pubblicitaria Vodafone 2013
Vizi Nel 1997 recitò in Rocco e le storie tese (di e con Rocco Siffredi).«Forti del successo della Terra dei Cachi, invece di monetizzare come tutti, noi cialtroni che non avevamo un disco pronto abbiamo fatto pure un porno. Ponemmo come condizione che non ci saremmo tolti neanche una calza. La scena più bella non è stata ripresa: ce la stavamo svignando alla chetichella da un’orgia; Rocco, che stava lavorando con un’attrice, la solleva, l’appoggia per terra, e viene a salutarci. Nudo. Perché è un gentiluomo» [Morvillo, cit.].
Curiosità Alto 1 metro e 76 • Abita ancora nel quartiere Val di Sole dove è cresciuto • Ormai tutti lo chiamano Elio, «se sento “Stefano!” neppure mi giro» • Appassionato di baseball («È uno sport che mi somiglia perché non si prende mai sul serio»), tanto da aver messo in piedi con il bassista del gruppo Nicola Fasani una squadra, la Ares, giunta fino alla serie A-2 (lui gioca esterno) • Da giovane fu testimone dell’omicidio del giudice Emilio Alessandrini, ammazzato da un commando di Prima Linea a Milano il 29 gennaio 1979. «Elio ricorda “il traffico delle auto che continuava indifferente” a due passi da Porta Romana, “i buchi” sul corpo del magistrato e gli altri buchi “che come a tutti quelli della mia generazione, per colpa dell’eroina, portarono via 3 o 4 amici almeno”» • Da giovane lavorò come tecnico delle luci per Aldo, Giovanni e Giacomo. Racconta Giacomo Poretti: «Un giorno timidamente ci disse: “Io ho un gruppo, si chiama Elio e le storie tese, cantiamo e suoniamo...”. E noi: “Ma va a cagare!”» [Aldo Cazzullo, Cds 25/4/2026] • Nel 2025 ha criticato Olly perché ha vinto Sanremo con l’autotune. «Ma mi ricorda Ben Johnson e il doping a Seul, è esattamente la stessa cosa. A questo punto prendiamo venti persone a caso e facciamole cantare al Festival» • Rimpiange Peppe Vessicchio. «È stato l’ultimo grande direttore del Festival: oggi vanno tutti, basta gesticolare con le braccia» • Rimpiange la vecchia Milano dei suoi tempi. «La Milano ”con il coeur in man” non esiste più» [Stampa 24/9/2009] • «I grattacieli che sono venuti su fanno schifo. Nulla c’entrano con l’anima della città. Milano vuole sembrare Milwaukee, perché?» • Adora l’opera lirica e gli dispiace sia poco valorizzata. «Non esiste niente di più conosciuto al mondo dell’opera italiana. E mentre ci facciamo le pippe sulle nostre menate provinciali di cui interessa niente a nessuno, sulle stronzate che esclusi i danni permanenti al nostro fegato e al nostro cervello, nel mondo hanno un impatto pari a zero, in Oman o negli Emirati Arabi investono sui teatri d’opera un miliardo di dollari». E non va bene? «Noi italiani siamo dei cazzoni. Magari simpatici, senz’altro velleitari. Altri aggettivi in mente non mi vengono. Ma per continuare filologicamente con il cazzo, mi sono anche un po’ rotto il cazzo che vengano considerati soltanto dei cazzoni superficiali esclusivamente capaci di fare solo robe alla cazzo di cane. Sogno un salto, anche nel pragmatismo. Se non possiamo ascriverci i meriti dei nostri antenati, possiamo almeno difenderli, divulgarli, evitare di farci scippare la creatività». Ce la scippano? «In questi anni di Medioevo di cui incolpo Berlusconi insieme a tutti quelli che lo hanno aiutato, ci siamo fatti scippare tutti. Quel coglione – e la prego di scrivere coglione – che proprio in quell’epoca disse: “Con la cultura non si mangia” avrebbero dovuto incarcerarlo. La cultura potrebbe essere il petrolio d’Italia con la differenza che il petrolio a un certo punto finisce e la cultura, se non contribuissimo ad affossarla tutti i giorni, potrebbe essere inesauribile». La affossiamo? «Incensiamo artisti che valgono un’unghia dei nostri e riempiamo le orchestre italiane di musicisti che vengono dall’estero» [Malcom Pagani, Fatto 13/2/2017].«Sa a che età Rossini scrisse Il Barbiere di Siviglia? A 24 anni. Uno pensa a Rossini come a un anziano signore, a un ciccione con il bastone. No, quello era il Rossini che aveva già scritto tutto e si godeva la vita in Francia. Non voglio fare il trombone o il rompicoglioni, ma un po’ di preoccupata meraviglia c’è. Quando avevo 16 anni gli adolescenti erano vulcani. Oggi mi pare che il fuoco sia spento. Kubrick e Dalla ci avevano fatto pensare al futuro indicando il 2000 come un approdo a metà tra la fantascienza e la promessa di progresso. Qualcosa deve essere andato per il verso storto» • In giro dicono che sia antipatico: «Ispido, come le sue sopracciglia». «E chi lo dice? La stampa? Wikipedia? È falso, ma quando una cosa è scritta, è scritta. Convincere la gente del contrario a posteriori è come scalare una montagna» • Dopo averlo intervistato, Veltroni percepì in lui una vena malinconica.«Mah, sono etichette. Vedendomi in giro “normale”, molti mi percepiscono triste e mi chiedono: “Cos’hai?”. Non ho niente, semplicemente mica rido pure mentre faccio la spesa al super» [Vignale, cit.].
Titoli di testa Ha già pensato al suo epitaffio? «Certo: “Cretino, e fiero di esserlo”» [Morvillo, cit.]