La Stampa, 6 agosto 2026
Nasce la Nato sunnita
Gerusalemme
Un vertice alla Mecca ridisegna gli equilibri del Golfo con la nascita di una “Nato islamica” o “sunnita”. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato il Mecca Joint Defence Agreement, patto di mutua difesa in stile Nato che considera un attacco contro uno dei tre firmatari un’aggressione contro tutti. A siglarlo, nella città santa dell’Islam, sono stati il principe ereditario Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il premier pakistano Shehbaz Sharif. L’intesa amplia l’accordo bilaterale già firmato tra Riad e Islamabad lo scorso settembre, dopo mesi di trattative accelerate dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, che ha esposto le vulnerabilità energetiche e militari del Golfo.
Il testo non nomina Teheran ma il messaggio è chiaro: unisce la potenza economica saudita, il secondo esercito della Nato di Ankara e il deterrente nucleare pakistano, l’unico nel mondo islamico.
Per Washington si apre una variabile scomoda, quella di un blocco sunnita capace di muoversi con margini propri, mentre gli Stati Uniti si ritirano lentamente dall’area, svuotando le basi costruite in quattro guerre dal 1991. Israele non ha commentato. Da Nuova Delhi si segue «con attenzione» un asse che tocca i rapporti con Islamabad. Il direttore delle comunicazioni della presidenza turca, Burhanettin Duran, ha scritto su X che il patto «non è rivolto contro alcun Paese in particolare» e rafforzerà «la sicurezza condivisa e la deterrenza collettiva» delle tre nazioni. Dopo settimane di attacchi e minacce, è chiaro a chi si guardi.
La replica di Teheran non si è fatta attendere. Un membro della commissione sicurezza del Majlis, Ebrahim Rezaei, ha liquidato l’accordo come «un pezzo di carta» incapace di garantire sicurezza a Riad, invitando i sauditi a correggere le proprie politiche invece di mendicare protezione. Toni ancora più duri dal pulpito di Qom, dove l’imam della preghiera del venerdì ha avvertito che la sicurezza comprata dagli Stati Uniti non salverà i governi regionali. Segno che il patto viene letto a Teheran non come difesa, ma come contenimento.
L’irritazione iraniana cresce mentre gli Houthi colpivano ancora il territorio saudita. Missili e droni hanno raggiunto ieri la provincia di Najran, ferendo undici civili, tra cui una bambina di quattro anni. Nello stesso giorno, in una delle giornate più sanguinose del conflitto yemenita, i ribelli hanno rivendicato la morte di decine di soldati governativi a Marib e Hadramawt. Riad attende ora attacchi coordinati da Houthi e milizie irachene, secondo intelligence condivisa con Washington, anche se la Resistenza islamica in Iraq ha rinunciato, per ora, a un’offensiva pianificata contro il regno.
Sullo Stretto di Hormuz la partita resta apertissima, mentre si attende da un momento all’altro la firma dell’intesa tra Iran e Oman, con approvazione definitiva da parte del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano. Bessent ipotizza un accordo «nelle prossime ore» con Teheran, insistendo che l’obiettivo americano è la libera navigazione, non un pedaggio all’Iran. Ma la trattativa rischia di restare lettera morta anche se firmata: armatori e assicuratori avvertono che le sanzioni statunitensi rendono rischioso versare somme a un’autorità del Golfo legata ai Pasdaran, mentre una clausola introdotta a luglio dal Lloyd’s Market Association annulla la copertura di guerra per le navi che paghino un pedaggio di transito. Teheran chiede tra il 5 e il 7% del valore del carico, Muscat media al 3%, Washington non vuole cedere un centesimo: un cortocircuito che lascia le petroliere in stallo.
Il presidente Usa, Donald Trump sostiene, in un’intervista a Punchbowl News, che i funzionari iraniani vogliono raggiungere un accordo e «non vogliono essere colpiti».
Sullo sfondo pesa un’incognita più delicata: le condizioni di salute di Mojtaba Khamenei, la Guida suprema succeduta al padre ucciso nel raid del 28 febbraio. Fonti vicine al governo di Pezeshkian riferite da IranWire parlano di un leader che non incontra ministri da mesi e le cui condizioni sarebbero «estremamente critiche». Media israeliani rilanciano voci di un ricovero d’urgenza o di morte già avvenuta. Nessuna conferma ma l’assenza pubblica prolungata alimenta interrogativi sulla tenuta della leadership iraniana.
Sul fronte libanese, il settimo round di colloqui indiretti tra Beirut e Gerusalemme si è chiuso a Roma senza svolte ma in un clima definito positivo sul dossier prigionieri, con un primo scambio di liste. Restano aperti il disarmo di Hezbollah e la supervisione dei ritiri israeliani nelle zone pilota. Le due parti hanno comunque concordato una rosa di Paesi terzi incaricati di verificarlo, e un nuovo round è ipotizzato per inizio settembre.
A Gaza, l’Unicef ha lanciato un nuovo allarme: nei trecento giorni dalla tregua di ottobre sono morti almeno trecento bambini, in media uno al giorno, nonostante gli impegni sulla sospensione delle operazioni militari. L’agenzia Onu, che non cita fonti per i dati, chiede che i piani per la fase successiva del cessate il fuoco si traducano in fatti concreti. —