La Stampa, 6 agosto 2026
Un bel libro su Toscanini
Talvolta degli ottimi libri possono avere dei titoli, più che fuorvianti, riduttivi. È il caso del saggio di Mauro Balestrazzi Il ritorno del Maestro (Libreria Musicale Italiana, 377 pagine, 30 euro), il cui vero soggetto è in realtà nel sottotitolo: Toscanini, il fascismo, la guerra e la storica riapertura della Scala. Non soltanto, dunque, il mitico concerto dell’11 maggio 1946, ma tutto quel che l’aveva preceduto. L’inaugurazione del teatro che un sindaco socialista aveva ricostruito dandogli la precedenza sulle case dei milanesi, e giustamente, perché la Scala è la casa di tutti, appare così il punto di arrivo della vita politica di Arturo Toscanini dal primo al secondo dopoguerra. Senza questa, non si capisce l’enorme valore simbolico di quello. I pregi del libro sono due. Il primo è che Balestrazzi scrive bene, e infatti è un giornalista e non un musicologo; il secondo, l’enorme lavoro di ricerca sui quotidiani del tempo e all’Archivio centrale dello Stato. Balestrazzi è talmente preciso e scrupoloso che vale la pena di segnalare subito l’unico errore in cui è incorso, pagina 200, Hitler definito «cancelliere del Reichstadt»: bastava Reich.
Detto questo, il racconto inizia con Toscanini, già direttore di fama mondiale e dominus della Scala, che nel 1919 si candida a Milano nella lista del «blocco fascista», capolista Benito Mussolini. Con il senno e gli schiaffi di poi, una contraddizione che però è solo apparente. Toscanini, figlio di un garibaldino, repubblicano, anticlericale, medaglia d’argento della Grande Guerra, convinto anche lui che la Vittoria fosse stata mutilata, condivideva le posizioni antisistema e socialisticheggianti del Mussolini delle origini, contrario a tutto senza che fosse chiaro a cosa fosse favorevole, a parte la sua presa del potere. L’esperimento, in ogni caso, non fu un successo: a Milano, che fu poi l’unica città in cui si presentò, il «fascio di combattimento» non elesse nessuno. Toscanini ebbe 5.114 preferenze; Mussolini, in più votato, 9.064: ma, per dire, il socialista Filippo Turati arrivò a 190 mila. Tre anni dopo, Mussolini era al potere dopo una marcia su Roma che fu semmai una marcetta. Toscanini avrebbe forse potuto accettare la politica fascista; mai, i metodi con cui fu imposta. La sera della nomina a capo del governo del futuro Duce, disse a Eugenio Balzan, direttore amministrativo del Corriere della Sera: «Se fossi capace di uccidere un uomo, ucciderei lui». Era l’inizio della guerra.
La prima battaglia avvenne il 7 dicembre 1922, alla replica del Falstaff che aveva inaugurato la stagione della Scala cinque giorni prima: serata in onore della Regia Marina, presente un reale minore, il principe di Udine cioè Ferdinando di Savoia-Genova. Toscanini diresse la Marcia Reale e la bissò a richiesta del pubblico. Ma, quando i fascisti in sala chiesero Giovinezza, fece rispondere che i professori non la conoscevano. In questi casi in Italia non manca mai chi propone un compromesso: finita l’opera, raccontò Maria Labia che era Alice, si pensò di far cantare l’inno fascista ai solisti, accompagnati dal solo pianoforte. E Toscanini fece subito Toscanini: «Non canteranno un corno, gli artisti della Scala non sono cantanti di varietà. Tutti in camerino». Il resto è (abbastanza) noto, sia pure raramente raccontato con la massa di documenti, testimonianze e citazioni raccolte da Balestrazzi: l’ultimo incontro con Mussolini, il 29 dicembre 1925, che fu piuttosto uno scontro; la battaglia sulla prima postuma di Turandot, alla quale il Duce non si fece vedere perché Toscanini si rifiutò di farla precedere da Giovinezza; i famigerati schiaffi di Bologna del 14 maggio 1931, quando Toscanini fu aggredito fuori dal Teatro Comunale per la solita questione dell’inno; la rinuncia da parte del maestro a dirigere a Bayreuth dopo la presa del potere di Hitler e a Salisburgo dopo l’Anschluss; infine l’esilio dall’Italia del «giudeo onorario», come lo definiva Farinacci sul Regime fascista, appena gli fu ridato il passaporto che gli era stato sequestrato, il 5 ottobre 1938. In America, Toscanini diventò un’icona del mondo libero, battendosi con l’unica arma di cui disponeva, la musica. Finché, appunto nel 1946, tornò in quello liberato dirigendo nella Scala risorta, con una bacchetta dall’impugnatura tricolore, un programma tutto italiano, Rossini, Verdi, Puccini e Boito. E qui Balestrazzi può rinunciare alla sua oggettività di cronista per diventare commosso come chiunque lo legga. E magari consideri la distanza siderale di cultura, sensibilità, civismo e gusto fra l’Italia di Toscanini e quella di Temptation Island.
Infine, questo libro è prezioso perché arriva al momento giusto. Anche oggi gli artisti sono chiamati a fare delle scelte. La lezione di Toscanini è duplice. Da un lato, si fa la guerra a un regime, non a una cultura, specie se è grande. Durante le due guerre mondiali, Toscanini continuò a dirigere Beethoven e Wagner e tutti gli autori tedeschi, anche fra le proteste di molti, perché il nemico era la Germania, non la sua musica. Dall’altro, l’arte non è neutra e nemmeno neutrale. Esprime una visione del mondo, ed è quindi necessariamente politica. Quando l’artista si fa propagandista di un regime criminale, per esempio quello di Putin, escluderlo non è solo giusto, ma doveroso. Com’è o sarebbe doveroso escludere ogni comportamento che possa legittimare quel regime: altrimenti è collaborazionismo. Oggi l’esempio di Toscanini resta importante dal punto di vista musicale. Ma da quello morale e civile, ancora di più. Ed è sempre più disperatamente attuale. —