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 2026  agosto 06 Giovedì calendario

In morte di Bruno Campanella

Bruno Campanella era stato frettolosamente classificato, e forse archiviato, come «il direttore del belcanto» (termine con il quale si etichettano – sbagliando – anche Bellini e Donizetti), e sempre con un’inconfessata sfumatura di condiscendenza. Come se non fosse più difficile dirigere, mettiamo, La sonnambula che Elektra, dove nel mare magnum di un’orchestra scatenata un attacco sbagliato o sporco può anche passare, e magari se ne accorgono in pochi; nel «belcanto», no, perché se il cantante sembra l’acrobata che cammina sul filo, l’errore di chi il filo lo tiene teso può avere conseguenze catastrofiche, e di cui si accorgono tutti. Fatto sta che Campanella, nato a Bari nel 1943 e morto ieri l’altro dopo una lunga malattia, si era specializzato in un repertorio che di solito i direttori non amano, e ne era diventato un interprete massimo. Per una di quelle curiose coincidenze che potrebbero anche indurre a malsani pensieri metafisici, appena prima di ricevere la notizia riascoltavo un live del Regio di Torino del 1996, I puritani con un grande cast, Devia-Sabbatini-Servile-Pertusi. Nessuno, a mia conoscenza, ha diretto meglio quest’opera drammaturgicamente impossibile e musicalmente pericolosa, aiutando i cantanti a dare il massimo ma senza trasformarsi nel loro zerbino, e dipingendo atmosfere gotiche e pazzie romantiche con l’orchestra di Bellini che, guidata così, risulta molto meno basica di quel che si è sempre detto.
Campanella era un grande musicista, insomma, come puntualmente si constatava anche quando usciva dal repertorio più «suo», come nel Rake’s progress di Stravinskij sempre a Torino o nel memorabile Cappello di paglia di Firenze di Nino Rota (di cui era stato allievo, ma era anche laureato in Filosofia), alla Scala nel meraviglioso spettacolo di Pigi Pizzi, protagonista Juan Diego Flórez. E infatti la carriera fu importante: dalla Scala al Met, passando per il Covent Garden, l’Opéra e la Staatsoper, non manca una sola piazza importante. Era però molto affezionato a Torino, e il pubblico del Regio a lui. Fu direttore musicale del teatro dal’92 al’95, poi primo direttore ospite: quando, nel 2009, tornò per dirigere L’italiana in Algeri (benissimo, per inciso: la sua Italiana è l’unica che se la gioca con quella di Abbado) fu festeggiato per i 25 anni sul podio torinese. Lascia delle incisioni, molte live, che testimoniano la sua arte. Dovendo scegliere, La Cenerentola con Cecilia Bartoli, L’ajo nell’imbarazzo e Don Pasquale, entrambi a Torino ed entrambi con Enzo Dara protagonista, e due Fille du régiment, una Anderson-Kraus solo audio e l’altra Dessay-Flórez per fortuna anche video. Campanella era uno di quegli artisti che, quando se ne vanno, non suscitano soltanto il ricordo, ma anche il rimpianto. —