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 2026  agosto 08 Sabato calendario

Rino Gaetano, ovvero smettere di ascoltare un autore e limitarsi a celebrarlo

In tutta franchezza non ho capito se fosse un lungo spot per la Regione Calabria o un omaggio a Rino Gaetano. Nel dubbio ho preferito concentrarmi su di lui, soprattutto quando qualche cantante provava a restituire una sua canzone: «Radio2 Live – Il cielo è sempre più blu» (Rai2).
A fare gli onori di casa Ema Stokholma (ormai sembra che in Rai esista soltanto lei), affiancata da Ginotto Castaldo, nella gremitissima piazza XV Marzo, nel cuore di Cosenza. Breve la vita del cantautore solitario e inquieto (morto in un incidente d’auto), lunghissima invece l’ombra lasciata dalle sue canzoni.
Tra paradosso e sarcasmo, Rino Gaetano è stato un’anomalia della musica italiana: esuberante, satirico, insofferente alle etichette. Faceva nomi e cognomi, sfidava il conformismo, attirandosi la censura della Rai e l’ostilità di un sistema incapace di incasellarlo. Senza voler mancare di rispetto agli artisti invitati da «Radio2 Live», nessuno possedeva neppure una scheggia di quello spirito anarchico e corrosivo.
Brani come «Ma il cielo è sempre più blu» e «Gianna» sono diventati inni da stadio, cori studenteschi, jingle pubblicitari: il destino curioso delle canzoni che finiscono per appartenere a tutti e, proprio per questo, rischiano di non appartenere più a nessuno.
Negli anni Settanta la critica militante lo liquidava come disimpegnato o canzonatorio; oggi è stato promosso, forse con eccesso di zelo, a poeta civile, buono perfino per le feste di partito.
E così un autore capace di infilare in una canzone popolare come «Aida» parole quali «costituente» e «democrazia» è diventato il sottofondo ideale di ogni celebrazione collettiva. Perfino la splendida «A mano a mano» (che in realtà è di Riccardo Cocciante) è ormai una presenza fissa alla festa di Atreju.
Come accade spesso in Italia, il successo pieno Rino Gaetano l’ha conosciuto da morto. I suoi testi, riletti come profezie, hanno trasformato un artista solo parzialmente compreso in vita in un mito transgenerazionale. Anche questa è una forma sottile di censura: smettere di ascoltare un autore e limitarsi a celebrarlo.