Corriere della Sera, 8 agosto 2026
La Città sociale dei Marzotto che forse ispirò Olivetti
«Milano, 10 febbraio 1934». Su carta intestata Olivetti parte una lettera per Filippo Masci, direttore generale del Lanificio V.E. Marzotto di Valdagno. Il testo è dattiloscritto, la firma autografa è quella di Adriano Olivetti. Il giovane ingegnere, da due anni direttore generale dell’azienda fondata dal padre Camillo, è appena stato nella cittadina vicentina per vendere la nuova macchina da scrivere M40.
Qualcosa nella fornitura non deve essere andato come previsto. Olivetti assicura che farà rendere efficienti le M40 già acquistate, così da «ripristinare la Vostra piena fiducia nel nostro prodotto». Ma l’importanza del documento è in ciò che ha visto: una città costruita intorno alla fabbrica, con case, assistenza sanitaria, maternità, asili, scuole e una casa di riposo. La fiducia dei Marzotto, scrive, viene da un’organizzazione «vanto del nostro Paese per la sua vitale importanza economica ed il suo inusuale aspetto sociale».
A trovare la lettera è stato Luca Romano, ricercatore sociale, durante il lavoro per un libro sui Marzotto e la Città Sociale di Valdagno. Il progetto, nato su impulso di Veronica Marzotto Notarbartolo, esponente della sesta generazione della famiglia, vuole ricostruire una storia rimasta ai margini. «Mi era stato chiesto di raccontare non la storia economica dell’azienda, già molto studiata, ma la vocazione sociale dei Marzotto», spiega Romano. «Eppure i documenti erano tutti lì», nell’archivio della fabbrica.
La visita non compare nelle biografie di Olivetti. Quando Adriano arriva a Valdagno, le sue grandi iniziative sociali a Ivrea devono ancora iniziare. Sull’altra riva dell’Agno, invece, la Città Sociale è già in costruzione. Gaetano Marzotto ne aveva affidato nel 1927 il progetto a Francesco Bonfanti e Gino Zardini: case, servizi sanitari, asili, scuole, impianti sportivi e luoghi di ricreazione.
La successione delle date apre una domanda: Valdagno contribuì a ispirare il modello olivettiano? Romano è cauto: la lettera non lo dimostra. Camillo Olivetti aveva già creato un’infermeria e una biblioteca per i dipendenti. «Ma è significativo che, dopo avere visto la Città Sociale, proprio nel 1934 Adriano incarichi Luigi Figini e Gino Pollini di progettare nuove abitazioni per i lavoratori di Ivrea. È probabile che Valdagno gli abbia offerto elementi sui quali riflettere».
La scoperta non ridimensiona Olivetti. Recupera però una storia precedente e meno conosciuta. Gaetano Marzotto junior aveva già impostato quella che avrebbe definito una «radicale soluzione del problema sociale»: una rete di servizi destinata ad accompagnare i lavoratori e le loro famiglie dall’infanzia alla vecchiaia. A metà degli anni Venti il lanificio aveva assunto un medico a tempo pieno per quasi duemila dipendenti. Non doveva soltanto controllare infortuni e assenze, ma prevenire le malattie, riconoscere la tubercolosi e individuare i disturbi causati dal lavoro. In presenza di possibili patologie professionali, spiega Romano, si interveniva anche sui processi produttivi.
Il sistema comprendeva alloggi con acqua e bagno interno, un reparto di maternità, il trasporto per le partorienti, un nido con pediatra, scuole, colonie e una casa di riposo. Uno degli effetti più importanti riguardò le donne. Nel tessile la presenza femminile era alta, mentre il fascismo le voleva soprattutto madri e custodi della casa. A Valdagno, sostiene Romano, i servizi di cura permisero invece a molte dipendenti di conservare il posto e arrivare alla pensione come lavoratrici. «Oggi può sembrare normale, ma nell’Italia degli anni Venti e Trenta era tutt’altro che scontato. Quei servizi trasferivano fuori dalla famiglia una parte del lavoro di cura che ricadeva sulle donne».
La Città Sociale non cancellava le gerarchie: i dirigenti abitavano nelle ville, gli impiegati nelle villette e gli operai negli edifici collettivi. L’impresa governava lavoro, abitazione e servizi. Da qui nasce la lettura di Valdagno come esperienza paternalistica o «fabbrica totale», capace di assistere il dipendente ma anche di estendere la propria presenza a quasi ogni ambito della sua vita. Romano non nasconde questa ambivalenza. «Non voglio trasformare Marzotto in un Olivetti prima di Olivetti. Vorrei capire perché un sistema tanto ampio, e in alcuni campi così innovativo, sia quasi sparito dal racconto italiano dell’impresa sociale».