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 2026  agosto 08 Sabato calendario

Tiziana Alla, da bordocampista Rai della Nazionale a prima telecronista di un Mondiale di calcio maschile: che esperienza è stata?«Intensa, entusiasmante: un altro sport rispetto a quanto avevo fatto fin qui»

Tiziana Alla, da bordocampista Rai della Nazionale a prima telecronista di un Mondiale di calcio maschile: che esperienza è stata?
«Intensa, entusiasmante: un altro sport rispetto a quanto avevo fatto fin qui».
Cosa intende?
«Il Mondiale l’avevo seguito in Qatar da inviata, ma da telecronista è tutta un’altra cosa: sei sola con te stessa. Viene meno il gioco di squadra, che io preferisco».
Siamo testimoni oculari della sua prima telecronaca: in cima allo stadio di Foxborough (Boston), senza alcuna copertura sotto la pioggia. Un po’ anacronistico?
«Sì la priorità era salvare gli appunti: scrivevo con una mano e con l’altra tenevo l’ombrello. Ma la cosa peggiore era la distanza dal campo, una visuale lontanissima. Il classico battesimo del fuoco».
In un’altra partita però ha visto un rigore a occhio nudo, mentre all’arbitro è servito il Var.
«Eravamo a Seattle per Belgio-Senegal e lì la postazione era molto migliore. Almeno in teoria…».
In teoria?
«Negli Stati Uniti gli spettatori non stavano fermi un secondo, c’era un viavai continuo di gente che mangiava panini, si faceva selfie. Viveva così la partita. Per cui ci siamo dovuti alzare spesso per vedere il campo».
E intanto chi sta a casa non perdona il minimo errore.
«Non seguo i social, ma ho letto un paio di articoli sull’argomento, visto che c’era questa curiosità mediatica attorno alla mia telecronaca. Il riscontro era ottimo».
Le dà fastidio che una telecronista donna faccia notizia?
«Da quando il direttore Lollobrigida ha deciso di inviarmi negli Usa per raccontare le partite ho fatto tante interviste, sono stata pure da Marzullo. Ma sono sempre stata abituata ad essere dall’altra parte: mi piace raccontare gli altri, più che me stessa».
È indice di una certa arretratezza, ma lei resta una pioniera del mestiere, non crede?
«Sicuramente resiste una certa cultura: posso essere criticata per motivi più che leciti, ma non perché una voce femminile in una telecronaca di calcio “non si può sentire”. Mi puoi criticare perché non sono brava, non perché sono donna. Negli Usa le telecronache del Mondiale su Fox sono spesso di una collega e non mi pare faccia notizia: è considerata una cosa normale».
Il calcio è lo specchio di una certa rigidità italiana?
«Il suo seguito è talmente vasto che direi di sì».
Gli stadi li ha sempre frequentati?
«Fin da bambina, con mio padre. Mi piaceva l’atmosfera, il senso di comunità, poi mi sono abbonata. E sono cresciuta in curva».
Faceva le finte telecronache?
«Ero più orientata verso il giornalismo scritto e facevo soprattutto le finte cronache scritte dell’Under 21: le inviavo al Corriere dello Sport, per capire se potevano piacere, ma non ho mai ottenuto risposta. Ogni tanto però è vero, negli anni delle scuole medie toglievo il volume e provavo a fare io il commento…».
Crescere a Roma, alla Garbatella, che imprinting le ha dato?
«Quel senso di comunità di cui parlavo prima: avere una mente un po’ più aperta alle diversità, grazie a una certa vivacità, non solo culturale, ma anche di tipi umani».
Dato che non ho ancora capito per che squadra tifava da ragazza, le faccio un test: dov’era la sera del 30 maggio 1984?
«Ero in curva a vedere la Roma che perdeva la finale di Coppa dei Campioni ai rigori... I drammi giallorossi li ho vissuti tutti, ma anche i due scudetti, quello del 1983 da tifosa e quello del 2001 da giornalista. Dopo il primo dei due, andai a piedi dall’Olimpico al Circo Massimo per vedere il concerto di Venditti».
Come si è avvicinata al giornalismo?
«I miei genitori erano impiegati alla Siae, quindi non era un mestiere di famiglia. E il mio sogno era lavorare nelle organizzazioni internazionali. Poi ho vinto il concorso alla scuola di giornalismo di Urbino: la strada è cominciata così, con gli stage al Messaggero in cronaca».
Lo sport era ancora lontano?
«Poco dopo sono stata assunta a Bici Sport, il mio primo contratto giornalistico a termine. Finito quello sono entrata nella lista di disoccupazione e sono stata alcuni anni al Corriere dello Sport, direttore Mario Sconcerti. Poi, sempre attraverso le liste, sono entrata in Rai, al Tg3: dopo anni di precariato sono entrata stabilmente dal 2009, a Rai International, nella redazione della “Giostra del Gol” condotta da Gianfranco De Laurentis con Ilaria D’Amico. Lì cominciai a cimentarmi con le telecronache».
Sembra una gavetta senza «aiuti» esterni.
«Credo che nessuno possa smentire questa affermazione, tutto quello che sono riuscita a ottenere è arrivato grazie a quello che so fare, poi ci vogliono anche le opportunità. Chiusa la testata giornalistica di Rai International sono andata a RaiSport e ho ricominciato tutto da capo: con la gestione Romagnoli-Scarnati ho trovato sintonia nel modo di raccontare lo sport più a tutto tondo. Così sono entrata nella squadra che segue la Nazionale. A farmi “svoltare” fu un servizio sulla vicenda Totti-Spalletti».
In un Paese nel quale fa notizia una telecronista donna, il cliché della presentatrice sportiva avvenente fa parte del problema?
«A me dispiace che il ruolo di giornalista sportiva sia identificato per forza con l’aspetto, perché è una cosa che ti limita. Mi auguro che chi vuole fare questo mestiere punti sulle proprie capacità e non si lasci identificare dall’immagine: è legittimo voler essere curate e di bell’aspetto, ma noi per prime dobbiamo pensarci anche in ruoli diversi da quelli che ci assegna l’immaginario maschile».
A proposito di luoghi comuni, ha dovuto mai spiegare il fuorigioco a un uomo?
«No, perché sono circondata da malati di calcio».
Le avranno però chiesto dell’intervista dopo Germania-Italia 5-2 in cui Donnarumma le rispose piccato.
«Quello lo fanno tutti, anzi stavo per ringraziarla per non avermi fatto la domanda».
L’impressione però è che il capitano azzurro rispose così perché era ferito nell’orgoglio, non perché lei era una donna.
«Esattamente».
I giocatori italiani sono troppo coccolati dai media e troppo poco abituati alla critica?
«Sì, credo di sì. I social hanno azzerato il confronto, ma il giornalista non deve mai smettere di essere tale».
Il Mondiale che vorrebbe raccontare se avesse la macchina del tempo?
«Quello dell’Italia del 1978: il primo che vivi con una certa consapevolezza ti rimane sempre dentro».
Il grande calciatore del passato che le sarebbe piaciuto intervistare quando giocava?
«Platini».
Per vendicarsi delle sofferenze che le ha causato?
«No! Perché era una testa pensante, non solo in campo».