Corriere della Sera, 7 agosto 2026
Fauci rischia di andare in galera
Adesso che, come era prevedibile, la commissione per la sicurezza nazionale del Senato ha votato sì alla richiesta di considerare il dottor Anthony Fauci colpevole di oltraggio al Congresso, la domanda fondamentale è: si può andare in carcere per oltraggio al Congresso? La risposta è sì, basta pensare a Steve Bannon e Peter Navarro, collaboratori di Trump che hanno passato quattro mesi (a testa) in un carcere federale proprio per aver rifiutato di deporre (e consegnare documenti) davanti al Congresso che indagava sul tentato golpe del 6 gennaio 2021. Ma il cammino legale, da qui in poi, è impervio perché apre nel caso di Fauci anche una serie di spinose questioni costituzionali, non soltanto politiche.
Come ha fatto uno dei virologi più famosi del mondo, direttore per 38 anni del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid), a trovarsi in questa situazione? La scorsa settimana Fauci ha invocato per tre ore il quinto emendamento (quello che garantisce il diritto di non incriminare sé stessi) rifiutandosi di rispondere a tutte le domande del Congresso che l’aveva chiamato a deporre. E ora la palla passa al ministero della Giustizia.
Il voto di ieri non tocca l’accusa principale dei repubblicani, secondo i quali Fauci avrebbe prima subappaltato ai cinesi ricerche su coronavirus altamente infettivi contribuendo così a scatenare la pandemia per poi mentire davanti al Congresso. Joe Biden, nell’ultimo giorno della sua presidenza, ha garantito a Fauci uno scudo legale, valido retroattivamente dal 2014 al gennaio 2025, un «presidential pardon».
Le origini dell’accusa
La settimana scorsa lo scienziato ha invocato per tre ore la facoltà
di non rispondere
Ieri l’avvocato David Schertler ha definito il voto «una grave trovata politica volta a punire il dottor Fauci per aver esercitato i suoi diritti costituzionali». Grave lo è di sicuro (gli insulti a lui rivolti dai repubblicani in diretta tv rimarranno una pagina volgare della storia parlamentare americana). Politica anche: quando Washington vota su Fauci lo fa sempre in stretta disciplina di partito, repubblicani contro e democratici a favore.
Non si può però dire che il leader delle truppe «arrest Fauci» sia Trump: un po’ perché i primi 11 mesi della pandemia li ha gestiti lui, un po’ perché premiò Fauci per «Warp Speed» (l’operazione che accelerò la ricerca sui vaccini Covid), un po’ perché sa che i documenti oggettivamente inquietanti ottenuti dai repubblicani – ci fu una richiesta di subappalto a Wuhan sui coronavirus da parte degli americani respinta nel 2018 dall’agenzia del Pentagono Darpa perché considerata troppo rischiosa – in caso di conferma avrebbero conseguenze geopolitiche imprevedibili. Quando chiedono a Trump di Fauci, risponde cose tipo «non sono un suo grande fan», la differenza di tono rispetto alle terribili stoccate che riserva ai nemici storici è evidente.
Ma c’è una sezione del partito repubblicano capitanata dal senatore Rand Paul, repubblicano del Kentucky, che non molla la presa. Ha ottenuto il diario privato di Fauci (lo scriveva nel pc del lavoro: imprudenza) e ieri – scoop del Wall Street Journal – anche i contenuti del telefono del virologo. I democratici fanno scudo a Fauci come possono, ora che la protezione di Biden è scaduta aggirano la sostanza della discussione sulle origini del virus e attaccano sulle evidenti forzature legali (per mandare il caso Fauci a un gran giurì chiedono una risoluzione del Senato a maggioranza qualificata, impossibile). E resta comunque il complicato tema costituzionale: grazia presidenziale contro quinto emendamento.