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 2026  agosto 06 Giovedì calendario

In morte di Francesco Guccini


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Prodi intervistato da Marco Madonia per il Cds«A Bologna si pascolano sempre gli stessi posti, quindi alla fine ti conosci. A noi è capitato casualmente, poi è nato un legame forte. Mi dispiace molto, è un pezzo della vita che se ne va», dice l’ex premier Romano Prodi parlando di Francesco Guccini. Un anno di differenza (Prodi classe 1939 e Guccini nato nel 1940), entrambi cresciuti in Appennino (Reggiano e Modenese), si vedevano spesso. «Andavo anche a trovarlo a Pavana, almeno una volta all’anno. L’ultimo incontro? Circa venti giorni fa, l’avevo visto molto affaticato. Mi aveva anche detto che era stanco di vivere. Di solito facevamo una bella chiacchierata e poi andavamo a cena. Lui per la prima volta non è venuto. La chiacchierata è stata molto bella lo stesso, un’ora e mezza tranquilla».
Parlavate di musica?
«Anche, ma intesa più come fenomeno culturale. Mi piacevano le sue canzoni, ma devo dire che di musica non me ne intendo molto».
Avete avuto un’infanzia simile.
«Un amarcord comune. Parlavamo dei ricordi dell’infanzia, l’ultima parte della Guerra, l’arrivo degli Alleati. Poi la montagna, a cui entrambi eravamo legatissimi: il declino dell’Appennino lo preoccupava molto. Era sempre molto bello stare lì con lui, in quella casa di una volta, con il pavimento in pietra, il tavolone e i tegami alle pareti. C’era una bellissima atmosfera famigliare, anche grazie a sua moglie».
Era diventato uno scrittore di successo.
«Nell’ultima conversazione mi ha aggiornato sul suo programma letterario. Era stanco, ma aspettava l’uscita dell’ultimo libro in autunno. Stava lavorando a un testo dedicato ai gatti. Anche se il suo primo animale era stato un cane, mi ha detto che poi si era affezionato ai gatti».
Come è stata l’ultima chiacchierata?
«Era molto preoccupato per la politica. Li chiamavo “i crucci di Francesco”, le guerre e l’andamento della politica italiana. Il nostro ultimo colloquio non è stato improntato all’ottimismo».
Per la politica?
«La sua preoccupazione era legata all’attuale governo. Non per un provvedimento, ma proprio in termini di valori profondi».
L’antifascismo?
«Il suo cruccio era dimenticare le nostre radici».
Era molto affaticato.
«L’ultimo ricordo triste è il suo accenno alla vecchiaia, alla decadenza, al passare degli anni. Aveva anche fatto un passaggio sulla fine, ma poi aveva scherzato sul fatto che io avessi un anno in più».
Le guerre e la politica
Era stanco, ma fece una battuta sul mio anno
in più. Stava lavorando
a un libro sui gatti
Era preoccupato
per le guerre e la politica
Anche lei pensava che fosse stato comunista? Confessò di non esserlo mai stato.
«Non ci ho mai pensato...».
Fu anche ulivista.
«Un sostenitore affettuoso, anche se la nostra amicizia si è cementata dopo. Per L’Ulivo esprimeva simpatia, poi noi non assoldavamo nessuno per fare il propagandista».
Da uomo di governo sarà stato interessante sentire un punto di vista diverso.
«Appunto. Guccini, poi, era un uomo di grande cultura. Io mica andavo a incontrare il cantante, del resto non ne sarei stato capace. C’era una comunanza di ricordi interiori».
Bologna lo ricorderà.
«Giustissimo, Bologna è una città che ricorda le persone a cui vuole bene. A lui tutti hanno voluto bene e non perché è stato un grande cantante. Gli volevano bene perché non era uno di quelli gasati. Anzi, proprio il contrario».
Con lei come era?
«Mica erano confessioni, andavamo in 5-6 amici, anche con mia moglie. E poi tutti insieme andavamo a mangiare in un ristorante dove non c’era musica»
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Aldo Cazzullo per il CdsI suoi indirizzi erano diventati dischi, microcosmi, mondi. Via Paolo Fabbri 43, il quartiere Cirenaica a Bologna, le case dei ferrovieri, la piccola borghesia, il vicino pensionato («lo sento da oltre il muro che ogni suono fa passare, l’odore quasi povero di roba da mangiare…»), gli altri vicini che vennero a bussargli una mattina all’alba: «Abbiamo saputo che sta scrivendo una canzone sul pensionato, noi preferiremmo non comparire…». Pavana, il mulino dei nonni, il padre Ferruccio che torna dalla prigionia in Germania e lo butta nel laghetto per insegnargli a nuotare, le balere, i primi amori, il primo goccio di liquore, «mai vino rosso che appesantiva l’alito», le prime ragazze, il primo gruppo musicale: «Ci chiamavano i Gatti, suonavamo da ballo, ma anche Peppino di Capri».
Però l’ultimo indirizzo del cuore di Francesco Guccini era meno conosciuto. Mondolfo, provincia di Pesaro, era il paese della donna che gli ha cambiato la vita, Raffaella, conosciuta più di trent’anni fa, che gli è rimasta accanto sino all’ultimo. Lei era ancora all’università, doveva dare l’ultimo esame in semiotica e la tesi con un uomo meraviglioso che era stato anche il maestro di Guccini, l’italianista Ezio Raimondi, figlio di un calzolaio e di una lavandaia. «Con Raffaella fu un corteggiamento lento e rispettoso, d’altri tempi, mano nella mano» raccontava Francesco, che con i suoceri si dava ancora del lei. Mondolfo è il paese marchigiano con i «ciuffi di parietaria attaccati ai muri» cantato nella bellissima Vorrei: «Vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero, come se amici fossimo sempre stati…».
Ci sono cantanti per tutti, popolarissimi, amati, ma non idolatrati. E ci sono cantanti che hanno un pubblico meno vasto, per il quale diventano maestri, anzi, nel suo caso, il Maestrone. Il prototipo della prima categoria è Lucio Dalla. Il prototipo della seconda è Francesco Guccini. I due, a dispetto della retorica, non si amavano. Certo, si frequentavano da Vito, tiravano tardi quando «lui e Bologna eran più giovani di adesso». Ma Guccini non amava quello che Dalla era diventato, una pop star, mentre Dalla trovava Guccini un po’ distante e distanziante. Forse era solo una differenza di carattere: un folletto e un orso possono convivere nella stessa foresta, pur senza diventare davvero amici; e la foresta ha bisogno di entrambi. Avevano anche scritto una canzone insieme, Emilia: «Ora ti saluto, è quasi sera, si fa tardi, si va a vivere o a dormire da Las Vegas a Piacenza. Fari per chilometri ti accecano testardi, ma io sento che hai pazienza, dovrai ancora sopportarci…».
I suoi personaggi reali
Il pensionato di
via Paolo Fabbri e
il macchinista contro
il «treno dei signori»
Ci sono canzoni di Guccini diventate miti. L’Avvelenata, che lui non amava. E La locomotiva, che pure non cantava volentieri anche perché, diceva, non finisce mai, è una fatica fisica. Era stata una fatica anche scriverla: non una maratona, una finale olimpica dei 100 metri; «presi in mano la chitarra, la scrissi in venti minuti, alla fine ero stremato». Venti minuti per comporla, una vita per pensarla. Tutto nacque da Trent’anni di officina di Romolo Bianconi, un libro di racconti di vita operaia.
L’autore ricordava di aver conosciuto un vecchio claudicante, un anarchico di cui si diceva che si fosse lanciato con una locomotiva contro «un treno pieno di signori». Guccini ne parlò con il pensionato di via Paolo Fabbri, che si chiamava signor Mignani ed era un calzolaio specializzato in piedi deformi. Conosceva la storia dell’anarchico della locomotiva, e anche il nome: Pietro Rigosi da Poggio Renatico, Ferrara. Si era gettato davvero contro un treno pieno di signori e non era morto; «lo raccolsero che ancora respirava», poi si era ripreso, anche se questo la canzone non lo dice.
Anarchico
Amava Che Guevara, ma era anarchico Rifiutò l’invito di Giorgia Meloni ad Atreju
Quando Guccini la cantava ai concerti, sul «trionfi la giustizia proletaria» scattavano i pugni chiusi, anche se lui spiegava di non essere mai stato comunista, semmai anarchico; e La locomotiva era una canzone romantica, non rivoluzionaria. L’aveva molto emozionato sentirla cantare sulle Ramblas dopo la morte di Franco, nella versione catalana intitolata La locomotora.
Altri testi di Guccini celano una cultura letteraria enorme, anche se non si era mai laureato. Dietro la Canzone dei dodici mesi ci sono i bestiari medievali e i poeti: Cenne da la Chitarra, Folgòre da San Gimignano, Omar Khayyam. Del mese di dicembre scrive «nei tuoi giorni dai profeti detti nasce Cristo la tigre», un’immagine di John Donne. A scuola tifava per i Troiani. Amava i perdenti. Le sconfitte. Gli addii. Farewell, appunto addio, è forse la più bella canzone d’amore scritta da un italiano negli ultimi decenni: «Forse un tempo poteva commuoverti, ma ora è inutile credo perché, ogni volta che piangi e che ridi non piangi e non ridi con me». I suoi eroi erano viaggiatori che, come Gulliver, dal tempo e dal mare non avevano imparato niente: «Di tutte le sue vite vagabondate al sole restavan vuoti gusci di parole». O come Ulisse, che lui chiamava Odysseus, alla greca, cui dedicò versi stupendi, degni dell’Ulisse di Dante: «E diedi un volto a quelle mie chimere, le navi costruii di forma ardita, concavi navi dalle vele nere, e nel mare cambiò quella mia vita».
Si riconosceva in Cyrano – «spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato» – e in don Chisciotte: «Nel mondo oggi più di ieri domina l’ingiustizia, ma di eroici cavalieri non abbiamo più notizia». Amava Che Guevara ma non quello che il comunismo era diventato: «Ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni, e voi a decine che usate parole diverse, le stesse prigioni; da qualche parte un giorno, dove non si saprà, dove non l’aspettate, il Che ritornerà».
Conosceva i cuori delle donne e sapeva esprimerne la sofferenza, come in Piccola storia ignobile: «E così ti sei trovata, tra paura e tra rimorsi, davvero sola nelle mani altrui, e pensavi nel sentire nella carne tua quei morsi di tuo padre di tua madre e anche di lui». Nel tratto era gentile, disponibile, affettuoso, sempre con un velo di riserbo e di malinconia. Alla fine mangiava poco e beveva solo vino bianco aromatico, in particolare il Gewürztraminer. Non riusciva più a leggere per una malattia agli occhi, ma seguiva volentieri la tv. È stato tra i pochissimi artisti italiani a non adeguarsi al conformismo generale che ha accompagnato l’avvento al governo dei post-missini: «Giorgia Meloni mi ha chiamato per invitarmi ad Atreju, è stata gentile, e io ho gentilmente declinato». Era amico di Prodi e del cardinale Zuppi. Ha affrontato la malattia e la fine con grande dignità, con Raffaella al fianco. Aveva una figlia molto amata, Teresa, Culodritto. Sull’aldilà non si pronunciava: «Sono agnostico, non ateo. Starem a veddre».
Staremo a vedere, Francesco. E speriamo davvero di rivederti. Nell’attesa, qualcuno di noi passerà il pomeriggio, e anche domani, e anche i prossimi giorni, a riascoltare le tue canzoni, su cui «Ade che tutto rapina non metterà le mani».

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Matteo Cruccu per il CdsNon stava bene da tempo, affaticato nell’eloquio, lui che sapeva travolgerti con le parole. E nel muoversi doveva aiutarsi con un girello, lui che, irruento sul palco, entrava in contatto diretto con le folle, ora invece costretto all’esilio a Pavana, borgo spelacchiato sull’Appenino tosco-emiliano dove affondavano le sue radici. Già, Francesco Guccini si era sottoposto a un’operazione a giugno, dopo aver avuto altre vicissitudini di salute in precedenza, e le sue condizioni fino a qualche giorno fa sembravano stazionarie. Ma, alla fine non ce l’ha più fatta.
E se ne è andato a 86 anni, a casa sua, lassù, radunando intorno a se tutti gli affetti più cari, lucido fino alla fine: la moglie Raffaella che l’ha accompagnato con attenzione e tenerezza negli ultimi anni e la prediletta figlia Teresa, avuta dalla prima compagna Angela Signorini. Un addio all’insegna della discrezione (pochi sapevano dei suoi ultimi acciacchi). È anche per questo che la famiglia eviterà funerali pubblici, solo una piccola cerimonia a Pavana, sabato «in forma strettamente privata». E poi una celebrazione in ricordo a settembre, quando le acque dell’emotività si saranno un po’ calmate.
Un addio nelle terre dei suoi avi dunque, dove Guccini era tornato da tempo, dopo aver abbandonato la tentacolare Bologna. Anche se l’avventura era partita da Modena, la celebre Piccola Città di cui avrebbe cantato poi, dove il Maestrone, come lo chiamavano i fan più appassionati, era nato il 14 giugno 1940, figlio di un postino, Ferruccio, e di una casalinga, Ester. Le prime esperienze con la scrittura sarebbero state di tipo giornalistico («Un lavoro massacrante» l’avrebbe definito), cronista alla Gazzetta di Modena, presto abbandonate per dedicarsi a un altro genere di scrittura: le canzoni. Dotato di solido bagaglio culturale, avidissimo lettore e attento a quanto di nuovo arrivava da Oltreoceano, Bob Dylan su tutti, Francesco si dedicò innanzitutto agli altri, regalando Auschwitz, il racconto in musica dell’orrore dei lager, ai conterranei Nomadi oltreché Dio è morto, da subito manifesto della Contestazione incipiente.
In quel periodo tumultuoso Francesco si mise in proprio, con stimmate ben precise: la voce così caratteristica con quella r arrotata; la sensibilità politica, anche se mai ideologica; l’arte di lavorare con le parole. Lo trasformarono immediatamente nell’iniziatore della generazione dei cantautori, primo insieme a un altro emiliano, Lucio Dalla, contemporaneo di De André e poco prima dell’arrivo dei romani (De Gregori e Venditti).
Dopo le prime prove di esito alterno con Folk Beat n.1 del 1967, Due anni dopo e L’Isola non trovata, l’esplosione di Francesco avverrà nel 1972 con Radici. Non solo figurata, il racconto del macchinista ferroviere che una bomba la mise davvero de La locomotiva divenne subito il suo successo più grande: tra ansia di giustizia sociale e l’odio verso «i re e i tiranni», diventerà la colonna sonora delle manifestazioni per tutti gli anni ’70.
Da quel momento in poi, Bologna e le sue osterie diventeranno il cenacolo eletto di Francesco e dei suoi amici cantautori: da Vito, tra bottiglie di vino e partite a briscola, si consumano notti senza fine, dove nascono le idee e quindi le canzoni. Sono i luoghi di gestazione di Stanze di Vita Quotidiana, Via Paolo Fabbri 43 (casa sua, a Bologna) o Amerigo, le pietre miliari degli anni ’70. Con la tirata dell’Avvelenata, contro certa critica e le troppe aspettative nei suoi confronti, o Eskimo, ritratto intimo dei suoi 20 anni.
Calati gli anni ’70, Guccini ora è «il» cantautore, col suo peso specifico forse il solo De André. Quello che non va a Sanremo, che suona ovunque e senza sosta con una band di fedelissimi (Vince Tempera, Flaco Biondini) e che detta la linea ogni volta che decide di pubblicare un disco. Vedi Metropolis, esplorazione urbana alla Calvino o i viaggi invece senza meta dell’eponimo Guccini. Un mondo che si vede (e si sente) in Fra la via Emilia e il West, doppio live del 1984.
Ma sono gli anni del riflusso, il gusto cambia e il Maestrone diventa più riflessivo. E la produzione inizia un po’ a rarefarsi. Ci mette tre anni prima di dare alle stampe Signora Bovary e nel frattempo avvia la carriera di scrittore («vero» dirà), libri, gialli perlopiù. Il primo è Cròniche epafàniche ed è a quest’attività che preferirà sempre più dedicarsi.
Se negli anni ’90 i concerti continuano e non mancano altri capolavori come Don Chisciotte o Cirano, negli anni 2000 e nel decennio successivo Francesco si allontanerà sempre più dalla musica: un riferimento ai terribili fatti di Genova con Piazza Alimonda nel 2004 e il disco di inediti del 2012«L’ultima Thule, poi più nulla, se non qualche raccolta. E soprattutto basta concerti, lui che dal palco aveva saputo appunto costruire un legame indissolubile col suo popolo.
Già, le ultime volte era apparso dunque stanco, come se alla vita avesse chiesto troppo, il vino aveva lasciato il passo alle medicine. Ma sempre lucido, nel commentare le vicende della politica e di un mondo in cui si riconosceva sempre meno. Lui che il mondo l’aveva un po’ migliorato. Perché tocca smentirlo: «Non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia». Ha fatto entrambe le cose, Guccini.