Corriere della Sera, 6 agosto 2026
Intervista a Rosario Pellecchia
Se oggi Rosario Pellecchia è una delle voci radiofoniche più amate e riconoscibili, non è grazie a sua mamma. Lui, che da 25 anni ogni mattina, dal lunedì a venerdì, conduce con Tony Severo «105 Friends» ha deciso «da piccolissimo che avrei fatto questo mestiere. Ascoltavo le voci che provenivano da quella scatoletta e mi sembrava tutto meraviglioso. Così, a 17 anni e mezzo ho mandato una cassetta al direttore di Radio Kiss Kiss: lui mi aveva richiamato, ma mia madre si era dimenticata di dirmelo...».
E quindi? Cosa ha fatto?
«Due settimane dopo, mentre stavamo cenando, per una casualità ho citato questa persona e mia mamma mi ha detto: “Ah, sì, sì, ti aveva chiamato qualche giorno fa, mi sono scordata di dirtelo”. Un colpo. L’ho richiamato immediatamente e per fortuna ero ancora in tempo. Il risultato è che nell’anno della maturità, tre giorni prima di compire 18 anni, mi ha affidato il mio primo programma e sono rimasto lì otto anni. Ormai era fatto: il morbo della radio mi aveva contagiato».
Il percorso iniziato a Napoli è decollato a Milano, a Radio 105.
«Questa volta non avevo mandato provini ma mi avevano sentito loro. Quando mi chiamarono mi dissero: “Sei un disc jockey elegante”. Per me era un sogno nel sogno: mi piaceva la libertà di quella radio, un po’ come amavo anche radio Deejay. Avevano in comune il fatto che il conduttore plasmasse i programmi con la sua identità».
E Milano è la città della radio. Oltre che degli incontri.
«Tra i tanti, ricordo quando una dirigente della radio mi presentò a Pino Daniele. Gli disse: “Abbiamo preso un dj da Napoli”. E Pino: “Rosario Pellecchia? Ma è famosissimo”. Per me fu una sorpresa enorme, non avevo idea mi conoscesse. Incredibile. Per un ragazzo di Napoli, in quegli anni, Pino era tutto».
Dopo qualche anno il suo lavoro la mandarono a New York per fare radio da lì.
«Fu un sogno. La radio aprì una sede lì e mi chiese di andare per circa un anno a fare un programma che si chiamava “105 New York”. All’epoca aveva davvero senso un progetto del genere: niente webcam, l’oceano sembrava lontano. Io non c’ero mai stato e avevo come mandato quello di andare a esplorare quel mondo seguendo tutti i concerti, gli spettacoli che mi sembravano belli. Pazzesco. Portavo in onda la mia meraviglia e il programma funzionò. Al mio ritorno abbiamo iniziato con “105 Friends”, ispirato alla serie tv che amavo. Era settembre del 2001. Da allora la fascia in cui vado in onda non è mai cambiata».
Lì nasce la coppia con Tony Severo. Come è successo?
«Siamo stati messi insieme a freddo dall’editore: lui più sarcastico, io più mite. Ci compensavamo. Negli anni ci siamo specializzati nelle interviste: da noi si può dire che sono passati proprio tutti».
Tipo?
«I Coldplay li abbiamo avuti due volte... in Europa credo siano stati solo da noi. In una di quelle occasioni raccontai a Chris Martin che la prima volta li avevo visti in un localino da 400 persone a Manhattan. E poi gli chiesi: “Che cosa è successo in mezzo?”. Lui mi è venuto dietro: “Vuoi dire cosa è andato storto?”. Mi aveva capito, insomma: io li amavo proprio in quella fase molto indie. Credo abbia apprezzato la sincerità, tanto che ci raccontò un fatto inedito: voleva suonare a Napoli dopo aver ascoltato proprio Napule è di Pino Daniele. Era rimasto colpito dalla musica e si era fatto tradurre il testo».
Altri incontri speciali?
«David Bowie. Avevamo a disposizione 15 minuti, il suo ufficio stampa era rigidissimo: allo scoccare della fine dell’ultimo minuto ci interruppe. Bowie però disse che voleva andare avanti perché gli stava piacendo la chiacchierata. Per me, giovane, fu un colpo al cuore».
Se dovesse scegliere, chi è stata la star più disponibile?
«Robbie Williams. È uno che entra nella stanza dell’intervista e dice: “Cosa fate qui? Come posso uscire simpatico da questo momento insieme a voi?”. Si mette al servizio della trasmissione. In tempi più recenti mi ha colpito Dua Lipa: avevamo concordato una video-intervista di dieci minuti e a metà dell’ultima risposta, l’assistente stacca. Noi salutiamo e ce ne andiamo. Sono in motorino quando ricevo una chiamata del centralino della radio: “Ti cerca Dua Lipa”. Era dispiaciuta per il collegamento troncato e voleva finire la risposta».
Gaffe e errori?
«Capita, certo. Un tempo c’era il fax, le osservazioni passavano da lì. Oggi invece ti correggono prima che finisca la frase. A volte sbagli la sigla di una provincia e ti dicono: “Ma come fate a non sapere questa cosa?”. La radio è anche digressione, andare a braccio. Il nostro programma è casa: funziona un po’ come quando inviti a cena qualcuno e chiacchieri mentre si mangia. Certo, c’è un patto di responsabilità: chi è in macchina al mattino ti consegna il suo tempo più prezioso. Non posso dirgli cose a caso».
La sua cifra è la gentilezza.
«Me lo dicono in tanti, è vero, e penso che la gentilezza sia finita anche dentro i miei libri: salverà questo mondo che sembra accartocciarsi su se stesso. In onda si capisce come la penso su diversi temi sociali e civili, è tra le responsabilità che sono convinto di dovermi prendere».
Da poco è uscito il suo ultimo romanzo, «Così doveva andare», edito da Feltrinelli.
«È un percorso che ha senso. La radio del resto è racconto, è storytelling. Ho sempre amato scrivere, al liceo ero quello di cui poi leggevano i temi. Mi hanno chiesto più volte di provare questa avventura e poi ci ho preso gusto: i miei libri sono andati bene e per me è un mondo prezioso, fatto di intimità con chi ti legge. Un lettore è sempre qualcuno che ti ascolta».
C’è anche un precedente famoso di un dj diventato anche scrittore, no?
«Fabio Volo? Certo. Mi sta molto simpatico, è un ragazzo intelligente, brillantissimo ed è una delle persone di questo ambiente che incontro più volentieri. Ribadisco: il principio che mi fa scrivere è lo stesso che mi ha portato in radio: il desiderio di esprimermi».
La tv è entrata nel percorso di molti suoi colleghi dj. Gli esempi non mancano. Per lei è mai stata una tentazione?
«Qualcosa ho fatto, in passato, ma non ci ho mai provato veramente perché se ero un ascoltatore appassionato di radio, non sono mai stato un grande telespettatore. Amo il cinema, in certi periodi vedevo anche cinque film a settimana in sala. Ma la tv generalista non mi intriga troppo, per me spesso manca proprio di coerenza narrativa: passi dal raccontare un delitto al parlare del meteo. Io sento che chi mi ascolta mi segue davvero, e gli devo attenzione. Se devo dire un formato televisivo che adoro è quello dei late show americani. Ma, in fondo, è esattamente ciò che facciamo in radio».
E cosa pensa dei podcast?
«Sono una telecamera (o a volte nemmeno) messa davanti a un microfono. È radio con un’altra fruizione: scegli tu quando e come ascoltarla. La radio, però, ha una cosa che il podcast non potrà mai dare del tutto: la ritualità dell’ascolto insieme. Non a caso la ascoltano ancora 34 milioni di italiani ogni giorno».
Esiste anche il percorso di chi da tv o social tenta la strada della radio. Funziona?
«Solo se chi arriva ha cose da dire ed è adatto al linguaggio della radio. Se pensi “prendo uno che fa tv e i suoi spettatori passeranno qui”, non c’è verso. Non succederà mai. La radio ha un filtro severo: l’ascoltatore ti sgama in cinque minuti. Finisce un disco e devi parlare: se non hai niente da dire, allora in fretta cade tutto».
A volte il trasloco di media però funziona. Cosa pensa di Diletta Leotta speaker?
«Diletta è bravissima. Ha una caratteristica che io adoro: è una delle persone più rilassate che io abbia mai conosciuto. Ha proprio una morbidezza nel modo di porsi molto piacevole ed è una che studia. In radio si racconta in un modo inedito».
Cosa direbbe a un ragazzo che vuole intraprendere la sua carriera?
«Che fa bene perché è un mestiere bellissimo ma prima di iniziare dovrebbe chiedersi: perché? Che cosa voglio raccontare? La radio è racconto. Se non hai urgenza, si sente. Se ce l’hai, però, la radio è ancora il posto migliore per far sentire la propria voce».