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 2026  agosto 05 Mercoledì calendario

Morire di caldo nei romanzi

Non è un caso che splenda impietoso e riarso il sole della Provenza quando Émile –pro – tagonista spaesato di Domeni – ca, affresco e dramma sociale di Georges Simenon da poco apparso in libreria per Adelphi – trova un coraggio viscerale e tragico per dare una svolta alla propria esistenza, ponendo una pietra tombale a soffocare le infelici abitudini a cui una moglie disamorata lo aveva costretto. E non solo perché, come vuole l’adagio popolare “Il caldo dà alla testa”(e mai fu più vero oggigiorno con temperature elevate da spavento). Anche. Si potrebbe meglio dire che il caldo frastorna e spaesa. Frastornato e spaesato, infatti, è il giovane James, mentre corre a perdifiato in una foresta di sicomori nella campagna inglese per riuscire a dire addio al suo primo amore nella cocente estate dei suoi sedici anni in Dove comincia il cielo di Seán Hewitt, romanzo rivelazione di questa ren t r ée es tiva Einaudi. E ciò perché dal tempo – inteso come clima – ere – ditiamo un sistema di credenze residuali. Lo sostiene in Se il tempo è matto... (Aboca) il neuroscienziato americano Clayton Page Aldern quando annota il peso e l’influenza dei “capricci di un mondo selvaggio” sui modi di pensare e agire delle persone. C’è difatti un legame biologico tra l’arroventamento del mondo e l’aumento delle manifestazioni di aggressività e più in generale di ostilità: il caldo agisce all’altezza dell’ip – pocampo, motiva Page Aldern, la regione del cervello cruciale per la gestione della memoria e della stabilità emotiva. Quando lo scrittore svizzero-francese Charles-Ferdinand Ramuz nel 1922 s’inven – ta con Presenza della morte (Feltrinelli) un distopico del terrore sul clima, ideando così il genere del climate novel, decide di raccontare un incidente nel sistema gravitazionale che porta le temperature sopra i 40 gradi, con tanto di voragini nel terreno arido e il cielo imbiancato. E non c’è forse un’as – solata Sicilia – la stessa che ritroviamo negli scatti che Federico Scianna ha dedicato alla sua terra – al centro di molti dei gialli del maestro Andrea Camilleri, tra tutti Vampa d’ago s t o (Sellerio)? Di caldo, in effetti, si muore! Ciò perché nel suo apicale simbolismo – tanto luminoso e santificato come in alcune pale d’altare trecentesche di Taddeo di Bartolo, quanto violento e schiacciante come nei cieli infuocati di Van Gogh che sovrastano i contadini –, il caldo è un personaggio letterario, non un effetto di realtà. È giustamente il solo testimone del lungo viaggio al termine della rovina di sé che il tragico Molloy di Samuel Beckett (nel romanzo eponimo da poco tornato in libreria per Einaudi) compie in sella alla propria bicicletta alla ricerca della madre mentre viene “avv el en at o dal sole”. Come fosse una pozione – scrivendo in francese, Beckett utilizza proprio il verbo “empoisonner” –, il caldo avvelena dell’uomo il contatto terrestre, allucina il suo legamento della memoria. Soprattutto, agisce in profondità, all ’interno del nostro senso della presenza. Lo sapeva già bene Fëdor Dostoevskij che aureola il caldo a complice del protagonista Raskòl’nikov di Delitto e castigo già dall’i n c ipit: è infatti “Ai primi di luglio, dopo giornate caldissime”– l’autore usa “zharkoye vrem ya” che qui proponiamo nell ’ultima versione Feltrinelli – che compie il duplice omicidio con cui prende l’avvio il capolavoro russo. E in giorni come questi, urgenti e cocenti per temperature atmosferiche (e politiche), non possiamo immaginare di staccare i paesaggi letterari dai paesaggi reali. Così, una soluzione, almeno alla vampa climatica, la chiediamo sempre ai libri. E no, non è squadernarne uno e agitarlo come un bislacco ventaglio. Sorge ad Oriente. Già nell’antico Giappone, quando cioè l’aria condizionata non esisteva, nel caldo umido d’estate – che loro chiamano “mushi atsui” – si celebrava la stagione dei morti, della commemorazione dei defunti (Obon) in cui ci si reca al cimitero e si ricordano gli spiriti degli antenati, i quali possono decidere di rendere visita ai propri discendenti. Tanto che durante il periodo Edo (1603-1867) si consolidò lo Hyakumonogatari Kaid an ka i (“Ritrovo dei cento racconti di fantasmi”), uno dei passatempi estivi più popolari. Nato nel contesto dell’aris tocrazia guerriera come prova di sangue freddo, prevedeva di ritrovarsi di notte per raccontarsi Kw a i d a n, storie di fantasmi e resistere alla paura, mentre i brividi provocati intanto facevano abbassare la temperatura. E divenne così popolare tra tutte le classi sociali che con l’arrivo della stampa, giunse anche la pubblicazione delle prime antologie del terrore, che andarono a ruba. Il legame col successo odierno che in tutto il mondo i gialli (e con essi i thriller, i noir) hanno d’estate è presto detto: per non morire di caldo, in spiaggia sotto l’ombrellone, sul ponte di una barca o sul divano di casa, non si cerca solo una lettura lineare che agevoli l’e vasione, soprattutto ci si rinfresca con i brividi delle storie di paura.