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 2026  agosto 05 Mercoledì calendario

Sul tè e sulle sue cerimonie


Negli ultimi anni la cultura giapponese è diventata molto popolare in Occidente, Italia per prima. Secondo lei da cosa è motivato tutto questo interesse?
«Grazie al recente indebolimento dello yen, a Kyōto mi capita di incontrare moltissimi stranieri. Talvolta perfino persone che hanno approfondito lo studio del tè più di noi! E come noi giapponesi nutriamo interesse per l’Italia e per la sua storia millenaria, penso che anche gli italiani provino una naturale affinità verso la cultura ancestrale del Giappone. Forse ciò che affascina è la capacità di mutare integrando elementi nuovi all’interno di una tradizione secolare. E questo vale ancor di più per realtà come Kyōto. È un luogo in cui l’antico e il moderno calcano insieme lo stesso palcoscenico».


La prima cosa da lasciare fuori dalla porta quando si varca l’ingresso dell’antica casa da tè Ippodo della famiglia Watanabe, nel cuore di Kyoto, è la fretta. Può sembrare un paradosso dinanzi ai ritmi accelerati che la vita frenetica di oggi ci impone, ma vale la pena fare un tentativo. Lo sa bene Miyako Watanabe, autentica guru della lentezza, che da 45 anni dirige con il marito questa bottega dalla storia secolare – è stata fondata nel 1717 — dove tra le altre cose insegna i rudimenti della cerimonia del tè. «Se volete bere un buon tè, è importante tenere presente la “relazione triangolare” tra la giusta quantità, la giusta temperatura e il giusto momento»: è uno dei suoi precetti ricorrenti. Da cui si capisce subito che il fattore “tempo” è fondamentale. «Un modo di dire giapponese afferma che dieci anni rappresentano un’epoca, ma ultimamente ho l’impressione che il ritmo sia accelerato così tanto che ogni tre anni si verificano cambiamenti epocali nella nostra vita quotidiana. Per questo, praticare la cerimonia del tè ci dà la possibilità di immergerci nel flusso di un tempo immutabile, lasciandoci alle spalle per un istante ogni pensiero superfluo», ci racconta. Niente potrebbe suonare più allettante per noi occidentali del terzo millennio, che alla cultura d’Oriente guardiamo con sempre maggiore interesse.


A questa tradizione secolare, tramandata di generazione in generazione, Watanabe ha dedicato anche un libro pieno di aneddoti raccolti nei suoi tanti anni di esperienza, arrivato ora in Italia per Einaudi:I racconti del tè verde. Un diario da cui emergono netti i colori delle stagioni, gli odori e i rumori, come quello della pioggia che cade lieve sulle tende del suo negozio di Kyoto. Proviamo a seguirla in questo viaggio a passo lento — l’estate del resto si presta – dietro le quinte di un’arte squisitamente giapponese che è, prima di tutto, un modo per imparare a ritagliarsi del tempo da dedicare a se stessi.
Ma davvero in un mondo che ci spinge a correre sempre di più il rituale della cerimonia del tè viene ancora praticato?
«Penso che la cerimonia del tè sia un’arte a tutto tondo tipicamente giapponese. Fino agli anni Settanta circa, per le donne era vista come una pratica di buone maniere o di preparazione al matrimonio. Oggi è considerata alla stregua di altre attività che richiedono esercizio, come il pianoforte, la danza, il teatro nō o il tamburo tradizionale».
Ci racconta come si svolge?
«La cerimonia del tè è solo una piccola parte di un’attività culturale e artistica più ampia, che include la conversazione e gli utensili utilizzati. Tutto ha inizio circa un mese prima, con l’invio di una lettera a ogni ospite per annunciare l’evento. Scritta a pennello su rotolo, spiega il tema scelto e indica l’ora e il luogo. L’allestimento della sala con i fiori di stagione è curato con estrema attenzione: ogni gesto ha un significato preciso ed è importante eseguire i movimenti riflettendo sul loro senso».


E come viene accolto dalle nuove generazioni un rito così antico?
«È importante far capire ai giovani che non si tratta di niente di tedioso, al contrario è un’esperienza che coinvolge tutti i sensi. Inoltre, negli ultimi tempi lo stile di vita ha subito grandi cambiamenti e questo ha influito. Per esempio, le stanze in stile giapponese con il tatami sul pavimento sono sempre più rare nelle nuove abitazioni, tanto che ormai è diventato normale sedersi sulle sedie. Con il mutare delle abitudini quotidiane sono cambiate anche le capacità fisiche e non viene più dato per scontato saper mantenere durante la cerimonia del tè la tradizionale posizione seiza, inginocchiati sul pavimento, con le gambe piegate e i glutei poggiati sui talloni. Nelle case, soprattutto nei condomini, anche accendere un fuoco con il carbone è diventato problematico per ragioni di sicurezza, di conseguenza sono stati ideati nuovi metodi. Detto ciò, la crescita delle piante e dei fiori che ci circondano non è cambiata, perciò i principi della cerimonia del tè rimangono gli stessi».


Si dice spesso che la filosofia e lo spirito che sono dietro a questa cerimonia possano portare benefici nella vita quotidiana. In che modo?
«Capisco che a volte sia più pratico svitare il tappo di una bottiglietta di tè per dissetarsi. Ma preparare il tè con una teiera o scaldare la tazza e asciugarla, aggiungervi il matcha, versare l’acqua calda e mescolare con il chasen (la tradizionale frusta di bambù, ndr) è tutt’altra cosa… Può sembrare un procedimento un po’ laborioso, ma il tempo che ci concediamo per creare tutto questo da soli e per noi stessi non è forse prezioso? Nella frenesia della vita contemporanea, l’affaticamento mentale e i disturbi psicologici, un tempo poco diffusi, sono un fenomeno sempre meno raro, e forse la cerimonia del tè potrebbe essere un modo per farvi fronte. Non si tratta tanto di imparare una pratica complessa, quanto piuttosto ritagliarsi un momento nella vita quotidiana per dedicarsi al tè. E dunque a se stessi».
Lei tiene anche lezioni per far conoscere questa tradizione.
«Ho trascorso molto tempo a spiegare come viene prodotto il tè e quali sono le differenze tra le qualità matcha, sencha, gyokuro e bancha tenendo corsi per studenti stranieri o lezioni per bambini e famiglie. Mi è capitato anche di tenere all’estero corsi analoghi a quelli che organizzo in Giappone. Dove, dopo aver ascoltato i miei racconti, ciascuno prova a preparare il tè con le proprie mani e ad assaporarlo nel giusto modo».