la Repubblica, 5 agosto 2026
Quando il capitano della Spagna Rodri ha alzato la Coppa del mondo al MetLife Stadium, c’era una nazione, un popolo sul tetto del mondo
Quando il capitano della Spagna Rodri ha alzato la Coppa del mondo al MetLife Stadium, c’era una nazione, un popolo sul tetto del mondo. Non erano i soli. Poco più in là c’erano il presidente della Fifa, Gianni Infantino, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. A qualche metro di distanza, Yasser Al-Rumayyan, governatore del fondo sovrano saudita PIF e presidente del consiglio di amministrazione di Aramco, il gigante petrolifero che sarà tra i grandi protagonisti del prossimo Mondiale. In quella fotografia c’era molto più di una vittoria sportiva. C’erano soldi, potere e geopolitica. C’era la nuova forma del pallone.
È da quella fotografia che bisogna partire per raccontare il sistema costruito da Gianni Infantino in dieci anni alla guida della Fifa. Un sistema che oggi rischia di sciogliersi perché si è avvicinato troppo al sole, ma che per un decennio ha funzionato quasi alla perfezione. Un sistema capace di tenere insieme capi di Stato, fondi sovrani, compagnie petrolifere, televisioni e grandi eventi, nascosti dietro la foglia di fico dello sport. Da Vladimir Putin a Donald Trump passando per l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani non c’è potente al quale Infantino non abbia provato a offrire il calcio. Il nostro calcio. Quello che quel ragazzo svizzero, che si è sempre sentito soprattutto italiano, considera ormai suo.
L’Arabia Saudita rappresenta probabilmente l’esempio più evidente di questo modello. L’assegnazione del Mondiale del 2034 arriva al termine di una procedura che lascia Riad come unica candidata. Eppure, pur senza concorrenti, quell’assegnazione finisce per generare una delle più grandi operazioni economiche della storia della Fifa. Come è stato possibile?
«Gianni è così potente che avrebbe potuto anche far votare scheda bianca a decine di federazioni. Può tutto. Perfino assegnare due Mondiali in contemporanea», racconta una fonte interna alla federazione mondiale. Il torneo va a Riad. E la Fifa incassa. Come? Vendendo a Dazn i diritti televisivi del nuovo Mondiale per club, quasi sconosciuto ai più, per una cifra vicina al miliardo di dollari. Pochi mesi dopo il Public Investment Fund (Pif) saudita investe nella piattaforma una somma sostanzialmente identica, diventandone uno dei principali azionisti. Quasi in contemporanea Aramco firma uno dei più ricchi contratti di sponsorizzazione della storia della Fifa. Operazioni formalmente distinte, ma che finiscono per convergere nello stesso ecosistema economico. Il Mondiale va all’Arabia. I soldi tornano alla Fifa.
È questo il filo che lega molte delle scelte compiute dal presidente della Fifa negli ultimi anni. Le grandi competizioni non sono più soltanto manifestazioni sportive. Diventano il punto d’incontro fra gli interessi della federazione e quelli dei governi disposti a investire miliardi per trasformare il calcio in uno strumento di prestigio e influenza. Ma il denaro serve anche a consolidare il potere interno. Da quando Infantino è stato eletto nel 2016, i ricavi della Fifa hanno raggiunto livelli mai visti. Del resto è stata proprio questa la promessa che gli ha spalancato le porte della presidenza: aumentare in modo esponenziale i contributi destinati alle federazioni.
L’allargamento del Mondiale da 32 a 48 squadre significa più partite, più sponsor, più diritti tv. Ma soprattutto più posti per le nazionali e più soldi da redistribuire. È qui che nasce la sua forza politica. Nella Fifa il voto della Germania conta quanto quello di Gibuti, Samoa o Belize. Uno vale uno. E aumentare i finanziamenti destinati alle federazioni africane, asiatiche, caraibiche e oceaniche significa costruire una maggioranza praticamente inattaccabile. È il principio sul quale si fonda il programma Fifa Forward e che negli anni ha garantito a Infantino un consenso quasi plebiscitario.
Eppure chi lo ha conosciuto agli inizi racconta un dirigente molto diverso. Nato nel Canton Vallese da genitori italiani, cresciuto dentro la Uefa, dissertava di calcio soprattutto come strumento di dialogo. Continuava a parlare italiano anche in famiglia, tanto da pretendere che lo facessero anche le quattro figlie. Si affidava all’avvocato romano Mario Gallavotti per le questioni più delicate e coltivava rapporti stretti con il calcio italiano. Claudio Lotito era uno dei suoi interlocutori più frequenti. L’Inter rappresentava un altro pezzo di cuore, insieme alla Calabria del padre. Due anni fa si è commosso ricevendo la cittadinanza onoraria di Reggio Calabria. Infantino si è sempre detto convinto che il Mondiale dovesse diventare il più grande strumento di diplomazia del pianeta. E aveva ragione. «Sei più potente di un capo di Stato», gli ripetevano. E lui sembrava prendere quella frase quasi come una missione.
La prima tappa è la Russia. Nel 2018 difende senza esitazioni il Mondiale organizzato da Vladimir Putin, definendolo «il migliore di tutti i tempi». L’anno successivo riceve dal Cremlino l’Ordine dell’Amicizia. Anche dopo l’invasione dell’Ucraina continua a sostenere che escludere la Russia dal calcio internazionale rischia soltanto di produrre altro odio. Poi arriva il Qatar. L’assegnazione del Mondiale 2022 non è opera sua. La gestione politica di quel torneo, invece, sì. Infantino trasferisce per un periodo la famiglia a Doha, difende pubblicamente la competizione dalle critiche sui diritti umani e pronuncia il celebre discorso del «Today I feel Qatari».
È il momento in cui il Golfo diventa il nuovo centro del calcio mondiale. È dentro questo equilibrio che cresce anche il peso di Nasser Al-Khelaïfi, presidente del Psg, numero uno di beIN Sports e uomo di fiducia dell’emiro, ormai fra gli interlocutori più influenti del calcio internazionale: molti lo indicavano come possibile sfidante dello stesso Infantino, ma il Qatar al momento ha ribadito il sostegno al presidente in carica. Ora il suo avversario più accreditato è Victor Montagliani, canadese con origini abruzzesi, presidente della Concacaf, la confederazione che riunisce Nord e Centro America e Caraibi.
La trasformazione di Infantino, secondo chi gli è rimasto vicino, si completa negli Stati Uniti. A Doha bastava una telefonata per parlare con l’emiro. A Washington era diverso. Trump non aveva alcun rapporto con il calcio e la Fifa non era considerata, inizialmente, un interlocutore strategico. Costruire quel rapporto diventa allora una priorità. La sede fissata nella Trump Tower, le visite alla Casa Bianca e la crescente vicinanza personale raccontano meglio di qualsiasi dichiarazione questa nuova fase. C’è anche chi legge in questo rapporto un possibile investimento sul futuro politico dello stesso Infantino.
Tra i corridoi del calcio internazionale, da tempo, circola una voce: quella di una sua candidatura, un giorno, alle Nazioni Unite. O magari di un ruolo nell’amministrazione americana come ponte con il Medio Oriente. D’altronde che quel rapporto sia diventato qualcosa di più lo dimostra un gesto che ha sorpreso anche molti dei suoi collaboratori storici. Al termine del Mondiale per club, al Chelsea, vincitore del torneo, viene consegnata una copia. L’originale resta a Donald Trump. L’uomo che fino a pochi anni prima del calcio sapeva poco o nulla. Finché un italiano di Svizzera ha deciso di regalargli il pallone.