Corriere della Sera, 5 agosto 2026
Rampini parla della questione africana
L’Africa ha una superficie superiore a Stati Uniti, Cina e India messi insieme. Comprende 54 Stati, duemila gruppi etnici, deserti e foreste tropicali, giganti demografici e piccoli arcipelaghi, monarchie, democrazie, regimi militari, economie industriali e società ancora pastorali. Parlare dell’«Africa» come di un unico Paese è il primo errore. Il secondo errore è guardarla solo attraverso le tragedie. Nei nostri notiziari compare quando ci sono guerre civili, carestie, golpe, epidemie, un barcone nel Mediterraneo, o la crisi di Ceuta. Le buone notizie non interessano. Gli eventi normali – un’elezione pacifica, un’impresa che cresce, una nuova infrastruttura, una città che si modernizza – non catturano l’attenzione occidentale.
La narrazione pauperistica nasconde un nuovo razzismo. L’Occidente continua a considerarsi il centro del mondo: un tempo pretendeva di civilizzare gli altri, oggi si attribuisce la responsabilità di ogni loro disgrazia. In entrambe le versioni gli africani scompaiono. Sono ridotti a vittime infantili, incapaci di compiere scelte, provocare disastri o successi.
Indipendenti da 60 anni
Il colonialismo europeo ha tracciato frontiere assurde, saccheggiato risorse, alimentato divisioni e lasciato ferite profonde. Ma quasi tutte le nazioni africane sono indipendenti da oltre 60 anni: come Singapore, che nel frattempo ha superato per ricchezza il suo ex padrone coloniale, il Regno Unito. Un bambino africano che nasce oggi ha nonni e bisnonni venuti al mondo dopo la decolonizzazione. Continuare a spiegare ogni fallimento con le colpe occidentali è un alibi offerto alle classi dirigenti locali più corrotte, autoritarie o incompetenti. Significa negare agli africani la responsabilità della propria storia.
Questa responsabilità emerge nella geopolitica. L’Africa è un terreno di competizione fra Stati Uniti, Cina, Russia, Europa, India, Turchia e monarchie del Golfo. Ma non è una scacchiera su cui le potenze esterne muovono pedine passive. I governi africani mettono in concorrenza i pretendenti, cambiano alleanze, offrono miniere, porti e basi militari in cambio di infrastrutture, investimenti o sicurezza.
La Cina costruisce ferrovie, dighe, aeroporti e reti digitali. La Russia vende armi e offre mercenari. La Turchia investe nella difesa e nelle costruzioni. Emirati e Arabia acquistano terre agricole, porti e corridoi logistici. L’India segue le proprie diaspore e le rotte commerciali dell’Oceano Indiano. Gli Stati Uniti cercano minerali strategici e contrastano jihadismo e influenza cinese. I leader africani selezionano le offerte. Talvolta scelgono male, svendono risorse o intascano tangenti. Ma scelgono.
Perfino l’espansione cinese è avvenuta «su invito». Una parte delle élite africane preferisce Pechino perché offre opere concrete senza impartire lezioni sulla governance. Un dirigente africano spiega: se chiediamo ai cinesi un aeroporto, costruiscono un aeroporto; se lo chiediamo agli occidentali, ci fanno una predica. È una caricatura ma coglie qualcosa di vero. Ciò non rende la Cina una benefattrice. I prestiti sono esosi, alcune opere sono inutili o mal costruite, le aziende cinesi sfruttano lavoratori e ambiente. Ma l’Africa non è passata da un padrone bianco a uno asiatico. Le sue classi dirigenti sfruttano la rivalità fra grandi potenze.
Il Pil che cresce: +4,2%
Un esempio viene dall’accordo di pace tra Ruanda e Repubblica Democratica del Congo, mediato da Stati Uniti e Qatar. Dietro c’è anche la competizione per coltan, tantalio e altri minerali indispensabili alle tecnologie avanzate. Il presidente congolese ha cercato l’aiuto americano offrendo accesso alle risorse del Paese. È Realpolitik africana: sicurezza in cambio di investimenti e protezione.
L’Africa è concupita perché possiede una quota enorme dei minerali necessari alla transizione energetica, oltre a petrolio, gas, uranio, terre coltivabili e potenziale solare. Ma la sua risorsa più importante sono gli esseri umani. Il 60% della popolazione ha meno di 25 anni; nell’Africa subsahariana 7 abitanti su 10 hanno meno di 30 anni. Mentre Europa, Cina e Giappone invecchiano, il continente produce giovani, lavoratori e consumatori. Questo è un dividendo oppure una calamità. Milioni di ragazzi entreranno ogni anno nel mercato del lavoro. Se non troveranno istruzione, elettricità, sicurezza e opportunità, aumenteranno frustrazione, emigrazione e reclutamento criminale. La Banca africana di sviluppo avverte che per creare occupazione su vasta scala il continente deve sostenere una crescita vicina al 7% per anni. Nel 2026 la crescita prevista è attorno al 4,2%: superiore a quella europea (buona notizia ignorata in Occidente), ma ancora insufficiente.
Le medie ingannano. L’Africa orientale cresce più rapidamente; Etiopia, Ruanda e Uganda hanno registrato ritmi molto superiori. Il Marocco ha costruito industrie automobilistiche, aerospaziali e infrastrutture logistiche. Kenya e Nigeria sono centri di innovazione digitale. Tanzania, Senegal, Benin e Costa d’Avorio hanno conosciuto fasi di forte dinamismo. Il Sudafrica, invece, paga corruzione, disoccupazione e servizi pubblici deteriorati. La Nigeria è insieme un gigante creativo e una nazione tormentata da blackout, criminalità e jihadismo. Quest’anno 12 delle 20 economie a crescita più rapida del mondo sono africane: non è il miracolo generalizzato, ma neppure il «continente senza speranza».
Il ruolo dei privati
La vera rivoluzione si vede nelle città. L’Africa ha la popolazione che si urbanizza più rapidamente. Lagos, Kinshasa, Nairobi, Dar es Salaam, Abidjan, Addis Abeba, Accra e Casablanca attirano milioni di persone. L’esodo più imponente non è verso Lampedusa o Ceuta: avviene all’interno del continente, dalle campagne alle aree urbane. L’urbanizzazione crea baraccopoli, traffico e inquinamento; ma favorisce anche scolarizzazione, calo della natalità, produttività, consumi e nuove imprese. Oggi il 43% degli africani vive in aree urbane; la quota continuerà a salire.
Nelle metropoli si incontra l’energia delle nuove generazioni. Il telefonino ha permesso all’Africa di saltare alcune tappe dello sviluppo. Molti consumatori sono passati direttamente dal contante ai pagamenti mobili, senza avere mai posseduto un conto bancario tradizionale. Sul cellulare comprano, vendono, trasferiscono denaro, seguono corsi, prenotano visite mediche, ottengono microcrediti. L’imprenditorialità nasce dalla necessità. Dove lo Stato non garantisce elettricità, trasporti, credito o sanità, qualcuno offre una soluzione privata.
Accusare di saccheggio ogni azienda occidentale che investe in Africa significa lasciare il campo a concorrenti che ignorano i sensi di colpa. Il primo passo per capirla è smettere di compatirla. Il secondo è accettare che non siamo noi a scriverne la storia.