Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  agosto 05 Mercoledì calendario

Alzare il costo della guerra. La scommessa di Teheran per logorare Trump

La Repubblica islamica prova a imporre la propria regia del conflitto. Cerca di dettare il ritmo, di moltiplicare i fronti, di tenere Washington in rincorsa. Questa seconda fase della guerra è diventata una prova di nervi, ma anche di geografia e di tempo. Teheran ha scelto di stare più avanti, quasi convinta che, almeno per ora, l’audacia renda più della prudenza. In questo quadro, ogni segnale di esitazione viene letto come un’occasione da sfruttare. E ogni passo falso dell’avversario rafforza l’idea che resistere possa ancora produrre risultati.
Dall’altra parte dell’oceano, Donald Trump fa il suo gioco abituale: minaccia, ritira, rilancia, poi tenta di riportare tutto dentro la sua narrazione, quella di una Repubblica islamica debole, affamata di accordi, pronta a cedere se la pressione americana resta alta. È chiaro che la diplomazia iraniana continua a muoversi dietro le quinte, ma oggi il quadro è cambiato. Dopo la morte di Ali Khamenei, il potere è passato ai pasdaran, e il tono è diventato più duro, più spericolato.
Per anni la forza della Repubblica islamica è stata un’altra: la pazienza strategica dell’ayatollah ucciso, fatta di attesa, assorbimento e resistenza, la formula che ha tenuto in piedi il regime. Oggi i pasdaran si muovono diversamente. Prendono l’iniziativa, costringono l’avversario a rispondere. Ellie Geranmayeh, dell’European Council on Foreign Relations, sul Financial Times ha parlato di «una propensione al rischio molto più elevata, alzano la posta in gioco in modo preventivo, piuttosto che essere sempre reattivi».
In questi sei mesi Teheran è rimasta fedele alla stessa linea. Non si è mai davvero fidata di Washington ai tavoli e ha continuato a far salire il costo della guerra, usando ogni fronte per mostrare che la pressione militare non la piega. Da qui anche il ruolo degli alleati yemeniti, gli Houthi, che sono parte dello stesso piano. Così, gli Stretti di Bab el-Mandeb e di Hormuz diventano due strozzature della stessa strategia, due leve per colpire le rotte energetiche e farne uno strumento politico.
Lo stesso vale nel rapporto con Washington. Vali Nasr, esperto della Johns Hopkins University, ha spiegato che l’escalation mira a controllare il comportamento americano e a costringere gli Stati Uniti a ricalcolare le proprie opzioni. Teheran vuole cambiare il modo in cui gli americani si muovono nella guerra, rendere ogni risposta più costosa e ogni accelerazione più incerta.
C’è poi il tempo politico di Trump, che conta eccome. La Casa Bianca non ha margini infiniti, e ogni nuovo colpo grava anche sugli affari interni. La guerra si è già intrecciata con il destino di un presidente che, per indole, non può apparire debole, ma non sta ottenendo i risultati sperati. E a novembre c’è il voto di metà mandato, con la sensazione sempre più netta che il conflitto consumi consenso senza portare risultati.
In più c’è la volontà di spingere gli Stati Uniti più lontano possibile dallo spazio iraniano. Rendendo la loro presenza nella regione più costosa e più scomoda da sostenere. Dal Golfo all’Iraq, dalla Siria alla Giordania, Teheran prova ad allontanare Washington dal proprio perimetro e a spostare il baricentro della pressione. Ogni base, ogni alleato, ogni linea di rifornimento diventa un punto esposto.
Washington lo vede, ma non sembra aver ancora trasformato questa consapevolezza in una linea coerente. La strategia iraniana punta a rendere la campagna così costosa e politicamente difficile da costringere gli Stati Uniti, prima o poi, a rallentare. È qui che sta il gioco di Teheran: alzare il costo di ogni giornata di guerra, di ogni nave, di ogni rotazione di truppe, di ogni decisione, mentre gli avversari credono ancora di poter ricondurre il conflitto dentro schemi conosciuti.
Resta un punto decisivo. Questa nuova audacia del regime può creare incertezza e far guadagnare vantaggio ai tavoli, ma non garantisce il risultato. Più la Repubblica islamica alza il prezzo, più cresce il rischio di una risposta americana pesante. Teheran prova a dirigere il conflitto, vero, ma non può sapere fino a dove Trump sia disposto a spingersi. E l’arma del tempo, alla fine, può diventare una trappola.