Corriere della Sera, 5 agosto 2026
Demetrio Albertini ricorda Franco Baresi
Per buona parte della carriera Demetrio Albertini ha giocato qualche metro davanti a Franco Baresi, e se è vero che fuori dal campo il capitano era un leader silenzioso, in campo beh, parlava eccome. «Accorcia Demi! C’è troppo spazio! Ecco, così, perfetto. Occhio che quello vuol passare sempre da destra. Seguilo! Stai su adesso, lascialo a noi, dove vuoi che vada...». Albertini ha attraversato fino in fondo il dolore della scomparsa di Franco, e ora che ne ha portato a spalla il feretro assieme ad altri antichi compagni, ha piacere di parlarne, di raccontarlo senza troppi aggettivi, soltanto attraverso i ricordi flash che gli riempiono la memoria. «Mi indirizzava tatticamente, ma mi ha anche insegnato a stare in campo. Era una delle mie prime partite, ero un bimbo, Iachini mi viene contro a tutta forza senza palla, è fallo, ma istintivamente io alzo il braccio per proteggermi e lo colpisco al volto. Lui finisce a terra e io mi scuso, non volevo, intanto però l’arbitro ci dà punizione a favore. Franco mi si avvicina. “Ti ha fatto fallo e gli chiedi scusa? Demi, cresci...”. I primi tempi era come un libro di scuola, diciamo un corso accelerato».
Dicono tutti che Baresi ti facesse capire in fretta se potevi stare in squadra oppure no.
«Ah, questo è sicuro. Non c’era soddisfazione superiore di incrociare il suo sorriso dopo aver recuperato palla con un bel tackle. Ma se un trequartista ti saltava e gli arrivava davanti, uno contro uno, lui prima lo neutralizzava e poi mollava un urlo che non aveva bisogno di ulteriori spiegazioni».
È vero che all’inizio non riusciva a dargli del tu?
«Vengo aggregato alla prima squadra nell’estate dell’88, a 17 anni, direttamente dagli Allievi su segnalazione di Capello, cui Sacchi aveva chiesto cinque ragazzi per ovviare all’assenza dei titolari andati a Seul con l’Olimpica. Alla fine dell’estate Sacchi mi dice che nel corso dell’anno sarei rimasto ad allenarmi sempre con loro, una cosa meravigliosa, ma quando mi ritrovo nello spogliatoio vicino a Franco non posso che salutarlo “buongiorno, come sta?” Voglio dire, è Baresi. All’epoca non esistevano i videogiochi, a Milanello c’era un flipper, lui ci si divertiva e io in coda per ore in attesa che lo liberasse. Mi disse più volte di dargli del tu, certo. Ci sono riuscito dopo un anno».
Può fare un esempio spicciolo del senso di appartenenza che inculcava a chiunque, ragazzi cresciuti nel vivaio e grandi campioni stranieri?
«Facile. La prima cosa che Franco raccomandava ai nuovi era di non arrivare puntuale all’allenamento, ma leggermente in anticipo. Perché se arrivi sempre puntuale vuol dire che non calcoli il possibile imprevisto, e al Milan gli imprevisti si prevedono. Ho giocato anche in altre squadre, e ovunque la regola era semplicemente la puntualità. Al Milan no. Baresi insegnava a tutti il leggero anticipo. Che poi lui arrivava un’ora prima, con altri di noi, per scaldarsi in palestra. Non tutti i capitani sono così, non tutti capiscono come negli ambienti altamente competitivi, ma immagino in tutti, sia l’esempio a muovere il mondo».
L’ultima volta che vi siete visti?
«Poco tempo fa, due mesi, anche meno. Ero dal fruttivendolo, incrocio sua moglie Maura che mi dice “vai da Franco, è lì in macchina che mi aspetta”. Saremo rimasti un quarto d’ora a parlare dei vecchi tempi, poi ci siamo abbracciati. Sono tornato a casa e mia moglie mi ha guardato perplessa, perché non avevo preso la frutta. E ho pensato che era andata come in campo, quando Franco parlava non c’era nient’altro di cui occuparsi».